Salvarsi insieme

nel massacro arabo-israeliano esistono comunque volontà che concretamente costruiscono la pace.

Buongiorno, io faccio di mestiere la produttrice di ponti. Siccome di ponti si è parlato molto il mio mestiere è produrre ponti; però non sono un ingegnere, allora, per raccontarvi qual è il mio mestiere, bisogna che un po’ vi racconti la mia storia. Io sono nata poco lontano da qui, io sono di Padova, credo in tutta questa folla di essere, certamente, l’unica ebrea che ci sia qui, forse qualcuno di lontana origine ebraica si può sempre trovare. [qualcuno alza la mano in platea]. Eccolo qui! Un marrano, comunque… un’altra, infatti qualche dubbio mi era venuto prima! Quindi io sono nata a Padova, una ragazzina ebrea italiana, che ha fatto una vita normalissima qui in Italia.
Noi siamo una generazione fortunata, tutto sommato, la generazione che è nata nel primo dopoguerra, quindi una generazione che ha avuto la fortuna di aver visto, io i miei genitori antifascisti, non solo perché erano ebrei, ma lo erano anche quando c’erano ebrei che erano fascisti in quegli anni, quindi con delle scelte molto chiare. Poi sopravvissuti all’Olocausto e subito dopo io sono nata, praticamente, con lo Stato di Israele; mia madre era incinta quando è stato dichiarato lo Stato di Israele.
È stata una grande felicità per i miei genitori, sia per mia madre ma soprattutto per mio padre, che era il sionista della famiglia. Io e le mie sorelle, siamo in tre, siamo state tirate su con questa idea del sionismo, finalmente il popolo ebraico può avere un suo Paese, dove non potrà essere più trattato male, dove non può succedere più un Olocausto. Così, ragazzina, sono andata a vivere in Israele, non tanto ragazzina, avevo 19 anni, mi sono sposata e sono nati 3 figli. Mi sono sposata con un israeliano, ma non sono andata in Israele per matrimonio, ci sono andata perché lo avevo deciso.
Il più piccolo dei miei figli, come diceva padre Stoppiglia, è morto in guerra, cosa che uno non si immagina gli possa succedere, certamente io non me lo immaginavo, né se lo immaginava mio marito, né se lo immaginava mio figlio. È morto esattamente 6 anni fa, questa cosa qui dietro [indica il titolo del convegno], questa cosa "Morire, vivere ma non rimanere seppelliti vivi" io ho vissuto, sono morta un pochino con mio figlio, poi ho deciso di non rimanere seppellita a vita. Chiunque ha avuto una perdita di questo genere sa che è uno sconvolgimento tale per cui bisogna prendere una decisione. Io l’ho presa.
Io facevo tutt’altro lavoro, lavoravo all’Istituto di Ricerca scientifica, ho deciso di cambiare lavoro e di cambiare vita. Mi sono anche inventata questo mestiere di giornalista, che non avevo mai fatto fino ad allora, forse più che una giornalista io sono una narratrice, io narro la storia dei miei tempi, dei tempi in cui io sto vivendo. È una storia sconvolgente, la prima tappa della mia storia è stata quella di scoprire che l’esercito israeliano si trovava, in quegli anni, in Libano, ma che non c’era nessuna ragione perché ci si trovasse. Io già lo pensavo, lo pensavamo in molti, però non pensavo che dirlo in un certo modo, con forza, sarebbe poi servito.
Abbiamo formato un Comitato che si chiama delle 4 madri, anzi, in realtà già esisteva quando mio figlio è morto, si è formato nel 1997, mio figlio è morto nel 1998, abbiamo dimostrato, parlato, fatto, scritto, eravamo pochissime donne, eravamo più di 4 però, ma eravamo veramente un piccolo gruppo e abbiamo fatto un miracolo, perché abbiamo fatto sì che i politici capissero che per essere eletti gli conveniva far ritirare l’esercito dal Libano. Questo lo capì, in quegli anni, Mubarak, che poi diventò Primo Ministro, che disse: "Se sarò eletto io farò ritirare l’esercito dal Libano".
Fu eletto e nel 2000 l’esercito israeliano si ritirò dal Libano. A noi donne dissero, a me personalmente, che avrei avuto sulla coscienza se fossero poi morti degli Israeliani, al confine con il Libano, per il ritiro dell’esercito. Mi dissero che avrei avuto sulla coscienza la morte di bambini israeliani, che forse sarebbero morti per gli attacchi provenienti dal Libano, ma non successe assolutamente nulla. Il che dimostra che a volte persone comuni, normali, perché vedete bene che io sono una persona normalissima, che credono di non poter influire sul mondo, invece lo possono fare.
Io so anche che se muoio domani mattina, o fra 5 minuti, questa è una cosa che ho fatto io e di cui sono molto fiera. Io credevo, a quei tempi, di aver fatto una grande cosa e di potermi riposare. In realtà alcune delle donne con cui lavorai, subito dopo caddero in depressione, perché se ti manca una ragione di vita non sai più che cosa fare dopo. Per mia grande fortuna a me non successe, perché cominciai a rompere degli stereotipi, spero di riuscire a farlo anche con voi quest’oggi.
Io penso che, specialmente in Italia e nel mondo in cui voi vivete, conoscete gli stereotipi degli Israeliani, dei Palestinesi, gli Israeliani sono così, i Palestinesi sono colà, le vittime e gli aggressori, eccetera. Io ho capito, ben presto, che le vittime sono vittime e basta, non sono più buone o più cattive, sono vittime. Spesso sono anche stupide le vittime, perché gli errori fatti dai Palestinesi sono stati enormi, probabilmente potrebbero essere in una situazione molto migliore. Certamente gli errori fatti dagli Israeliani sono enormi, ma anche gli Israeliani sono il futuro delle vittime di allora, il che, io lo dico, forse è una cosa difficile da dire, ma la dico lo stesso: per noi, essere stati vittime dell’Olocausto vuol dire essere stati vittime e basta; la vittima non è più buona, è una vittima; come le vittime palestinesi non sono più buone, sono delle vittime.
Nel momento in cui noi ci troviamo invece è molto più facile guardare il mondo come se fosse una partita di calcio. Ci sono, nel nostro caso, io parlo del mondo che conosco meglio, quello israeliano – palestinese, gli israeliani e i palestinesi, o faccio il tifo per l’uno o faccio il tifo per l’altro. In realtà noi viviamo nello stesso pezzo di terra, come l’umanità intera vive nel mondo, nel nostro microcosmo mediorientale noi viviamo nello stesso pezzettino di terra, respiriamo la stessa aria, beviamo la stesa acqua, ci assomigliamo ogni giorno di più, ci conosciamo benissimo, perché abbiamo gli stessi problemi, provocati l’uno dall’altro, per cui se ci vogliamo salvare lo possiamo fare solo insieme.
Io questo l’ho scoperto un pochino più avanti, perché all’inizio della mia battaglia io combattevo per salvare soprattutto i soldati israeliani, che venivano uccisi in territorio libanese e uccidevano i Libanesi, come fossero dei birilli, perché erano stati messi lì sul confine e un pochino dimenticati, come si fa a volte con i soldati, per cui quando i politici fanno così noi dobbiamo dimostrare loro che non è il caso di farlo. Io però mi occupavo in quel momento soprattutto di me stessa, come dire, di salvare gli Israeliani. Invece mi è capitato, circa tre anni fa, di essere invitata dalle Coop toscane, insieme alla mia amica Margherita, che è la mia storica compagna di avventure, con due donne palestinesi, a parlare per la giornata della donna a Firenze.
Noi non avevamo capito, ma eravamo praticamente il divertimento del giorno della donna, eravamo un po’ il circo ambulante, dovevamo divertire le signore per il giorno della donna. Non lo avevamo capito subito, ma l’abbiamo capito dopo questo incontro che io ho avuto con queste due donne palestinesi, una era cristiana cattolica di Betlemme, parrocchiana di padre Ibrahim, l’altra invece era araba, musulmana e israeliana. Non molti sanno che in Israele non vivono solo ebrei, vivono anche musulmani, cristiani, drusi, beduini, eccetera.
Durante queste giornate in cui ci trovammo insieme ci capitò la sfortuna di essere testimoni da lontano dell’ingresso dell’esercito israeliano a Betlemme. Era il periodo peggiore dell’Intifada, il periodo più terribile, in cui c’erano tutti i giorni, anche due, tre, quattro volte al giorno, attentati in Israele; l’attentato vuol dire che uno esce per la strada e salta per aria. Andavi a fare la spesa terrorizzata, era un continuo, questo da una parte, culminato poi con un terribile attentato durante la sera di Pasqua in Israele, e l’ingresso, come reazione, dell’esercito israeliano a Betlemme.
Io avevo già visto cose del genere, del resto lo avevamo visto anche le mie amiche palestinesi, attentati eccetera, loro ne avevano sentito parlare, io avevo sentito parlare dell’ingresso dell’esercito israeliano nei territori palestinesi. Questa però fu la prima volta che questa situazione fu vissuta da noi donne insieme; per me fu uno choc, non successe in realtà nulla di diverso, tranne il fatto che mi trovavo con questa mia mica Mary, di cui parlo anche nel libro, che era lì con me, mentre sua madre le telefonava da Betlemme e le diceva "Guarda c’è l’esercito, ci sono dei morti per le strade, ci sono i soldati a casa di mio fratello, cosa facciamo? Abbiamo provato a organizzare una dimostrazione".
Io parlavo al telefono con i miei amici giornalisti della Televisione israeliana, improvvisamente ho capito qualche cosa, che forse capivo anche prima ma c’è modo e modo di capire. È una cosa che è entrata dentro di me: bisognava salvarsi insieme, per la prima volta io ho vissuto la sofferenza della guerra dal mio punto di vista e dal suo punto di vista. Insieme.
Da allora è iniziato il secondo processo della mia vita, quello di salvarci insieme, poiché nei politici, in questo momento, non credo, nei politici che hanno loro, in quelli che abbiamo noi, non posso, non ho la possibilità di credere in questo momento; abbiamo creato un progetto, che è nato quasi dal nulla. Questo, lo ripeto, vi dimostra che possiamo noi, persone normali, creare dei progetti che poi funzionano, che nascono da niente, dal nulla. Mi telefonò la mia amica Mary, dicendo che c’era un bambino palestinese di Betlemme dell’asilo di padre Ibrahim, che fra l’altro è un mio carissimo amico, che in un certo senso mi sento, in questo momento, di rappresentare.
Questo bambino era malato di leucemia e veniva curato in un ospedale israeliano, perché gli ospedali palestinesi non funzionano più ormai da anni, non c’è più l’assicurazione medica, per cui se una persona, bambini o adulti che siano, è malata o si paga le cure di tasca sua oppure niente. Allora io ho telefonato all’ospedale israeliano che curava il bambino, perché è incredibile ma vero, i bambini palestinesi, con il muro e tutto, vengono tuttora curati negli ospedali israeliani, ho chiesto informazioni al medico che lo curava, e mi ha risposto "Sì, lo faccio entrare di nascosto in ospedale, non so più che cosa fare perché il bambino è curabilissimo, la possibilità di curarlo esiste, però costa tot", allora scrissi un articolo per il Corriere della Sera, raccontando la storia di questo bambino.
Mi telefonarono dall’Umbria, dicendo che la Regione Umbria offriva 8000 €, poi in realtà diventarono 5000, se non sbaglio, che a me sembrava una cifra enorme. Cosa ne faccio di questi 5000 €? Mica posso andare io a darli alla famiglia, perché, come si diceva prima della carità, io non sono per fare la carità, né potevo tenerli io in tasca. Cosa farne? Ho cercato un fondo in cui mettere questo denaro che avevo ricevuto e l’ho trovato al Centro Peres per la pace.
Simon Peres è stato un primo Ministro laburista ed è premio Nobel per la pace, ha fondato il centro Peres, che si occupa di moltissimi altri progetti, in cui c’era questo fondo vuoto. Io ho portato questi 5000 €, per il primo bambino è iniziata la cura.
Poi ho avuto un altro incontro fortunato, con la Regione Toscana, con Massimo Toschi, che è per la Regione Toscana quello che Condoleeza Rice è per Bush in guerra, invece lui è il Consigliere per la pace di Claudio Martini per la Regione Toscana. Un personaggio incredibile, tra l’altro, che io amo moltissimo, e gli ho raccontato questa storia. Lui se ne è stato un po’ zitto, poi il giorno dopo mi ha detto "Ti aiuto io". Cosa ha fatto? Abbiamo capito, lui ed io insieme, che dall’Italia, per esempio, c’erano moltissimi aiuti per i palestinesi, ma c’era l’abitudine di far venire i bambini palestinesi a curarsi in Italia, arrivava l’Assessore alla Sanità all’aeroporto, si faceva fare la foto ricordo, lo fanno ancora in realtà, ma forse in Toscana non l’hanno mai fatto.
Comunque non dava fastidio di sicuro alla Regione far venire i bambini, dimenticando però che si divideva la famiglia a metà, il bambino andava con la mamma in Italia, rimaneva il padre con gli altri bambini, la differenza di clima, il viaggio aereo, i costi, persino il cibo, la lingua; insomma spese altissime, quando l’ospedale in Israele c’era. Allora abbiamo contattato gli ospedali israeliani, i 4 più grandi, abbiamo concordato con loro che accettassero i nostri bambini palestinesi ad un prezzo molto minore di quello che paga la mutua per un israeliano; quindi abbiamo avuto un sconto di circa il 50% sui costi. Questo progetto è partito a novembre di quest’anno, noi pensavamo di curare 300 bambini, curare vuol dire operare, soprattutto operazioni di cardiochirurgia infantile, ortopedia, ustioni gravi. Noi pensavamo di curare circa 300 bambini all’anno, ebbene, da novembre ad oggi ne abbiamo già curati 300, ne abbiamo già operati 300, il nostro sogno è di arrivare a 1000.
Io penso che questo progetto abbia reso noi tutti che ce ne occupiamo felici, felici perché ha creato dei ponti, che non è forse la vita di questi bambini, che sarebbero morti se non fossero stati operati, perché io parlo di neonati, di bambini di pochi giorni. Sono bambini che arrivano da Gaza, da ovunque siano al di là del muro, quindi è un vero superamento del muro, per prima cosa.
Secondo perché il progetto viene fatto da due equipe, una di medici palestinesi e una di medici israeliani che collaborano con tutta tranquillità.
Terzo perché io li vedo questi bambini in ospedale, le famiglie che arrivano, perché non è solo il bambino, è la famiglia, gli zii, i nonni, i cugini. Quello che succede negli ospedali è un piccolo modo, piccolo grande modo di mostrare ai politici, al mondo, a noi stessi, che noi possiamo fare delle cose.
Io penso che il mondo sia in preda ad un virus di proporzioni enormi, io spesso mi sento quasi paralizzata dalla sensazione che sentiamo di quello che succede in Iraq di questi tempi, le parole buttate a casaccio, il parlare di pace come se fosse una caramella, sciogliersi questa parola, pace, in bocca; a me a volte danno fastidio persino le bandiere della pace, quando dietro la bandiera non vedo nulla, quando è solo una bandiera. Sentir parlare di pace quando rimane una parola a me dà persino fastidio.
La pace è questo, questo è fare la pace, questo è creare dei ponti; dirlo solo a me non basta più, specialmente quando lo dicono i politici, naturalmente, perché lo dicono come se fosse una cosa vuota.
Per terminare vorrei dire un’ultima cosa. Quando padre Stoppiglia mi ha chiamato mi ha detto: "Parliamo di conversioni". A me si sono arricciati i capelli, ho detto "No, no, conversioni no", poi lui mi ha spiegato che cosa intendeva per conversioni, allora "Va bene, ci sto in queste conversioni", quindi vorrei che anche ci steste nella conversione di guardare al problema Israele – Palestina come ve l’ho spiegato oggi.
Cerchiamo di non pensare a chi sono i buoni e i cattivi; ci sono i buoni e i cattivi, ma non serve continuare a pensare chi sono i buoni e i cattivi, cerchiamo di vedere come si risolve la situazione, come si può mandare avanti il progetto della pace in Medio Oriente partendo dal basso. Dall’alto sicuramente non si risolve. Grazie.

Manuela Dviri, giornalista