Sorella Inter

Sì, avete letto bene. Mi piace pensare di avere una squadra di calcio come sorella e di avere soprattutto “quella” squadra, che rappresenta al meglio la mia proiezione più istintiva, viscerale, recondita, in fin dei conti più autentica. Non avrei mai potuto tuffarmi in un’immagine diversa né esiste al mondo un quadro che esprima così profondamente la mia personalità e i miei desideri irrealizzati. Per me l’Inter è una “way of life”, un itinerario ideale, uno “status” permanente così limpido e solare da brillare come il riflesso del sole sull’orizzonte.
Io e l’Inter rappresentiamo quotidianamente il senso transitorio della vittoria e la certezza irresistibile della sconfitta.
Vinciamo di tanto in tanto, così come di tanto in tanto ci pare di afferrare il trofeo che abbiamo davanti, anelando dolcemente a un traguardo che pare finalmente raggiunto. Poi, alla fine della competizione, ci dobbiamo sempre accontentare, dicendo prima di tutto a noi stessi che sarà per la prossima volta, se Dio vorrà e se avremo più fortuna.
Come nessun altro abbiamo imparato a metabolizzare la sconfitta e a sbriciolare l’amarezza in tantissime minuscole zollette che ci danno sensazioni meno forti e dolorose.
Recitiamo sempre attentamente la parte di chi analizza la sconfitta fin nei suoi dettagli più nascosti: colpa del portiere, della difesa, del centrocampo, dell’attacco, dell’allenatore, dell’arbitro, degli avversari, dell’ambiente, dei tifosi, della società, del campo fangoso, del campo rinsecchito, del campo gibboso, del mondo cinico e baro. Finora non abbiamo incolpato soltanto il Dio di Gesù Cristo, anche se qualche volta siamo sfiorati dal dubbio che anch’Egli sia juventino o milanista o magari semplicemente amico di chi vince al nostro posto.
Sorridiamo di noi stessi, delle nostre mancate vittorie, dei nostri limiti, della nostra sfortuna. Ormai abbiamo una concezione straordinariamente addolcita della nostra carenza affettiva. Il tifoso interista è come un uomo che ama tutte le donne e che non riesce nemmeno a farsi apprezzare dalla più nascosta e insignificante tra loro. È un vincente potenziale, “in fieri”, in divenire. Accoglie dentro sé stesso tutte le ansie più legittime dell’umanità e le riversa in una speranza infinita, incommensurabile, indicibile, invincibile.
Noi vinciamo sempre. Con il cuore e con i sogni noi vinciamo. Noi vinciamo elegantemente e sportivamente e, vincendo così, noi cavalchiamo il futuro di uno sport bellissimo come il calcio, che purtroppo non esiste più da tempo e che noi ci ostiniamo a mantenere in vita con il nostro trasparente romanticismo.
Ecco perché l’Inter, modestamente, sono io.
Sorella Inter.

Le partite sul Telefunken

Io voglio un gran bene a mia sorella. L’ho conosciuta ancora bambino e da allora non me ne sono più staccato. L’ho sempre amata di un amore disincantato, sincero, posato, razionale, quasi austero.
Mi ricordo ancora, come se fosse oggi, la voce stridula di mio padre davanti alla televisione in bianco e nero, una di quelle Telefunken con la manopola a lettere per cambiare canale nella parte retrostante: la A era il Primo Programma, la B era il Secondo e la H la Svizzera Italiana. Clam, clam, clam, clam!
«Stasira g’ha giuga l’Inter» – «Stasera gioca l’Inter». Era un evento storico per una squadra, la Grande Inter di Angelo Moratti e di Helenio Herrera, che faceva sognare operai e impiegati, contadini e commercianti, industrialotti della ghisa e studenti in procinto di aprire la stagione della contestazione.
«Gol!». Il grido era secco, forte, simile a una fucilata improvvisa. «Papà, chi ha segnato?» – «G’ha signàa Corso». Aaaah, Mariolino Corso… Ma ve lo ricordate? La foglia morta, i calzettoni abbassati, il suo trotterellare all’ombra per non sudare troppo… E poi quei gol da sornione. «Gol! G’ha signàa Corso. Al g’ha fai la foglia morta». Che tempi…
Andando allo stadio, voi potete leggere ancora negli occhi e nel cuore di quella gente, che oggi vive di speranze sempre frustrate, proprio le foglie morte di Corso, i lanci di Suarez, le corse di Jair, i dribbling di Mazzola, le avanzate di Facchetti, le cialtronate del Mago. Perché Herrera era per tutti il Mago e, come tutti i maghi, era un amabile cialtrone.
Allenare non sapeva, la partita non la leggeva, la squadra non la capiva. Si limitava a dire, in quell’italiano spagnoleggiante così ridicolo: «Andiamos a ganar el partido, porché nosotros siamos l’Inter». Il povero Picchi assestava la difesa, il classico Suarez assestava il centrocampo, l’abile Corso assestava l’attacco e poi via: «andiamos a ganar». E il merito era del Mago.
Allora tenere all’Inter era come conquistare una bella ragazza tedesca sulla spiaggia di Rimini. In fin dei conti andava sempre bene. Ogni gol era come un bacio e io, che sono cresciuto in quel clima così vivo, tenero e ingenuo, tenevo all’Inter.
La mia prima maglia nerazzurra è stata un evento memorabile. La guardavo in continuazione allo specchio, con quei rigoni così larghi, e non la lasciavo mai. Mia madre mi aveva cucito addosso la stella gialla, quella dei dieci scudetti che noi avevamo già vinto e il Milan invece no. E poi il numero undici sulle spalle: naturalmente quello di Mariolino Corso. Tiravo il pallone contro il muro e poi, quando mi ritornava indietro, io lo aspettavo con le calze abbassate e la stessa aria sorniona. Poi mi fermavo lì per una ragione molto semplice: non ho mai saputo giocare al pallone.
Ero incerto se preferire Corso o Jair. Poi ho scelto il primo perché Jair da Costa, classe 1940, mulatto gigantesco dello Stato di San Paolo, correva troppo forte per rappresentare un bimbo piccolo e gracile come me. «Jair, Jair, Jair, cross per Mazzola, reteeeee!». La voce appassionata di Nicolò Carosio era un impeto che agitava il cuore.

La prima volta allo stadio,
il primo bacio

Ho provato lo stesso impeto quando ho visto per la prima volta mia sorella nell’ottobre 1967 allo Stadio San Siro. Indimenticabile.
Sorella Inter.
Mi ricordo ancora il parcheggio tra gli alberi di Via Harar e le poche automobili in circolazione, il biglietto che costava mille lire, la severità del controllore all’ingresso, la salita sulla rampa del secondo anello, la mano di mia madre da un lato e quella di mio padre dall’altro. «Stai attento a non cadere dai gradini perché sono alti». Raccomandazione inutile, perché Egidio era decollato verso il cielo, come Gesù Risorto, come Maria Assunta, come gli Angeli Custodi.
Ve li ricordate i dettagli degli stadi di allora? La pubblicità del Cinzano, la canzoncina dei magazzini All’Onestà, gli aerei da turismo con la striscia attaccata alla coda e la scritta: «Bevete Ramazzotti». Io non volevo bere Ramazzotti, io aspettavo Mariolino Corso, Sandrino Mazzola, Jair da Costa e poi il Mago che salutava «los tifosos de San Siro che vienen para veder giugar l’Inter».
«Guarda Sarti! Guarda Burgnich! Guarda Facchetti!». Mio padre e mia madre mi richiamavano la vista di ogni giocatore, ma io li conoscevo già tutti. Non serviva dirmi nient’altro. Se l’Inter era mia sorella, loro erano undici zii. Li voglio scrivere in lettere maiuscole e in bella scrittura:
«SARTI GIULIANO, BURGNICH TARCISIO, FACCHETTI GIACINTO, BEDIN GIAN FRANCO, GUARNERI ARISTIDE, PICCHI ARMANDO, JAIR DA COSTA, MAZZOLA SANDRO, DOMENGHINI ANGELO, SUAREZ LUIS, CORSO MARIO». Allenatore: HERRERA HELENIO.
Uno a zero al Lanerossi Vicenza: gol di Mazzola al quindicesimo minuto del primo tempo. Ma che importa? Quello che importava è che finalmente avevo visto l’Inter, avevo visto me stesso, avevo visto il mio futuro. Come l’Inter, io sono nato con idee grandi e poi mi sono ridimensionato poco alla volta. Oggi io e mia sorella andiamo a braccetto in un mondo di cavalieri nobili e interi, ma fuori dalle cose di questo mondo, in un nostro mondo di sentimenti puri, di tensioni umanissime, di cuori integri e spezzati.
L’anima di Peppino Prisco è la nostra portabandiera. Spesso siamo intelligenti come lui, ironici come lui, disincantati come lui. Peppino dal cielo disegna la storia di ciascuno di noi, che siamo passati tra decine di allenatori bruciati e di calciatori falliti: Orrico, Cerilli, Centofanti, Chiappella. Nessuno di noi può dire di essere morto di dispiacere per l’Inter perché, se l’avessimo fatto veramente, oggi di noi non resterebbe che un ricordo sbiadito.
Però, cari amici, come noi non c’è nessuno. Noi sappiamo sorridere amaramente e gioire con poco, come i vecchi ai quali basta un ricordo per essere contenti e come i bimbi ai quali basta un salto per sentirsi felici.
Al gol del 3-2 di Adriano nell’ultimo derby, ho fatto un salto. «Go…». E mi sono fermato subito, stroncando l’urlo in gola. «Oddio, che cosa sto facendo? Salto come un bimbo? Non posso più!». Non lo facevo da anni, sapete? Però ho provato una felicità immensa. È stato come ripetere il famoso e fatidico “primo e unico bacio della mia vita”. In quel momento sono stato capace di leggere gli sguardi della gente che veniva inquadrata sugli spalti e che sembrava dire, dal profondo di un cuore finalmente in subbuglio: «Siamo anche noi come gli altri! Siamo proprio come gli altri! Ogni tanto vinciamo anche noi il derby al novantesimo!». Che gioia! Che felicità! Che sensazione stupenda! Pensateci, amici, anche noi come gli altri…
Sorella Inter.

No, tesoro mio, noi…

Ti voglio bene, sorella Inter, perché a volte mi sento proprio come te: bello dentro e pasticcione fuori, veloce come un fulmine nelle intenzioni e lento come una lumaca nella realtà, brillante nei sogni e deludente nella vita di ogni giorno. È vero o no, sorellina mia?
Noi abbiamo la capacità di nascondere le lacrime dietro un sorriso amaro, in una battuta caustica, in un atto di apparente superiorità. La speranza ci mantiene in vita e ci conferisce dignità. Tu questo lo sai, sorella Inter. E sai anche che incredibilmente il numero dei tuoi tifosi, pur con il passare dei giorni senza una vittoria significativa, invece di diminuire, cresce. I bimbi, gli adolescenti, i ragazzi, gli innamorati, gli sfigati, gli immigrati, gli adulti, i vecchi si accalcano alla tua porta. Tutti quelli che hanno un sogno davanti ti vogliono bene e sperano insieme a te. Ci sarà pure un motivo in tutto questo. Noi raffiguriamo l’umanità che rincorre e che chiede agli altri di aspettarci un momentino. Adagio adagio veniamo avanti anche noi.
«Mamma, io voglio tenere all’Inter, ma mi hanno detto che perde sempre» – ha detto il bimbo di una mia collega a sua madre.
L’Inter perde sempre? No, tesoro mio. Noi vinciamo sempre, perché abbiamo un cuore che non smette mai di battere e di sognare. Con noi il desiderio dell’amore compiuto e un giorno realizzato non manca mai. Noi cantiamo la speranza, tesoro mio.
Ti canto, sorella Inter. Anzi, cantiamoci insieme. Io canto la tua pulizia e il tuo candore e tu canta pure il mio sguardo desideroso di umanità e di affetto.
Però ti confido anche che sono piuttosto preoccupato, perché il giorno in cui vincerai qualcosa di importante, magari lo scudetto o la Coppa dei Campioni, poi toccherà anche a me.
Devo dirti che non ci dormo la notte. Minchia, sorella Inter, e se poi non sarò all’altezza?