Speranza dimensione del presente

Ascoltando “l’uomo sulla luna”

Brandelli

Mi sveglio e penso che l’unico rifugio sia nel tabacco.
La casa è già viva da un pezzo: mia madre è indaffarata; mio padre ha messo la testa in camera per salutarmi solerte; il bagno è umido di vapore, dopo la doccia di mio fratello; le faccende di casa ottengono la precedenza su tutto e picchiettano la testa appena accesa. Mi siedo sul letto e non penso al fatto che adesso potrei aver iniziato da poco la seconda ora, solo avessi una classe e una scuola dove possano succedere una seconda ora e poi una terza e una quarta e una quinta.
E invece penso che dovrei accendermi una pipa e ascoltare i R.e.m, Man on the moon. Giusto per sopravvivere. Certo: mi sveglio in una calda stanza del centro di Padova, giù ci sarà una tovaglia, del caffè da riscaldare e qualche biscotto. Certo non sono nell’Iraq che ha appena votato, nello Sri Lanka di Nirmala, che sta raccogliendo i cocci, nel Perù che hanno visto Matteo e Michela, tra mendicanti-bambini e ville oscenamente ricche, nei dibattiti futuribili di Porto Alegre, con Davide e Giorgia. Certo dovrei sentirmi in forze e spaccare il mondo, perché non sono in pericolo di vita. O forse sì.

Dribbling

Mi faccio soccorrere? Cerco di stare con la testa accanto alle parole di alcuni uomini, anziani del popolo, querce. Cristiano Bortoli, Luisito Bianchi, Giuseppe Stoppiglia. Imbastisco un campo profughi personale; una mia tenda d’emergenza; convoco una riunione di Barbalbero e degli Ent apposta per me, giovane Hobbit. Hanno parecchie lune sulle spalle, voci chiare e la convivenza con decenni di umanità nascosta tra le rughe degli occhi. E mi viene da pensare che la speranza è una categoria che non appartiene ai giovani, ma ai vecchi. È come se per guardare il futuro l’occhio debba essere preparato: una sorta di riscaldamento, uno stretching dei muscoli dell’anima, giri di corsa attorno al campo delle cose, prima della partita. Ricordo che a calcio ho fatto sempre e solo tanta panchina; e guardato spesso l’allenatore giocare.
E voi invece che possedete questa frequentazione con il passato potete agilmente palleggiare con il futuro. Come se la memoria fosse un enorme sacco da riempire a più non posso, una mensola infinita per i libri, un album fotografico di miliardi di pagine: ci pescate dentro e avete di che raccontare, ma talmente tanto da riuscire a raccontare anche quel che sarà, quel che di vero ancora deve venire.

Sovrastruttura

La mia opaca conclusione-sulla-speranza mi lascia perplesso. No, è troppo poco. Mi urta e appesantisce. Non tanto perché è sulla-speranza, quanto perché è conclusione. Roba da manierismo niciano, zarathustra di provincia, lapidaria, da private-eye alcolizzato in un noir di terza categoria. Come dire: bene, adesso che hai trovato la teoria per il tuo malumore che cosa hai concluso? Riesci a mettere i piedi a terra e camminare per il verso giusto?
Sbatto il muso contro una tentazione che sonnecchia alla mia porta, ma è ben reattiva: crogiolarmi nella ideologia di me stesso, in una teoria acuminata, non falsificabile, una ben architettata, decisa immagine di me stesso che mi sorregga, che comprenda e giustifichi disattenzioni, tentennamenti ed errori del passato e getti luce su quello che mi aspetta. Posso così permettermi di lasciar guidare al pilota automatico, di incrociare le dita sulla nuca e godermi il panorama. Si affaccia Pessoa, cinico: la felicità, anche se falsa, è pur sempre felicità…

Che male accompagnati?

In coppia con il portoghese, come spesso mi capita, appare anche Cesare Pavese, a muovere le acque: «se mi accade di fermarmi un momento a pensare, nel mio passato non mi ritrovo e le sue agitazioni non le capisco. È come se tutto fosse toccato da un altro, e io sbucassi adesso da un nascondiglio, un buco dove fossi vissuto sinora senza sapere come. Se non fosse che in questi momenti provo un grande stupore e non mi riconosco nemmeno, direi che il nascondiglio da cui esco è me stesso. Succede, a volte, di vivere intere giornate, e anche molto attive, senza prendere parte ai propri gesti e alle proprie decisioni».
Non a caso, penso, avvicino due uomini cha hanno vissuto decisamente da soli, due campioni di solitudine. O di isolamento?
È proprio sul crinale, sul rasoio tra queste due dimensioni che mi scopro a funambolare: da un lato l’isolamento, il trarsi fuori dalla compagnia dell’uomo e della donna, il serrarsi nella torre del filosofo, il reagire all’inquietudine chiudendo le finestre e la porta, cavalcando sdegnosamente il limite della comunicazione. Riesco a bastarmi. Dall’altro lato, la solitudine: l’avvertire che questo è un tratto che non posso che percorrere da solo, perché è solo mio, perché esattamente a me è data questa possibilità; ma che nel percorrerlo sono sbilanciato in avanti, per raccogliere, per incontrare, per essere accolto e ascoltato. Non posso bastarmi.

Quam minimum credula postero

Alzarsi per dirtelo. Quasi una goffa parafrasi del vivere per raccontarla di Marquez. Non è tanto il movimento abitudinario cui mi costringo, per abbandonare il letto. È quasi una forma interiore, una possibilità da afferrare. Non ha l’arroganza dell’ideologia, della verità scritta e stabile, del programma di vita, perché non c’è finché non accade. È il poter dire: sto venendo da te sulle mie gambe, ora. Un «si può fare» che straborda da una pienezza, quella del sentirmi riconosciuto.
Penso a Matteo, incontrato pochi giorni fa in un’occasione speciale, vitale: due occhi grandi da bambino di trentasette anni, il sorriso che nemmeno lui s’accorge di lasciar spuntare. E una energia cosmica, un addentare l’universo, pezzettino dopo pezzettino. Ci siamo fatti da specchio, abbiamo fatto rimbalzare ascolto e parole lungo una intera pizza serale: seguo la sua storia di questi ultimi anni, il tuffo nel lavoro, a capofitto, a sostenere alcuni programmi che sembravano certi, scritti col fuoco. Poi l’arresto, la fermata brusca e la necessità impellente di prendersi in mano, di concedersi strumenti, con l’esigenza che possiamo chiedere unicamente a noi stessi quando siamo soli. Un’esplosione di sé che è dolorosa, perché sembra negare tutto quello che ci saremmo aspettati, ma che poi, una volta raccolta, si fa feconda, fertile. «Quello che scrissi in quel momento, i punti che dovevo affrontare, – mi dice piano – si è avverato interamente, passo a passo». Come se la speranza non avesse nulla a che fare col futuro perché è cosa che riguarda il presente, una sua dimensione. Le vibrazioni si propagano e trasformano le mattine, le scelte, gli incontri. «Ho iniziato a salutare, ad attaccar bottone con tutti, a chiedere spiegazioni, a parlar di fumetti con la barista, che aveva quella passione da giovane». Là dove c’erano solo i meccanismi del lavoro-dovere-affetti si aprivano cose diverse: un uomo vivo che cammina i suoi giorni contandovi i minuti. Da seduto sulla pretesa di aver capito posso ritrovarmi in piedi, esattamente nel punto dove desideravo essere.