Scafati.

Tra vecchi Borboni e nuovi Cavour

Oltre l’abusivismo
All’interno della cosiddetta "zona rossa" del Vesuvio, come viene definito il territorio attorno al vulcano, sorge una moltitudine di paesi densamente popolati, tra cui Scafati sul versante salernitano. Tutto il perimetro dell’area vesuviana da qualche anno viene tenuto sotto stretta osservazione, perché da un lato c’è l’esigenza di incentivare le popolazioni ad abbandonare la zona per motivi di sicurezza in caso di eruzione e di fenomeni sismici, dall’altro si vuole recuperare ciò che rimane dell’ambiente naturale.
Come negli altri paesi della zona, arrivando a Scafati la prima cosa che balza agli occhi è la violenza dell’uomo su una natura rigogliosa, rovinata dell’abusivismo selvaggio, un fenomeno che dal dopoguerra a oggi si è ingigantito, lasciando l’impressione di un territorio tagliato a pezzetti. In paese una delle poche aree che hanno resistito al mattone è il complesso dell’ex polverificio borbonico, che comprende uno splendido palazzo, fatto costruire nel 1851 dal re Ferdinando II. La costruzione è di rilevante interesse architettonico e sorge al centro di un parco di dodici ettari, attraversato dal fiume Sarno, che dalla stazione di Pompei arriva dritto all’edificio borbonico. All’epoca il corso del fiume è stato deviato, per ottenere questo risultato, e fino ad oggi parco e palazzo sono rimasti integri nella loro struttura originaria.
Nel tentativo di avviare una riqualificazione ambientale del territorio, il comune di Scafati, la regione Campania, la provincia di Salerno, il Patto per l’Agro e la Soprintendenza ai beni archeologici, erano riusciti ad approvare un progetto che prevedeva la trasformazione del palazzo in museo, in cui avrebbero trovato posto tutti i reperti rinvenuti nell’area, soprattutto di epoca romana. Contemporaneamente era prevista l’istituzione di un ente parco con itinerari archeologici e naturalistici lungo il fiume Sarno. Fatto di non secondaria importanza, se si pensa che questo è uno dei fiumi più inquinati d’Europa e, proprio a Scafati, il Sarno attraversa il paese in condizioni malsane e insalubri, con grande danno per la popolazione. L’anno scorso sono stati avviati dei lavori di risanamento complessivo del suo corso. Nell’insieme, il recupero del fiume e la salvaguardia del parco, due opere parallele e che procedono distintamente, potrebbero avere un risultato di un certo impatto, dando respiro a un ambiente soffocato da uno sviluppo senza regole.

La svendita del parco
I lavori all’interno del polverificio sono già cominciati, con una spesa che supera i cinque milioni di euro, ma ora tutti questi progetti di recupero rischiano di saltare, trasformando Scafati in uno dei tanti casi emblematici di svendita del territorio, un fenomeno che comincia a ripetersi in diverse parti della penisola.
Due giorni prima del capodanno 2004, sulla Gazzetta Ufficiale è apparsa la pubblicazione della messa in vendita del parco, passata quasi inosservata, da parte della Patrimonio S.p.A., la società creata dal ministro delle finanze Giulio Tremonti per monetizzare beni immobili e territorio della repubblica italiana. Il parco attiguo al polverificio borbonico è stato ceduto alla Fintecna, società al 100% a partecipazione statale, ma che a sua volta ha facoltà di vendere ad altri interessi privati.
Tutto questo senza tener conto dei vincoli della Soprintendenza, dei progetti approvati e in gran parte già finanziati. Il sindaco e gli amministratori locali, attoniti, hanno appreso la notizia dalla Gazzetta Ufficiale, senza essere consultati dal ministero.
Il fatto, al di là dell’impatto emotivo sulla comunità, è sorprendente, se si pensa che in teoria quello attuale è un governo che si proclama federalista, anzi che fa punto centrale del suo programma la devolution, il progetto federale del ministro Bossi. Se il federalismo in democrazia significa decentramento e più potere alle amministrazioni locali per ciò che riguarda lo sviluppo del territorio, viene da chiedersi quale tipo di federalismo sta per essere applicato. Possibile che una decisione così fortemente centralista venga presa da un ministro vicino alle posizioni della Lega Nord, la forza politica che dalla sua nascita predica l’autodeterminazione delle comunità locali? Tutto ciò assomiglia piuttosto a un centralismo neoliberista.
A Scafati il rischio che i progetti saltino è più che reale, anche se la Soprintendenza ha già annunciato che farà ricorso, perché dodici ettari sottoposti a stretti vincoli storici e ambientali non potevano essere venduti. In un contesto sociale che da sempre fa i conti con l’abusivismo e l’illegalità e che sta cercando di porre rimedio ai guasti creati, perdere un occasione come questa rappresenta più che un passo indietro.