Se i tempi non richiedono la tua parte migliore, inventa altri tempi

incontro con Stefano Benni

L’invito di Benni nasce dall’affetto per Bologna.
Il desiderio di portalo nel Veneto perché la mia terra entri in contatto con una voce diversa, per fare crescere lo spirito laico. Quel che fa crescere la comunità non è tanto l’obbedienza a Dio, quanto l’amore del prossimo. Nessuno oggi ha la capacità di dire e di parlare e di fare analisi; nascono subito le polemiche e le contrapposizioni. Solo i poeti possono dirci qualcosa. (Giuseppe Stoppiglia)

Io sono uno scrittore e agli scrittori si chiede quasi sempre qualcosa che è al di là delle loro capacità: gli si chiede di essere politico, di fare il politico, di essere economico,di essere uno che salva il mondo.

Giuseppe Stoppiglia mi chiede anche se posso fare il teologo; io ho studiato filosofia e quindi … io cerco solo di spiegare; nei miei libri riesco meglio a spiegare e nei miei libri c’è una presenza continua del tema dell’infanzia e dell’innocenza e di qualcosa che mi ferisce personalmente e che poi diventa scrittura.

La prima cosa che vorrei dire è che i bambini siamo noi; i bambini non sono degli alieni, anche se per alcuni c’è una separazione netta tra il mondo dell’infanzia ed il mondo adulto; questo nostro mondo moderno più che dei bambini, ha paura e odia l’infanzia perché è un momento di speranza e la speranza è terribile; ogni angelo è terribile diceva Rilke; ogni annuncio di speranza (aggiungerei); e questo potere moderno mi sembra, anche se sto semplificando, mi sembra che abbia bisogno per governare di non concedere troppa speranza, e di dire che solo questo (cioè questo che viviamo) può accadere; il potere di questi ultimi anni è un potere basato sulla paura.

Voi dovete obbedirci (dice il potere) perché noi vi possiamo proteggere; e se avete dei sogni metteteli da parte, perché quello che potete aspettarvi è paura; è esattamente (in ambito familiare) l’atteggiamento che un genitore che non ama tanto suo figlio ha, ed è l’atteggiamento di spaventarlo, di dire che deve obbedire e deve uccidere quella diversità che sta dentro l’infanzia, ed è insieme un misto di paura perché c’è anche la paura però c’è anche l’immaginazione.

Quindi quel che il potere non vuole è la indomabilità della speranza dell’infanzia, perché l’infanzia è il periodo in cui non solo c’è il diritto alla sopravvivenza, ma anche al talento; ma vedo che sto diventando troppo serio, e così racconto subito due episodi molto tranquilli. Il primo si svolge in un campo profughi in Rwanda dove siamo andati, avevamo del cibo e dei burattini ed io mi vergognavo a tirar fuori questi burattini ed ero caduto in un errore, che è pure un pregiudizio che ci avete insegnato un poco anche voi (si rivolge ai preti presenti) che prima bisogna nutrirli e sfamarli e poi dopo se hanno tempo giocano. Ed in effetti i problemi principali per questi bambini coinvolti nelle guerre tribali la cosa che hanno amato di più sono stati i sacchi di riso ma quando un bambino ha visto il primo burattino non dico che hanno lasciato i sacchi di riso ma sono corsi tutti a giocare coi burattini.

Quindi il diritto al talento, a giocare resta anche in situazioni di sofferenza estrema quando sembrerebbe secondo un nostro modo di pensare che l’unica cosa importante sia quella di dare soltanto, dall’alto in basso ed è la categoria della pietà e non della parità; noi facciamo il dono, diamo il sacco di riso e siamo a posto. Con la carta di credito (della nostra compassione) siamo come Pavarotti, dei grandi tenori e dei grandi ipocriti. Perché io non credo a questo tipo di beneficenza.

Però la seconda cosa che vi racconto riguarda invece la paura fertile; una volta io ero al cinema con mio figlio, un film che si chiamava “La Sirenetta” non è un gran film, l’unica cosa bella è che c’è una cattiva Ursula, uguale a Vanna Marchi, cui va la mia solidarietà, perché è l’unica disonesta che sta andando in galera, e pur c’è chi ha fatto di peggio.

Avevo davanti a me il babbo e la figlia e la figlia si agitava molto perché come in tutti i film di Walt Disney che è un sadico e vi spiego perché, sadico nel senso nobile del termine, a cinque minuti prima della fine sembra che tutto vada male, la Sirenetta (che è la protagonista) perde la voce, il Principe che come tutti i principi dei film è cretino non sa cosa fare e sembra che Ursula-Vanna Marchi trionfi; e questa bambina saltava sulla sedia perché era agitata, vedeva la situazione complicarsi ed il padre ad un certo momento l’ha presa e le ha detto: smettila di agitarti perché tanto finisce bene; ma bel cretino! Primo perché dal mio punto di vista di scrittore, se diciamo che tutto quello che finisce bene non fa parte dell’emozione del leggere molti libri compresa la divina commedia che finisce bene, infatti Dante torna a rivedere le stelle, allora non vale pena di leggerli?!

No la bambina sapeva bene che il film comunque sarebbe finito bene, perché ne aveva visti dieci di film di Walt Disney, non era un po’ cretina come il babbo e quindi cosa rivendicava la bambina? Il diritto a tenersi la sua paura personale, il suo sogno personale, a capire che viveva in un mondo dove molti avrebbero cercato di spaventarla emozionarla e avrebbe deciso lei quale paura avere e come venirne fuori.

Dobbiamo avere delle paure, ma delle paure vere e non quelle che ci impongono gli altri; dobbiamo avere paura di quelli veramente cattivi e non di uno che ci viene a lavare i vetri; questo era un poco quel che rivendicava la bambina, rispetto al babbo che forse era venuto lì al cinema malvolentieri ed era meglio se fosse rimasto fuori dal cinema; quella volta io non intervenni perché sarebbe stato peggio dire al babbo: scusi signore lei non deve dire così; però poi uscendo dalla sala il riso della bambina era triste perché forse pensava, mio papà è un cretino!

Coi bambini si può parlare di tutto ed anche della morte; quello che veramente li fa piangere è quando non li si rispetta, quando uno dice quella cosa terribile: non te lo posso dire adesso, capirai quando sarai più grande.

Io pensavo forse che dal metro e quaranta, dal metro e cinquanta si comincia a capire qualcosa, ma adesso capisco perché una persona che a noi è molto cara e che ci comanda in questo momento ancora non ha capito perché ancora non è diventato alto abbastanza (che se è alto come Napoleone beh! Allora…), è una battuta per sdrammatizzare.

E’ tremenda quella frase, e infatti io mi chiedevo ma perché e poi ho ribaltato la frase e mi sono detto che le persone che dicono: capirai quando sarai più grande, evidentemente non hanno capito niente neppure da grandi.

E quindi senza mitizzare la figura dell’infanzia, penso che sia questo l’ infanzia (che appartiene a tutti e non solo al bambino in sé), quella cosa che forse il potere odia, uccide, massacra, ed è questa indomabile forza e capacità di speranza dei bambini; che se poi continuano a mantenerla anche da adulti, allora diventano un popolo che spera, lotta e combatte.

9 marzo 2006, discorso tenuto all’incontro organizzato da Macondo presso l’audutorium Istituto Graziani a Bassano del Grappa

testo non rivisto dal relatore