Sbarco a Porto Alegre do Brasil

Una generazione si mette in gioco

«Non dire mai che sei arrivato:
sei ovunque un viaggiatore
in transito».
[E. Jabes]

«… e se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare…
Verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte
per quanto voi vi crediate assolti,
siete per sempre coinvolti».
[Fabrizio De André]

Un giorno, sotto Natale
Erano i giorni dei mercatini di Natale, delle bancarelle colme di superfluità festose, di fantasiosi regaletti per l’albero di rito. La gente sciamava alla ricerca di idee, di stimoli per gli acquisti; e dove si accodava ad una fila, state certi, c’era una degustazione gratuita di prodotti regionali, soprattutto dolciumi.
Sul tavolo c’era solo una tazza da caffè, vuota. Una donna ci poggiò la testa, senza che nessuno mostrasse di farci caso. Il locale era tranquillo, accogliente, frequentato in prevalenza da signore attempate. Passai accanto all’anziana cliente e la salutai con un sorriso: lei volse il capo sorridendo a sua volta, in silenzio, mentre un’inserviente accorreva a dirle bruscamente che no, lì non poteva restare.
Fu allora che notai, oltre il viso dolce e dimesso ed i capelli incolti, le sacche da clochard poggiate in terra: e i piedi, i piedi nudi tra stracci di calze lacere, nelle ciabatte sbrindellate.

Una vecchia algerina indesiderata
Capii al volo che non mi avrebbero consentito di invitarla a sostare con me nel locale, frequentato da clientela elegante e ben messa: un piccolo locale decoroso, troppo rispettabile per ammettere e tollerare la presenza indecente dei poveracci.
Prima che la vecchietta si alzasse, umiliata e mite, mi avvicinai svelto: «Posso offrirle qualcosa?» e le porsi discretamente un po’ di denaro. «Sono algerina — mi disse illuminandosi, in un buon francese di persona bene educata — ma conosco molto bene l’Italia». E si avviò verso la strada piena di gente. «Grazie, grazie tante!».
Come avevo potuto lasciarla andare così, tutta sola, stremata, trascinandosi ai margini dell’opulenza feroce, della bulimica orgia consumistica di massa, invece di portarla con me a passare almeno le feste in una casa calda? Non si festeggia forse un bimbo nato in una stalla, povero tra i poveri, per rovesciare i valori del mondo? Dio mio, dove sarà andata, esposta ai rigori dell’inverno? Che vergogna per me, per noi, per questa nostra folle economia, per questa disgustosa società del benessere e dell’indifferenza.

Porto Alegre: voglia di vivere
Quest’anno sono andato a Porto Alegre. Avevo bisogno di sapere, di conoscere, di ascoltare, di incontrare gente. Ero convinto che i giovani, tanti, arrivati nella capitale dello stato più meridionale del Brasile, Rio Grande do Sul, portavano dentro di sé un disagio profondo per l’assenza di futuro e di senso della società in cui viviamo, insieme ad una ricerca disperata di allegria e di condivisione di sentimenti ed emozioni.
È stato effettivamente un avvenimento maestoso, un evento straordinario di forza, di energia, di tenerezza e di partecipazione. Il clima che si respirava era sano, libero, ma soprattutto festoso, anche perché quando una generazione si mette in gioco si produce qualcosa di profondo nel tessuto della società.
Ho colto, però, in maniera sottile e quasi misteriosa, che molte delle parole che i giovani gridavano non erano nate dentro le loro esperienze e la loro vita quotidiana, ma erano abilmente seminate dagli "intellettuali" di turno, che continuavano a fantasticare di improvvisi e persino miracolosi ribaltamenti della situazione attuale.
Personalmente sono convinto che nessun cambiamento e nessuna rivoluzione possa essere fatta in nome e per conto dei poveri della Terra e magari con strumenti come la Tobin tax o la detassazione dell’1% alle imprese, che non toccano minimamente il fatto del perché, del come e dove produrre ricchezza.

Una rivoluzione nasce dal rifiuto a delegare
Innanzitutto, le rivoluzioni storiche sono sempre state fatte in nome proprio, giacché il riscatto di un popolo o di una generazione comincia proprio dal rifiuto di delegare ad altri il compito di definire i propri bisogni e di far valere i propri diritti.
In secondo luogo, ogni strategia di riscatto implica una progettazione positiva e quindi un’organizzazione del futuro assetto dei poteri che si vuole realizzare, e non già una pura negazione distruttiva ed istantanea di ciò a cui ci si intende opporre.
In terzo luogo, trovo sorprendente che si combatta in nome di popolazioni assenti e lontane, quando nel proprio paese, nel proprio contesto culturale e territoriale, ci sono aree di degrado e di marginalizzazione gravi e per certi versi molto inquietanti.
Non mi ha mai entusiasmato questo volontariato lombardo­veneto, tanto esaltato, che non riesce a contrapporsi e a combattere comportamenti e strutture razziste, xenofobe e ideologicamente settarie, che scorazzano impunemente nel suo territorio.

Un movimento vero si radica nella realtà
Vorrei sottolineare come ogni movimento che tende a mutamenti significativi dello stato di cose esistenti deve necessariamente radicarsi in una realtà effettiva e rappresentare nella sua pratica un’idea della collettività e del bene comune che è il contrario del puro aggregarsi in moltitudini di singolarità separate da ogni stabile legame con il contesto.
A tale riguardo mi è stata rivelatrice e chiara l’esperienza bellissima che ho vissuto avvicinando il movimento Sem terra in Brasile ed il movimento zapatista in Chiapas (Messico). Ho incontrato persone completamente spogliate di tutto riscoprire la propria dignità, ritrovare se stesse attraverso il contatto con la terra e la comunione con gli altri. Perché scoperta della terra? Una terra che noi abbiamo avvelenato, distrutto, ucciso, per amore del denaro e dell’accumulazione, vendendola al miglior offerente e perdendo così completamente la relazione terra­vita, ebbene i Sem terra e gli zapatisti la riscoprono e la redimono dalla speculazione di cui è diventata oggetto e per la quale chi ha i soldi può comprare tutta la terra che vuole, anche se in gioco ci sono delle vite umane. Ritornando alla terra, riscoprono un valore che si era perduto e si redimono di un delitto che la nostra società sta compiendo: la distruzione della terra, prima fonte della vita.
La comunione con gli altri non è altro che la costruzione dell’incontro fra le mani e l’intelligenza, per cui non è più possibile usare l’intelligenza astrattamente, voltando le spalle ai grandi bisogni e alle grandi sofferenze dell’uomo.

C’è una risposta alla guerra che si veste di giustizia?
L’attuale clima, orrendo, di guerra, eletta a regime, tutrice del sistema mondiale dell’iniquità, vestita con i panni della giustizia definitiva, celebrata da un’informazione senza cuore, che illustra la guerra e non la giudica, ebbene un tale clima sembra fatto per produrre un ritorno spaventoso di fiducia nella violenza a servizio del bisogno insopprimibile di giustizia.
La violenza non porta mai giustizia, ma accresce l’ingiustizia.
Ci sono tracce per la speranza? Sì!, nei fermenti scarsi del corpo vivo della società civile. Li abbiamo visti a Genova, Assisi, Porto Alegre ed in tante altre parti del mondo. Sui punti essenziali della giustizia economica, della democrazia politica e della pace, l’umanità non si rassegna. Dagli anarchici alle suore, dai settantenni ai quindicenni, c’è una reale coscienza in movimento.
Questo moto non è anti­global, nomignolo dato da un giornalismo che non vuol capire la realtà. È, invece, un movimento di autentica globalizzazione, cioè di unificazione umana dei popoli nell’uguaglianza dei diritti.

I frutti di un sistema cinico e cieco: l’Argentina, ad esempio
Il sistema, però, è cieco e non solo in America Latina, in Asia o in Africa.
Che cosa sono mai le persone in carne ed ossa? Per gli economisti più famosi, numeri. Per i banchieri più potenti, debitori. Per i tecnocrati più efficienti, fastidi. Per i politici di maggior successo, voti.
Intanto si continua a dire che siamo tutti uguali davanti alla legge. A quale legge? A quella divina? Di fronte a quella terrena, l’uguaglianza si diversifica in ogni momento ed in ogni luogo, perché il potere ha l’abitudine di sedersi su uno dei piatti della bilancia della giustizia. Infatti, è un sistema che ruba con una mano ciò che presta con l’altra. Le sue vittime, più pagano, più devono. Più ricevono, meno hanno. Più vendono, meno incassano. L’esempio più luminoso è l’Argentina.
Secondo la celebre definizione di Oscar Wilde, cinico è colui che conosce il prezzo di tutto e il valore di niente.
Il cinismo, oggi, in Italia, si traveste da realismo, e così la democrazia perde prestigio. Il problema, impersonato nel capo del governo attuale e nei suoi dipendenti, credo sia chiaro a tutti che non è soltanto politico e giuridico, quanto soprattutto antropologico.
Non è la patologia di una persona, ma di un modo di vivere la nostra umanità. È il sintomo — tra il comico, il tragico e il grottesco — di una regressione antropologica a stadi inferiori di evoluzione umana.

Necessaria una battaglia culturale
La battaglia non è solo politica, ma principalmente culturale e spirituale: di che cosa alimentiamo i nostri spiriti? Viene da pensare che l’intento dei politici del Primo Mondo, del resto semplici rappresentanti formali dei padroni effettivi del mondo, è quello che nel Primo Mondo la gente si addormenti nel suo benessere e non si faccia prendere da sentimenti di giustizia globale perché, in questo caso, il mercato globale non potrebbe funzionare e la rivoluzione, sempre in agguato nella storia finché la distribuzione delle ricchezze è così disuguale, potrebbe dissestare gli equilibri che gli uomini dal sorriso pieno di denti candidi hanno creato per loro.
Il prepotente vince se il popolo sovrano non capisce, non sa valutare, non gli toglie il consenso, se addirittura ammira la prepotenza. Il consenso numeroso è ottenuto più facilmente col blandire il peggio della natura umana. La politica crede di dirigere ed invece segue. Segue la cultura e la morale di una società. Chi davvero guida il cammino di un popolo, nella giustizia o nell’ingiustizia, è chi forma ­ con l’informazione, la cultura, l’educazione, l’esempio ­ l’ethos di quel popolo. Sono i buoni o i cattivi maestri che, in definitiva, fanno la storia. Parole ed esempi giusti non sono affatto inutili.

Strategie del pensiero unico
Il pensiero unico neoliberista sta dimostrando la propria efficacia ovunque esistano governi disposti a prenderlo come guida del proprio progetto politico. Il cuore del problema è fare in modo che il disagio imposto alle classi medie resti ad un livello tollerabile e la loro protesta non si saldi con quella delle classi deboli, così che la violenza repressiva possa restare nell’ambito della correttezza democratica.
La scuola deve smettere di creare coscienze critiche e teste pensanti, adoperarsi, viceversa, alla costruzione di una società di imbecilli ben addestrati alle loro funzioni lavorative.
Abolire l’insegnamento come formazione, favorendo l’insegnamento come addestramento professionale. Nell’età della tecnica, infatti, dove tutti i lavori e le funzioni sono parcellizzati, una mansione professionale si impara in sei mesi, ma guai a pensare, guai a chiedersi un senso al proprio fare, guai a ipotizzare un mondo diverso da quello esistente…
La società, la cui politica può affermarsi alla sola condizione di spegnere la cultura, diventerà certamente terribile. Il percorso è già avviato, anche in Italia, ma per raggiungere il suo scopo ha assolutamente bisogno della passività e del concorso degli insegnanti e degli educatori.
Pove del Grappa, febbraio 2002