Sguardi eterosessuali fra la folla del Gay-Pride

La sensazione di libertà era data proprio dalla quantità di differenze che si mischiavano:di razza, di sesso, di religione (c’erano molti cattolici e cristiani con cartelli e talvolta con striscioni). C’era gente in pantaloncini corti e canottiera e gente in giacca e cravatta. Gente con le bandiere dei partiti e delle associazioni e gente venuta per conto proprio. Portogruaro, Domenica 9 luglio 2000.
Sono tornata da poche ore dopo aver lasciato casa mia ieri mattina alle sei e mezzo per andare a Roma, al GAY-PRIDE, in compagnia di Fabia (mia sorella).
Sono sfinita di una stanchezza che non mi ha fatto e non mi fa dormire.
O forse è l’adrenalina che ancora circola nel mio corpo?
O forse è la mente che continua a rivedere immagini e a farmi rivivere emozioni?
Mah!
La cosa certa è che è stata una giornata di quelle che non si dimenticano davvero!
A parte lo scenario suggestivo del percorso del corteo, soprattutto nella sua parte finale (Circo Massimo), che colorato dal sole di una giornata tersa acquistava una luce vivissima, la manifestazione è senza dubbio la più grossa a cui io abbia mai partecipato.
Non ho mai visto a Roma , nè da nessun’altra parte, concentrata tanta gente.
Non si può descrivere una marea e l’impressione che ne ho ricavato è che le prime stime date dalle forze dell’ordine (70.000 persone) si allontanino dalla realtà più di quanto non facciano di solito.
L’ultima volta che andai nella città capitolina fu in occasione della prima manifestazione nazionale contro la guerra in Jugoslavia. Si disse che eravamo 100.000. Allora io riuscii per ben due volte a percorrere da capo a fine l’intero corteo.
Stavolta non sono nemmeno riuscita ad arrivare almeno una volta alla testa.
Un serpente chilometrico, senza contare le migliaia di persone che si affacciavano ai suoi lati, lungo le transenne, a vedere la sfilata.
Mi ha davvero impressionato molto non solo la quantità di persone ma l’atmosfera che vi respiravo.
Oggi Il manifesto titola in prima pagina: LIBERI TUTTI.
Titolo centrato.
La sensazione di libertà era la prima cosa che si provava.
Lingue diverse si mischiavano nelle scritte di striscioni, cartelloni, volantini, gadgets, magliette.
Gente da tutto il mondo, neri, bianchi e asiatici.
Eterosessuali, gay, lesbiche, transessuali, bisex tutti mischiati in mezzo e ai lati del corteo che a differenza di altre manifestazioni (è giusto dire più politiche?) in certi suoi tratti assumeva proprio le caratteristiche di una sfilata di carri mascherati: erano camion scoperti addobbati e accompagnati da musica ritmata ad alto volume e sui quali si esibivano per lo più transessuali bellissimi.
Transessuali che seguivano il corteo anche a terra, vestiti spesso in maniera davvero stravagante esibendo attraverso gli abiti una femminilità esasperata: tacchi altissimi, indumenti leopardati o coloratissimi, per lo più con delle scollature da capogiro a mostrare dei seni (che qualche volta invece erano del tutto scoperti) davvero invidiabili per me che proprio non abbondo!
Alcuni si vedeva che erano uomini almeno nei tratti del viso e nella forma delle gambe ma altri… davvero sembravano delle bellissime donne.
Ricordo che io e Fabia ci siamo incantate a guardarne una di colore che girava in costume due pezzi e rigorosamente con scarpe dai tacchi a spillo: una meraviglia, un culo stupendo. Ricordo anche di aver notato che aveva un po’ di cellulite. Ho detto a Fabia: "Però, non l’avrei mai detto che anche loro ce l’hanno considerato il loro sesso di origine". Mia sorella mi ha spiegato che prendono ormoni femminili e quindi …
Ricordo anche la stizza che provavamo, con simpatia naturalmente, al passaggio di alcune coppie di omosessuali davanti ai nostri occhi. Ci è sfuggito qualche volta "che peccato". Egoiste! E’ che alcuni erano proprio dei bei pezzi di ragazzi.
L’idea di non poterci fare un pensierino (nel mio caso solo platonico) ci dispiaceva un po’.
Secondo me le lesbiche erano meno. O forse meno visibili?
Mi pare sia più facile notare un gay che una lesbica: da un lato perchè molti gay accentuano alcune caratteristiche fisiche (il modo di parlare, il modo di gesticolare con le mani, il tono della voce, il modo di camminare ecc…) che sottolineano la loro omosessualità, la rendono visibile (ma solo alcuni, s’intende); dall’altro per il modo di vestire. Molti gay usavano colori vistosi, indumenti insoliti talvolta con una ricercatezza che si suole trovare nel sesso femminile.
E’ più difficile, almeno a me, capire di trovarmi di fronte a una lesbica: i capelli corti, un vestire più da maschio e meno ricercato sono ormai aspetti che accomunano molte donne, specie a sinistra. Insomma io ieri le lesbiche le notavo solo se le vedevo abbracciate o mano nella mano ma non le avrei distinte da sole in mezzo all’altra gente. I gay invece in molti casi si.
La sensazione di libertà era data proprio dalla quantità di differenze che si mischiavano: di razza, di sesso, di religione (c’erano molti cattolici e cristiani con cartelli e talvolta con striscioni). C’era gente in pantaloncini corti e canottiera e gente in giacca e cravatta. Gente con le bandiere dei partiti e delle associazioni e gente venuta per conto proprio.
Insomma l’atmosfera era di estrema allegria, una gioia che contagiava.
La prima parte del corteo era abbastanza monotona: i rappresentanti dei partiti che avevano aderito e delle associazioni che avevo promosso e organizzato il Gay-Pride seguiti abbastanza silenziosamente da qualche migliaio di persone. La parte più interessante della parata cominciava a metà corteo: 7 o 8 camion che pompavano musica a più non posso con dietro gente scatenata che invece di camminare avanzava ballando e cantando a squarciagola.
Ho delle immagini che rimangono come foto.
Un enorme triangolo rosa portato ai lati dalle ragazze dell’Arci-lesbica: il triangolo cucito addosso agli omosessuali nei lager nazisti. Un brivido.
Una coppia di gay che insieme camminavano appaiati, uno spingendo un passeggino e l’altro con un bambolotto infagottato fra le braccia. Una tenerezza infinita.
Alcuni transessuali, io ne ho visti due, che sotto ai loro abiti femminili si erano fatti crescere una pancia da donna al nono mese di gravidanza.
Centinaia di coppie di gay abbracciate. Bellissimo. Li guardavo come si guardano un ragazzo e una ragazza che si fanno effusioni: stessa dolce invidia per quel loro attimo di tenerezza.
Insomma la libertà che si respirava era anche il frutto di una quantità di amore che si sprigionava e che contagiava.
Mentre cammino tiro fuori dallo zaino una bottiglia d’acqua (naturalmente calda come piscio!!!). Bevo, mi si avvicina un trentenne, mi mette la mano sulla spalla, mi fa vedere la sua birra, me la offre, ne bevo un sorso. Freschissima. Grazie. Mi offre la guancia, gli do un bacio e se ne va con un sorriso.
Non so se ho reso l’idea del clima.
Poche le bandiere e i simboli di partito: c’erano i verdi dietro a un loro striscione così come i giovani comunisti di Rifondazione e la sinistra giovanile dei Ds. Pochi.
Lo spezzone dei Cobas, preceduto da un furgone che amplificava una selezione musicale di tutto rispetto, era piuttosto nutrito: molti transessuali lo seguivano così come alcuni anarchici (è lì che ho visto le due uniche bandiere nere del pezzo di corteo che ho percorso). Immancabili i centri sociali la cui musica ho gradito meno: quel continuo tunf tunf che più che ballare ti fa saltare.
Mezz’ora prima dell’inizio del comizio finale io e Fabia decidiamo di staccarci dalla manifestazione per tornare sui nostri passi e raggiungere Circo Massimo: una ampia distesa mezza erbosa scavata nel terreno, al di sotto del livello delle strade circostanti sulle quali si snodava tutto intorno il corteo. C’era già un bel po’ di gente davanti al palco. Arriviamo e sentiamo a tutto volume uscire dagli altoparlanti la canzone Nessuno mi può giudicare. Ri-arrangiata, è piena di ritmo: impossibile non ballare. Io e Fabia ci mischiamo alla piccola folla e per qualche minuto la cantiamo a squarciagola. Poi decidiamo di raggiungere di nuovo il lungo serpentone verso la fine e ci aggiriamo affamate intorno ai baracchini che vendono panini e birre a go go.
Bevo una birra e sono a stomaco vuoto: praticamente per mezz’ora sono stata mezza ubriaca. Decido che è meglio mangiare anche se sono appena le sette. Un panino con wurstel: £ 8000. Alla faccia! Comincia il comizio ma io e Fabia ci aggiriamo attorno ai camion che ancora urlano musica incuranti degli interventi ufficiali.
Quasi alla fine decidiamo di far riposare le nostre orecchie e scendiamo vicino al palco: facciamo in tempo a sentire Irma Battaglia del circolo Miele che per presentare alcune oratrici usa continuamente un’espressione che davvero non mi piace: "Adesso interverrà … anche lei una donna con le palle".
Credo che ci siano altri modi per parlare di donne brave e caparbie che non quelle di volerle farle assomigliare a tutti i costi a degli uomini.
Le donne le palle non le hanno e non vedo perchè il metro di paragone a definire le qualità di una donna debbono proprio essere le palle degli uomini!
Sentiamo anche altri interventi fra cui quello di Leo Gullotta il quale giustamente incazzato sottolinea come il mondo dello spettacolo abbia praticamente disertato fisicamente e moralmente il Gay-Pride quasi che di omosessuali nel mondo artistico non ci sia traccia. Lo indigna quella che lui ha definito la "viltà civile" di molti suoi colleghi. Io la trovo un’espressione bellissima!
Una cosa che mi sono dimenticata di dire è che io personalmente, a differenza di altre manifestazioni, non ho sentito scandire lungo il corteo nessuno slogan (anche se un articolo del Manifesto di oggi ne riporta qualcuno), nè ho sentito amplificata nessuna canzone "politica" o di protesta. Ma il movimento gay e transessuale ha canzoni di protesta a parte quella scelta come sigla qui a Roma?
Alle 8 e mezza di sera la manifestazione è finita. Per mezz’ora si balla ancora per le strade accanto ai furgoni che hanno accompagnato tutto il corteo.
Il nostro treno parte alle dieci e mezza e l’appuntamento con gli altri è alle dieci in stazione. Quindi con calma prendiamo la metro e arriviamo a destinazione.
Prima però io e Fabia ci infiliamo dentro a un bar con una ragazza meridionale che fa l’insegnate precaria a Vicenza e un ragazzo di Padova, davvero un tipo particolare. Capelli lunghi, abbigliamento stile centro sociale, omosessuale, fumatore di canne, radicale, anzi pannelliano dice lui e studente di teologia a Padova (tre anni di corso per diventare insegnate di religione).
Sono sorpresa e lo provoco. Mi interessa capire qual è la sua opinione a proposito della legge in discussione in parlamento, proprio sugli insegnanti di religione che arrivano alla scuola selezionati dalla curia e non attraverso un concorso pubblico e il cui posto di lavoro dovrebbe essere tutelato dallo stato in caso di sopraggiunta inidoneità ritenuta tale dalla chiesa. Mi chiede anche lui in modo provocatorio: in quale caso. Omosessualità per esempio, dico io. E lui pronto: non è l’identità omosessuale a essere considerata un peccato, ma la sua pratica sessuale. Il discorso sarebbe troppo lungo da continuare e lo tronchiamo lì anche perchè dobbiamo raggiungere tutti gli altri in stazione.
Mi rimane però il dubbio su come riuscirà a conciliare la sua attività di futuro insegnate di religione con la sua identità, tenuto conto che al di là della risposta teorica da lui fornitami (che è grosso modo: c’è una differenza fra pensiero e azione) lui vive la sua omosessualità non solo platonicamente, ma anche concretamente. Durante il viaggio di ritorno da una parte mi parlava del suo ultimo moroso che era un cinese e dall’altro faceva una corte a mio modo di vedere abbastanza esplicita a un ragazzo che era in nostra compagnia.
Montiamo in treno, i posti non bastano. Io mi trovo in corridoio e provo a dormire sopra a dei jeans di ricambio che sgusciano fuori dallo zainetto di Maurizio, un ragazzo di Padova conosciuto la mattina. Alle tre e venti arriviamo a Bologna. Dobbiamo cambiare treno ma scopriamo che il treno per Venezia non ci ha aspettato. Dobbiamo attendere tre ore. Primo treno utile alle 6,11.
Gironzoliamo per la stazione. La sala d’aspetto è chiusa. In una quindicina ci rannicchiamo al coperto seduti a chiacchierare. Tra l’altro fa un freddo boia per noi che siamo in pantaloncini e maniche corte. Alle cinque il treno è già sul binario. Ci precipitiamo occupiamo un intero vagone di un treno che scopriamo essere un locale. Che sfiga, farà tutte le fermate! Avete presente quelle carrozze dei locali, una alta e una bassa coi sedili di pelle? Non si può certo dire che abbiamo dormito comodi.
Comunque alla fine a casa ci siamo arrivati, pieni di freddo, di sonno e lerci da far schifo! Però sentivo che ognuno di noi l’avrebbe rifatto. Ecco … magari non il giorno dopo.