Sperare è da eroi ma non se ne può fare a meno

La cosa da cui parto è il fatto che la speranza si pratica. È un modo di guardare alla realtà, prima di tutto vedendola tutta intera…

Nella mia vita le cose che sento immediatamente collegate in un discorso sulla speranza e su come ora guardo al futuro e al presente sono:

– l’infanzia in cui ho sentito, grazie alle relazioni e alle esperienze dei miei, il profumo dei grandi ideali e delle persone che per essi lottavano e che mi ha fatto appassionare di speranza, sentirla come un luccichio emozionante e commovente perché condiviso;

– l’adolescenza in cui tutto questo mi è sembrato a un certo punto inutile, vuoto, illusorio, portandomi a una grande disperazione e il recupero successivo di quella dimensione grazie ai Palestinesi e alla loro lotta

– la dimensione in cui mi trovo oggi creatasi dentro alcuni eventi: una diagnosi di sclerosi multipla e il non avere figli (come incontro non come qualcuno dice con il male, il peso l’ombra, ma semplicemente con la realtà/verità di ciò che siamo, che ci mostra il nostro cammino di crescita e ricerca e gli “infiniti” confini della nostra libertà e realizzazione), le dimensioni nuove aperte dalla pratica della meditazione e del tai qi, una vicenda dura e dolorosa di chiusura di un’esperienza di vita e politica.

Di base sono estremamente realista: ho bisogno di una speranza credibile, che resista all’esperienza della storia, altrimenti è illusione (non riesco a credere davvero che una società giusta e perfetta, verrà visto che la storia mi mostra quanto ogni esperienza iniziata con le migliori premesse è andata corrompendosi).

Una concezione un po’ più disincantata sostiene che anche non credendo nella perfetta realizzazione di una società migliore il senso della speranza e dell’utopia sono di imprimere un movimento alla storia e un senso alla propria vita: credere in un’ideale serve a vivere, anche se vivere spendendosi per esso non serve a realizzarlo.

Di fatto oggi parlare di speranza più che da eroi, è da folli: non è adeguato con il clima dei tempi. Perché la speranza ha bisogno di un qualche rapporto profondo con il tempo, ma ci troviamo invece in un tempo che ha perso il tempo (inconsapevolezza del passato, incapacità ad abitare il presente, inconcepibilità del futuro di lungo corso).

Cos'è la speranza oggi? Qualcosa cui si aggrappa chi vuole contrastare il clima cupo del tempo presente? Sembra qualcosa che deve avere a che fare con il futuro e con un futuro positivo, qualcosa che bisogna instillare per evitare la deriva nichilista.

L’immaginario e l’esperienza che abbiamo alle spalle della speranza in tempi migliori è comunque quello che veniva prefigurato dal comunismo o dalla teologia della liberazione.

Quindi parlare di speranza oggi per noi significa anche confrontarci con, riflettere a partire da quel tipo di speranza storica che ci ha preceduto di poco (o per alcuni è stata parte della propria vita).

Nella storia mi pare che c’è stata la speranza di qualcosa, in qualcosa che per quanto variamente descritto era un Bene assoluto, luminoso.

Stasera proverò a raccontare la mia speranza che vi costringerà forse a un cambio di ottica. Collocherò la speranza in una serie di considerazioni sulla realtà che di solito sono percepite come lontane dal senso che in Occidente diamo alla speranza stessa, (dentro una concezione lineare del tempo, dentro una definizione netta e separata di Bene e Male).

Decisamente non credo nel sol dell'avvenir, non credo nel tempo come una linea che dopo tante brutture si risolve con una vittoria. Quello sarebbe un Bene troppo di parte (quello che io o il mio gruppo pensiamo dovrebbe essere la cosa migliore per tutti), sarebbe troppo pulito, anestetizzato, irrealistico (se lo applicassi alla storia, cioè se dovessi sperare che un giorno quel bene coinvolga tutti, mi sentirei molto presuntuosa e con manie di onnipotenza).

La cosa da cui parto è il fatto che la speranza si pratica. È un modo di guardare alla realtà, prima di tutto vedendola tutta intera: la mia realtà è fatta 1) da chi non è ancora nato, da chi è qui nel mondo insieme a me adesso e da chi ha già concluso il suo passaggio – l’unica differenza è che alcuni sono visibili e altri non visibili – e poi 2) è fatta da chi è qui intorno a me, da voi, e da chi è lontano, dai miei amici in Brasile o in Palestina, a cui voglio molto bene che magari non sento per mesi, ma che so che ci sono dentro la mia vita e la fanno essere ogni momento così com’è; 3) la mia vita si fonda su quello che vedo, tocco, ascolto, ma anche su quello che intuisco, che vedo in un lampo, che percepisco durante la meditazione, che elaboro nei sogni, che imparo praticando il tai qi, dalla comunicazione telepatica che dice sulle relazioni molto più che un trattato. Insomma tutta la realtà: significa quella visibile e quella invisibile: mi viene difficile pensare che ci sia spazio per la speranza in una realtà ristretta a ciò che vedo e tocco con gli occhi e le mani, in una realtà che inizia con il nostro venire in questo mondo e finisce con l’ultimo nostro respiro, che non considera ciò che ogni giorno, in termini di relazioni, sentimenti, nutrimento, sperimento grazie all’intuizione, alla telepatia, alle antenne sensibili.

Praticare la speranza per me implica non solo vederla tutta intera, ma anche vedere la dinamica della realtà, cogliere il tutto che include movimenti positivi e negativi e quindi anche cogliere il bene dove c'è desolazione e sofferenza.

E il bene di cui qui parlo è semplicemente il fatto che siamo destinati a crescere, ad andare oltre. La nostra vita è un viaggio, un’iniziazione. I miti, le storie, le allegorie ci aiutano infinitamente a capire il nostro cammino, a capire che stiamo camminando, a riconoscere gli ostacoli, le paure, gli aiuti che riceviamo, i rifugi, i passi in avanti che facciamo, a capire se stiamo diventando guerrieri o amanti, monaci o mamme (in senso metaforico oltre che pratico). E questo cammino può essere fatto anche di fatica e dolore. Così come chi ci fa toccare le stelle e scoprire grandi verità può anche avere comportamenti cattivi, moralmente riprovevoli. Tutto ciò che ci capita è il passaggio con il quale la vita ci invita a cambiare, a fare un passo oltre, più dentro. In questo senso anche una cosa terribile è Bene: è ciò che viene per noi, per spingerci oltre (ed essendo teste dure a volte abbiamo bisogno di calcioni forti: malattie, morti, violenze). Spesso una cosa che ci appare all’inizio drammatica si risolve in un grande vantaggio: si diceva “non tutto il male viene per nuocere” o anche “ranne impidimentu è ranne iuvamentu”.

Negli ultimi 9 mesi ho vissuto una tempesta forte che ha cambiato significativamente la quotidianità della mia vita, perché l’esperienza che mi aveva visto coinvolta negli ultimi14 anni e in modo totalizzante negli ultimi 4 si è andata definitivamente chiudendo (e già è difficile capire che una cosa è finita, accettare di girare pagina, sentire che noi siamo anche altro). Si trattava di una cooperativa di comes che ho contribuito a fondare nella città di Modica, nella quale lavorava il mio compagno, intorno e dentro la quale c’erano la maggior parte delle relazioni per noi importanti e che rappresentava soprattutto uno spazio di economia sociale e alternativa, libera e di crescita umana in Sicilia, che abbiamo amato con passione, alla quale abbiamo dedicato tempo infinito, consapevoli della preziosità politica dell’esperimento. Ad un certo punto da parte di alcuni soci, nonché amici fraterni di questi anni, si è andata manifestando la volontà di cambiamento radicale dell’impostazione della cooperativa con una svolta verso il mercato convenzionale e una gestione delle relazioni da normale azienda (anche un po’ “cattiva”, tanto che l’ultimo episodio è il licenziamento di quasi tutta la manodopera), svolta che non si è voluto far passare attraverso un democratico confronto, ma dall’imposizione. L’espulsione nostra e di una serie di altri soci non organici alla svolta si è resa necessaria.

È stata un’esperienza di grande amarezza, rabbia e dolore sia personali (perdi il lavoro, il tuo spazio), che relazionali (vedere le relazioni uccise sotto le falsità, le minacce, vedere tanti che si deprimono, si ammalano), che sociali (vedere la volontà di annientare un esperimento dell’altro mondo possibile che per di più funzionava dal punto di vista economico).

I passi che ho percorso sono stati quello di cercare il senso della tempesta, cioè quali domande pone alla mia vita (verso dove mi sta conducendo, verso quale realtà nuova, verso quale altro gradino di crescita mia o delle mie relazioni). E poi la scoperta del mio animo guerriero avvenuta nel momento in cui ho deciso di non fare la guerra, di lasciare agli altri il loro percorso senza contrappormi, ma liberando le mie energie che avrebbero potuto essere tenute in ostaggio se avessimo deciso di continuare la battaglia colpo su colpo. E poi il perdono (il perdonare me stessa e il perdonare gli altri), grazie alla consapevolezza che allo scoppio della tempesta ci sono arrivata in qualche modo non solo perché trascinata da altri, i “cattivi”, ma per il dolore che evidentemente negli anni, senza accorgermene, ho seminato, per la non comprensione delle sofferenze degli altri; le tempeste poi scoppiano anche per il rifiuto da parte di qualcuno di crescere, di mettersi di fronte con coraggio alle proprie debolezze, di nominare le proprie paure, le proprie ferite.

La tempesta è stata una grande porta verso una fase nuova della mia vita, un combattimento di tai qi. Mi ritrovo in piedi.

Qualcuno esprimerebbe il concetto che tutto – anche la tempesta- è bene dicendo: “tutto viene da DIO”, ma purtroppo ciò nella storia ha rischiato di creare l’immagine di un Dio personale che sa volere e fare il male ed è servito soprattutto a giustificare la realtà così com’è (tutto quello che viene, ce lo dobbiamo prendere: sottomissione, sfruttamento, servi e padroni, le caste, ecc.). Provo a dirvi che invece la cosa fondamentale è che se Dio ci mette davanti anche la tempesta non è per deprimerci e incatenarci ma per rinnovarci, la tempesta non è la volontà di Dio, ma uno strumento come un altro: la nostra risurrezione passa da quella croce che viviamo, Dio ci dà anche la porta stretta perché non c’è accesso a ciò che sta al di là senza quel passaggio, ma Lui ci aspetta appena al di là, ci vuole al di là, non ci vuole fermi qui dove siamo nel dolore o nella violenza e se la vita ci dà la croce, ci dà la forza per portarla e superarla.

Il legno della croce fiorisce sempre, spesso il fiore che esce è diverso da quello che aspettavamo (passare oltre non vuol necessariamente dire fare la rivoluzione… il problema è che può voler dire mille cose diverse e che ciascuno deve trovare cosa quel passare, cambiare vuol dire nella propria vita: per qualcuno potrà anche significare ribellarsi per altri no). Certo sta a noi fare quel salto e può essere – certo che PUO’ ESSERE – che non lo faremo mai, che ne resteremo schiacciati per quanto riguarda questa dimensione (ma poi ce ne sono altre).

Portare la propria croce significa sempre passarci dentro per superarla, non ingaggiare una prova di forza, un “chi la dura la vince”, sopportando fino allo sfinimento. Gesù che non scappa all’arresto né alla crocefissione ci mostra cosa vuol dire “passarci dentro per superarla”: è una bestemmia pensare che la sua sia stata una prova di forza o una scelta masochista. Bisogna prendere sul serio la trasformazione, come lui l’ha presa sul serio per fiducia nel Padre che non poteva mandare a quel paese così tutto all’ultimo momento: secondo la risonanza magnetica io ho la sclerosi, ma io non dico “non sono malata”, dico invece che non mi sento malata, se malata vuol dire vittima, depressa, condannata…. perché dentro la malattia ho scoperto così tante cose entusiasmanti e positive, potrei dire che ho scoperto la chiave, cioè ho dato un senso al mio ammalarmi di sclerosi tanto che l’ho trasformata, non è più un peso, non è più una condanna, anzi è una fortuna e questo non lo posso perdere, non si cancella nemmeno se domani restassi paralizzata: quello non è più il problema.

Ma vi potrei fare anche un alto esempio che mi è capitato di incontrare: una donna che subisce violenza dal marito ha con le botte del marito l’occasione, la porta che la può spingere oltre, scoprendo, perché non l’aveva mai fatto prima, cosa vuol dire per esempio rispettarsi o liberarsi definitivamente dalla prigione in cui tante violenze subite in precedenza dai familiari, l’hanno cacciata, ecc. Sta in fondo a lei la scelta se farlo o no, e sta sempre a lei di capire se trasformare, passare oltre, vuol dire lasciare il marito o imparare a difendersi o guarire il marito dalla sua rabbia e dalla violenza che ha a sua volta subito (come Sherazade nelle Mille e una Notte).

Se non lo farà, la vita probabilmente le ripresenterà un’altra occasione in un’altra forma per riprovare a superarsi: la “vita in abbondanza” promessa nel Vangelo è anche questa: le occasioni sono continue e infinite per andare oltre, lo Spirito non si limita mai a una. A ciascuno di noi sta cogliere la nostra occasione e chiudere i cerchi che ci imprigionano, disinnescare i meccanismi che rendono misera la nostra vita. Se non lo faremo non c’è alcuna punizione, solo meno felicità per noi stessi e per gli altri (perché tutto ciò che non chiudiamo, che non disinneschiamo si trasmette a chi viene anche fisicamente dopo di noi, come i geni, questa è la materia della nostra personalità e del nostro spirito che lasciamo in eredità ai nostri figli).

Le cose negative che ci piombano fra capo e collo nella vita sono lì per noi, per la nostra risurrezione, e sono profondamente nostre, ci appartengono tutte intere, non ci capitano per caso. Dico una cosa forte e inaccettabile per molti di noi: noi stessi le chiamiamo o andiamo lentamente costruendole passo dopo passo con le nostre azioni e i nostri pensieri. Io sicuramente con quella che sono stata e con quello che io dagli altri prima e intorno a me ho assorbito ho fatto sì che la sclerosi fosse una strada che a un certo punto il mio corpo ha intrapreso, e sono quella che ha fatto sì che il tai qi e la meditazione a un certo punto arrivassero nella mia vita e ho contribuito a far sì, pur senza saperlo, che la storia della nostra cooperativa si concludesse in quel modo attraverso azioni e sentimenti che nemmeno ricordo: non posso tirarmi fuori da nulla, né dire che sono stati solo gli altri o il cielo. Cioè la vita che ci tocca in sorte è proprio nostra, non possiamo protestare con nessuno e questo non serve affatto ad accrescere il nostro senso di colpa (sono colpevole o responsabile di quello che mi è capitato), ma a mettere interamente nelle nostre mani la possibilità di risurrezione (sono così, dove mi sta sospingendo, cosa sta dicendo su di me ciò che mi è capitato?).

La speranza per me è un metodo, uno sguardo. Sperare è lo sguardo su ogni evento della nostra vita come fosse l’occasione della nostra vita, l’opportunità, la sfida, l’invito.

Anche il perdono richiede la stessa prospettiva della speranza. Una dottoressa cinese mi ha da poco insegnato che perdonare non è una questione relazionale (si dice che io do il perdono a un altro, ma se quello non lo vuole? Oppure che io ricevo il perdono da un altro, ma se l’altro non me lo vuole dare? Invece lei dice che il perdono è una questione personale, interiore prima di tutto perché è l’unica trasformazione che posso compiere e che forse poi farà cambiare qualcosa fuori di me: io devo perdonare dentro di me – per liberare me stessa dalla rabbia che l’azione negativa contro di me mi ha provocato – o sentirmi perdonata – per liberarmi dalla paralisi che aver fatto il male contro l’altro mi provoca; il resto non lo posso controllare: non posso pretendere che qualcuno accetti il mio perdono o che qualcuno mi dia il suo perdono. il perdono è questo salto che io dentro di me devo compiere, questa trasformazione radicale, questa chiusura del cerchio di violenza di cui parlavo prima).

Allo stesso modo sperare non significa credere che qualcosa che io credo sia il bene si realizzi (quando poi non si realizza che faccio? Mi sparo oppure posso essere così tenace – o malata – da credere all’infinito anche di fronte a continue delusioni e smentite), ma significa guardare la realtà come bene e male continuamente all’opera (una realtà in cui non è così scontato definire cosa è l’uno e cosa l’altro) e come continuamente sospinta oltre da queste forze positive e negative, un perenne invito ad andare oltre, anche quando viviamo in periodi bui, dentro esperienze dolorose, sentire che l’unica cosa che posso fare è non resistere alla trasformazione, non fermarmi nella rigidità, capire il suo senso per me e proseguire.

L'essere positivo o negativo delle esperienze non dipende dal fatto di suscitarci dolore o no, dal fatto di sperimentare morte o vita, dal fatto di sentirsi sconfitti, delusi, abbandonati o invece vittoriosi, gratificati e riconosciuti: dipende da noi, dal nostro sguardo, dalle domande che poniamo di fronte a un evento, da come lo leggiamo dentro la nostra vita: il Male assoluto (come l’assoluto Bene) non esiste.

Sperare significa provare non solo a vedere ma a praticare la vita tutta intera come continua trasformazione, crescita, apertura degli occhi per guardare ciò che ci sta davanti, evitando di nascondersi come lo struzzo, abbandonando la paura, non etichettando ogni cosa come bene o male, decisamente separati, cioè non irrigidendosi e fermandosi.

Vivere la speranza per me significa cercare sempre un senso in tutto ciò che ci capita (senza avere la pretesa di trovarlo), nella certezza che ogni cosa ha un senso per noi e che questo senso è ciò che chiamiamo Dio.

In questa prospettiva sperare è credere che non sei mai condannato all'impotenza, alla paralisi (bisogna liberarsi dal senso di colpa, che è la più grande delle paure), che puoi sempre agire e poi scopri che agire e addirittura combattere non vuol necessariamente dire fare, questo agire può addirittura essere una non-azione come la meditazione, la preghiera. Si spera perché si crede che c’è un Altro che agisce tramite noi.

[Ciò non toglie che in vita io protesti, solidarizzi, cammini insieme a chi lotta, con il distacco di chi prova compassione e quindi si affianca anche sapendo che il loro obiettivo probabilmente è diverso dal mio (non ho un obiettivo se non quello di accompagnare) e che i nostri sguardi sono molto diversi.

Guardando la storia sento ancora che alcune vicende mi piacciono di più e altre di meno, ma penso che tutte abbiano avuto una ragione, un senso, oltre che delle “spiegazioni” storiche e questo lo dico non per assolvere qualcuno a discapito di altri, ma perché credo che la storia viva della stessa dinamica e tensione di cui vive tutta la vita in una spirale che non conduce verso una “fine” che sia il bene o il male, ma un sempre nuovo inizio (pensiamo all’Inquisizione: non dico che era spiegabile per assolvere la Chiesa che l’ha praticata, ma osservo che accanto ad essa ci sono state esperienze di incredibile spiritualità e purezza e che una relazione profonda ci sarà stata fra l’una e le altre). Il loro senso è davvero difficile leggerlo fino in fondo con i pochi elementi che abbiamo in mano; non possiamo che leggere la storia per quelle che sono le nostre necessità, per costruire la nostra identità di noi come singoli e di noi come gruppi sociali. Non dovremmo dimenticarci che questa parzialità è ineliminabile finché siamo esseri umani. Ma la verità complessiva non abbiamo la lente adatta, la visuale necessaria a vederla tutta.]

 

Festa Macondo 2009