Spirito di parte e bene comune

Una guida per riscoprire il concetto di politica come ricerca del bene comune e le azioni in atto per trasformarla in annientamento dell’altro. La premessa, il fondamento su cui ogni cosa si costruisce, su cui si costruisce anche il nostro atteggiamento verso la politica nasce dal cuore. In questo la Bibbia, in particolare il Vangelo è chiarissimo; nel cuore è seminato lo spirito, nel cuore nascono momenti profondi delle azioni umane e credo che questa virtù che noi dobbiamo coltivare quando guardiamo alla dimensione politica, è una virtù senza la quale tutti i discorsi oggettivi, tutti i discorsi di analisi delle situazioni concrete resterebbero infecondi. Quello che conta, infatti, è il nostro rapporto con le cose che deve essere fondato su questi presupposti che, appunto, adesso sono stati enunciati però la questione vera è il modo in cui tutto questo entra nella dimensione pubblica. La questione è la dimensione della politica non come un atteggiamento di ciascuno verso l’altro, ma come la capacità di stabilire dei rapporti, di stabilire delle relazioni tra gli uomini che il loro vivere insieme. Questa è la politica. Diceva Hannah Arendt che "la politica è l’infra del rapporto tra gli uomini", quindi, in questo senso, qualsiasi vita che non si consumi nell’individualismo, che non si consumi nel ripiegamento su di sé, qualsiasi vita nella misura in cui si esercita, si vive insieme con gli altri, è politica, è immersa nella politica.

Anche quando parliamo di spiritualità della politica dobbiamo stare attenti a non fare di questa spiritualità uno spiritualismo, cioè, di avere un buon atteggiamento verso la politica e lasciare che la politica vada per il suo verso. Quando voi mi avete chiesto di parlare nel quadro, appunto, della spiritualità della politica, di questo rapporto tra spirito di parte e bene comune, vi ho risposto subito che, se non fosse possibile passare da uno spirito di parte a una ricerca del bene comune, se noi fossimo condannati a vivere così come ogni giorno la politica sembra proporci all’interno di questa forma assettaria di vivere il rapporto con gli altri all’interno di questa ricerca di un interesse che è sempre di una parte contro l’altra, di un interesse che è sempre frammentato, che non riesce mai a cogliere quello che è il senso comune della vita degli uomini, del loro destino, dei loro problemi, se non si riesce a passare da questo spirito di parte alla ricerca del bene comune, la mia prima risposta è che di questo mondo che abitiamo e che amiamo, delle città che abbiamo edificato, dei grattacieli e delle torri che abbiamo innalzato non resterebbe pietra su pietra. Se non riusciamo a uscire dallo spirito di parte e a costruire il bene comune, la prospettiva non può che essere quella di una distruzione. Non lo dico astrattamente, lo dico proprio tenendo conto della situazione reale nella quale oggi ci troviamo: guardate Gerusalemme, guardate la Palestina nel momento della morte di Arafat. Si costruiscono muri e si abbattono case, si semina odio e si sradicano ulivi, pensate che negli ultimi anni si sono sradicati, in Palestina, più di seicento mila ulivi. Se questo continua, la Palestina sarà distrutta. Questa è la politica! Il lamento di Gesù su Gerusalemme risuona ancora oggi: "Gerusalemme, Gerusalemme, se avessi conosciuto che cosa giova alla tua pace" ed anche il lamento di Rachele, come si legge in Geremia: "così dice il Signore, una voce si ode da Rama, lamento e pianto amaro. Rachele piange i suoi figli, rifiuta di essere consolata perché non sono più". Sia ben chiaro che Rachele qui non è solo la Rachele ebrea ma è la Rachele palestinese. Oggi si dice, lo leggete su tutti i giornali, che finalmente senza Arafat si farà la pace in Palestina.

Cosa vuol dire: "senza Arafat?" Arafat era la Palestina, era il simbolo della Palestina; quello che, in realtà, si dice quando ci dicono che "senza Arafat" si farà la pace in Palestina semplicemente si vuol dire che senza la Palestina si farà la pace in Palestina cioè, nel momento in cui la Palestina e il popolo palestinese rinuncerà ad essere, accetterà di essere solamente una minoranza senza soggettività politica, chiusa negli enclave, chiusa nei campi all’interno dello stato di Israele. Diciamo che non c’è una ricerca del bene comune; qui c’è la teorizzazione del fatto che il bene degli uni o quello che si considera il bene agli uni passa attraverso la negazione degli altri.

Per prendere un altro orizzonte, dopo l’abbattimento delle due torri di New York, questo l’ho detto più volte, il monito è lo stesso che Gesù rivolse ai suoi discepoli dopo il crollo della torre di Siloe. Racconta Luca che in quel tempo si presentarono alcuni da Gesù a riferirgli circa quei galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici; prendendo la parola Gesù rispose: "credete che quei galilei fossero più peccatori di tutti i galilei per avere subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, finirete tutti allo stesso modo o quegli 18 abitanti di Gerusalemme sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?" La stessa domanda si potrebbe fare oggi; credete, che i 2.800 americani che sono morti sotto le due torri, credete che i civili uccisi nella guerra civile, che i civili uccisi a Falluja in questi giorni siano più colpevoli di tutti gli altri iracheni, di tutti gli altri civili? No, non sono più colpevoli, ma se non vi convertite finirete tutti allo stesso modo. Quindi c’è l’invito a riconoscere la solidarietà anche invisibile che c’è tra gli eventi della storia che viviamo, la responsabilità collettiva anche degli innocenti.

Molte volte noi, di fronte alle stragi, di fronte alle guerre diciamo: "noi siamo innocenti, non siamo colpevoli. Sì, abbiamo le nostre truppe in Iraq ma nelle intenzioni non spariamo", insomma, rivendichiamo l’innocenza. Non c’è un’innocenza; c’è una solidarietà oggettiva nel modo in cui le cose vengono condotte e vengono gestite. La vicenda delle due Simona è stata, in questo senso illuminante. Chi può innocente del samaritano che si cura per lenire le ferite, per aiutare un popolo oppresso; eppure, anche le due Simona sono state coinvolte in questa drammatica dialettica di innocenza e di colpa e sono state
considerate colpevoli fino a quando non sono riuscite, con la loro straordinaria capacità di amore, a dimostrare che, invece, erano solidali con il popolo iracheno.

Senza ricerca del bene comune, senza il riconoscimento di questa solidarietà oggettiva che unisce il destino di tutti gli uomini sulla terra, senza uscire dal settarismo per cui ciascuno difende ciò che è suo, allora non solo con né la virtù della politica ma non c’è la politica perché la politica è, appunto, questo, nella sua dimensione oggettiva e non solo nella sua dimensione ideale – etica. La politica è ricerca del bene. Se non è questo non è la politica perché la politica è, per l’appunto, l’alternativa alla violenza egoista e alla guerra, perfino i teorici dello stato moderno l’hanno spiegata così, lo sappiamo fin dai tempi di Thomas Hobbs e quello del lievitano il quale ha cercato di spiegare perché gli uomini hanno fondato lo stato. Guardando le guerre religiose in Inghilterra del quindicesimo e sedicesimo secolo, Hobbs ha visto una situazione di lotta di tutti contro tutti, un darsi la morte l’un l’altro e questo lo chiamò "stato di natura".

Trasferendo quest’esperienza sul piano dei principi, spiegò che dentro questo stato di natura, dentro questo "ammazza-ammazza" reciproco, ad un certo punto scatta la scintilla della ragione e gli uomini fondano lo stato, la comunità politica, come antidoto al reciproco uccidersi, come antidoto alla violenza generalizzata degli uni contro gli altri. Nella visione di Hobbs, cioè nella visione di questa ricostruzione delle origini dello Stato moderno, lo Stato, la politica è un farmacon che è una parola greca che ha un doppio significato. Vuol dire allo stesso tempo medicina e veleno. Questo farmaco che è lo Stato della politica certamente può essere indigesto a qualcuno e qualcuno ne vorrebbe sempre meno perché il farmaco, com’è di tutti i medicamenti, è appunto, nello stesso tempo, medicina e veleno. Lo Stato è medicina è veleno. Non c’è una medicina che non faccia del male ma senza questa medicina il malato muore perciò, quello di cui stiamo parlando non è una virtù che attenga alla spiritualità della politica. Quando parliamo del bene comune noi parliamo della sostanza della politica. Sapete che anche per Aristotele la giustizia era considerata una virtù, anzi, la maggiore delle virtù ma se questa giustizia diventa, poi, un’istituzione di un rapporto oggettivo di giustizia nelle società tra gli uomini. Allora la virtù personale della giustizia non basta e le società muoiono. Qualcuno pensa che della politica si può fare a meno, si può semplicemente lasciare fare agli altri. "Ne abbiamo piene le tasche" molti dicono, ma non si può fare a meno della politica perché la politica – lo abbiamo scoperto in particolare nel Novecento, con i totalitarismi e con tutto il resto – non serve a rendere migliore la vita. Diceva Aristotele che la politica serve alla buona vita; la politica non serve a rendere migliore la vita, la politica serve a rendere possibile la vita cioè, quello che abbiamo scoperto nel Novecento è che la politica serve alla nuda vita. Senza la politica neanche la nuda vita, cioè la sopravvivenza, è oggi possibile. Prendiamo la situazione della miseria nel mondo. L’ultimo rapporto del World Watch Institut dice che un 1.750.000.000 di persone che vivono nel mondo oggi sono "non consumatorI", cioè vivono con meno di un dollaro al giorno, quindi sono considerati ufficialmente "non consumatori". Questo rapporto si rallegra perché fino a qualche anno fa i non consumatori erano un miliardo. Scusate, ho rovesciato perché i consumatori sono 1.700.000.000 ed il compiacimento è nel fatto che fino a politico tempo fa i consumatori erano solamente un miliardo ma, di fronte a questo 1.750.000.000 di consumatori ci sono tre miliardi di persone che sono ufficialmente definiti "non consumatori" cioè, vivono con meno di un dollaro al giorno.

Qual è l’alternativa tra essere "consumatori" e "non consumatori" in una situazione mondiale in cui l’unica realtà che è riconosciuta è la realtà del mercato. Il mercato è il luogo dove si consuma, dove si scambiano i beni, dove i consumatori hanno accesso per partecipare a questa distribuzione dei beni della terra. Essere "non consumatori" vuol dire essere fuori dal mercato, ma essere fuori dal mercato in cui situazione in cui tutti è mercato vuol dire essere fuori dalla vita.

Pensiamo alla realtà della fame: 850.000.000 di persone soffrono la fame e ne muoiono; i grandi del mondo che si erano riuniti in un vertice della Fao a Roma nel 1995 avevano detto che entro il 2015 si sarebbe dimezzata questa cifra. Dopo pochi anni ci hanno detto, in un nuovo vertice, nel giugno 2002: "No, non è possibile, neanche per il 2015 si potrà dimezzare il numero delle vittime della fame e ci sono 6.600.000 bambini che muoiono di fame nel mondo". Prendete la metà della popolazione dell’Africa che non ha acqua potabile, prendete i settanta milioni di persone che nei prossimi anni moriranno di Aids: se la politica non li assume, se non prende su di sé la loro vita, sono finiti, non c’è altro modo per dare una risposta a questi problemi.

Una volta, nelle società di sussistenza la pura sopravvivenza era assicurata perché, appunto, erano società in cui si sussisteva, magari non si faceva una gran vita ma si viveva; si viveva secondo le condizioni naturali del vivere ma oggi non esistono condizioni naturali, non esistono società naturali. Tutto è artefatto, tutto è manufatto, tutto è prodotto e frutto di un artificio. In questa situazione, se non c’è la volontà politica che i poveri vivano, essi non vivono. Questa è la differenza anche rispetto ai tempi passati: oggi la sopravvivenza dei poveri non è una questione di carità, non è una questione di buon cuore, non è una questione di sussistenza, di società primitive che riescono perlomeno a sfamare, oggi la sopravvivenza dei poveri è una questione politica. Se la politica decide che i poveri debbano vivere, allora essi vivranno; se la politica decide che non devono vivere o si disinteressa della loro vita i poveri moriranno.

Questa è la situazione a livello mondiale. Se emarginiamo i poveri, se li scartiamo, se li abbandoniamo a loro stessi questi muoiono e non è la minoranza dell’umanità ma è la grande maggioranza dell’umanità. Se si lascia (?) del mercato la vita diventa una scommessa e si verifica ciò che era stato scritto – l’abbiamo in biblioteca, queste cose sono state teorizzate di essere esposte – molti anni fa. Se prendete Spencer, il teorema ottocentesco dell’industria della Military Society, il teorico della società militare e industriale, scriveva: "se gli uomini sono realmente in grado di vivere, essi vivono e è giusto che vivano; se non sono realmente in grado di vivere essi muoiono e è giusto che muoiano". è teorizzato e questa è una prova che la politica è necessaria e che se la politica non persegue il bene comune, la società si distrugge.

C’è un’altra prova che senza politica, intesa come attuazione del bene comune, non ci può stare e questa prova riguarda la terra stessa, riguarda la sopravvivenza fisica della terra. Non solo senza la politica non ci può essere la vita, ma non ci può essere neanche la sussistenza della terra o almeno di quella terra meravigliosa che abbiamo ricevuto come dono di Dio perché? Perché la terra, parlo della terra nel senso fisico, è in crisi, è sottoposta a un grande pericolo. Lo sapete, ci sono gli scienziati, ci sono le agenzie intergovernative, quelli che monitorizzano il cambiamento di clima che ce lo dicono in tutti i modi: la terra si sta avvicinando molto rapidamente a una gravissima crisi economica e l’aspetto principale sotto cui si presenterà e sotto cui si sta già presentando, questa crisi è la crisi climatica. Già abbiamo i cosiddetti "eventi metereologici estremi". La crisi climatica è prodotta dal riscaldamento dell’atmosfera, dalle quantità di CO2, di anidride carbonica che introduciamo nell’atmosfera con le nostre industrie, con le nostre automobili e tutto il resto. è, lo sapete, tutti: il cosiddetto "effetto serra". Il riscaldamento anche di pochi gradi della temperatura della terra provoca la scioglimento dei ghiacci polari. C’era un rapporto, dell’anno scorso, in cui si diceva che gli iceberg arriveranno fino alle coste del Portogallo, che la corrente del Golfo cesserà di produrre un clima temperato in Europa. Ci dicono che si arriverà allo scioglimento del 95% dei ghiacciai alpini e ci dicono che, con questo cambiamento, anche di pochi gradi della temperatura media della terra, ci sarà un cambiamento del regime delle acque e l’innalzamento dei mari. Qui c’è una cosa che sta ferma da millenni e ora si muove: il confine tra le terre emerse e i mari.

Se prendete il libro di Giobbe, vedete che Giobbe, a un certo punto, si lamenta con Dio e dice: "perché mi tratti in questo modo?" e Dio risponde: "ma come ti permetti di chiamarmi, ma non sai che io sono quello che ho messo il chiavistello alle acque". Dio si rifà a questa grande opera che aveva fatto e ché l’opera della creazione. La creazione è quella cosa che avviene attraverso la separazione delle acque dell’asciutto, dalla luce, dalle tenebre delle acque e dell’asciutto. Questo chiavistello che è lì fermo, fisso da migliaia di anni; questo chiavistello che ferma le acque e impedisce alle acque di invadere la terra ora sta saltando. C’è perfino un’alleanza; noi siamo arrivati alle alleanze tra le grandi potenze; c’è un’alleanza tra le piccole isole, quelle che poi noi vediamo nei depliant turistici, le Maldive, le Marshall, le Commore, le Solomon, perché saranno le prime a scomparire quando si alzerà di cinquanta centimetri o di un metro il livello delle acque e ci saranno delle terre emerse che non lo saranno più, ci saranno dei litorali che saranno invasi dalle acque; altro che Venezia! Poi, la crisi climatica provocherà lo spostamento di 500 km a nord e a sud delle zone tropicali. L’Italia entrerà in zona tropicale e non sarà più l’Italia perché l’Italia senza questo clima che ha avuto finora non è più l’Italia, il clima è anche una cultura, un’identità e non solamente un evento atmosferico e verranno i microbi e i batteri tropicali e le malattie tropicali e ci saranno immense migrazioni di popolazioni ben al di là di quelle da cui oggi ci difendiamo lasciando affondare le navi che nel Mediterraneo le portano fino alle nostre coste. C’è la desertificazione che avanza; c’è la crisi del sistema fisico della terra, prossimo venturo. Gli scienziati dicono che queste cose avverranno nel giro dei prossimi quinquenni o decenni e c’è l’esaurimento delle risorse: stanno finendo i combustibili fossili, non solamente il petrolio e c’è questo aumento spettacolare del reddito del prodotto lordo cinese che aumenta un ritmo del 10% annuo. Ora, la Cina è un paese di un miliardo e duecento milioni di persone, con un ritmo di un incremento del 10% all’anno, con la conseguente richiesta di risorse, di acciaio, di petrolio etc., questo metterà in crisi tutto il sistema economico mondiale e allora che cosa si fa?

Facciamo di nuovo una grande muraglia per circondare la Cina e isolarla, renderla non nociva ai nostri traffici o ai nostri mercati oppure non è questa una sfida che viene alla politica, pensarci in tempo, vedere in che modo si possa affrontare una situazione in cui tutto l’equilibrio della distribuzione delle risorse sulla terra verrà rimesso in discussione.

Se questi problemi non sono assunti, i problemi della fame, i problemi della miseria, della disparità tra una maggioranza di una popolazione povera o le minoranze di popolazioni ricche, la crisi del sistema fisico della terra, l’esaurimento delle risorse, se questi problemi che sono i grandi problemi del mondo di oggi non vengono assunti dalla politica e interpretati e fatti oggetto di una soluzione che tenga conto di un interse generale, di un bene comune universale. Se questo non avviene andiamo verso una crisi gravissima di tutta la convivenza umana sulla terra, insomma, senza essere naturalmente apocalittici. Si può parlare come si è parlato negli anni scorsi di una possibile fine della storia. Noi siamo abituati a pensare agli eventi apocalittici come eventi che vengono dal di fuori, perché è un intervento di Dio ma noi ci siamo resi conto, ce ne siamo resi conto anche nel Novecento, quando abbiamo rischiato l’olocausto nucleare che c’è una possibilità di fine della storia che può essere prodotta dagli uomini stessi; non è detto che siano eventi che intervengono dal di fuori; possono essere il frutto delle nostre disattenzioni o delle nostre scelte. O la politica assume il governo della crisi e quindi cerca di arrestare questa deriva verso la distruzione fisica della terra, oppure questi processi distruttivi faranno il loro corso e c’è il rischio, addirittura, che la politica li aggravi e li acceleri nella misura in cui tenti di salvare la sorte degli uni giocando contro la sorte degli altri. Finora non possiamo essere molto ottimisti perché la risposta che finora la politica ha dato a queste grandi questioni è stata una risposta di totale rifiuto. La risposta che viene data normalmente quando si pongono questi problemi, la risposta che i grandi poteri hanno dato finora e danno la risposta è business as usual, gli affari come sempre. Non sono in discussione, non si cambia regime economico, non si mette in discussione l’ideologia del profitto, il capitalismo non si cambia: business as usual, andiamo avanti come se nulla fosse e questo riguarda tutte le crisi di cui abbiamo parlato.

Nel vertice della Fao a Roma di cui parlavo prima, dove si sono sciorinate tutte le statistiche di questo disastro, il Direttore della Fao, signor Duf, diceva: "vi presento le cifre dell’ordine immorale del mondo". Bene, a quelle cifre come hanno risposto i grandi della terra che erano presenti al vertice della Fao? I capi dei 28 Paesi dell’Ocse, cioè dei Paesi più ricchi della terra che poi sono sempre così solerti a andare ai vertici della Nato, del G8 etc., a quel vertice neanche ci sono andati. Questo per dire che di queste cose non gliene importa e che se anche gliene importasse, non sanno che rimedi proporre perché non vogliono rimettere in discussione i loro sistemi. Quindi non hanno delle proposte, non hanno delle soluzioni alternative, non hanno delle vie da offrire. Dopo qualche anno c’è stato il vertice di Johannesburg, sullo sviluppo sostenibile. A quel vertice, invece, i grandi ci sono andati, ma la maggior parte, a cominciare agli americani, hanno detto a Johannesburg : "sì, tutti questi problemi ci sono ma la soluzione è il libero commercio, il "free trade" e che la soluzione di tutti questi problemi è il free trade. Questo lo si legge anche in quell’ormai famoso documento sulla sicurezza nazionale americana che la Casa Bianca ha prodotto un anno dopo la tragedia delle due torri, nel settembre 2002. In quel documento, in cui si esprime la nuova visione dell’America riguardo i problemi del mondo, si dice che "di fronte a tutti i problemi la risposta è: free trade, free market – libero commercio, libero mercato – e questo dovrebbe risolvere la crisi del mondo. Ma questa è una scelta di disperazione perché si sa benissimo che né il free trade né il free market possono risolvere questi problemi e quindi la politica è licenziata. Il libero mercato non ha bisogno della politica. Se la politica è licenziata, che cosa c’è al posto della politica? Quando la politica non c’è più, cosa resta? Resta la sua controfaccia che è la guerra: o la politica o la guerra. O il mondo si tiene a posto con la politica, e si tenta, in qualche modo, di dare risposta all’ingiustizia, all’istinto di ribellione, a questo disastro che è in atto, oppure si tiene fermo il mondo con la guerra, lo si governa con la guerra. non c’è un’altra strada. O si governa con la politica, con il diritto, con la soluzione dei problemi, con il dialogo, con le mediazioni oppure lo si tiene fermo con la guerra, lo si governa con le armi.

Per quale ragione, oggi, si parla di una guerra perpetua? Si parla di una guerra perpetua perché è perpetua questa situazione di crisi che ormai si è creata e siccome non si dà a questa crisi una soluzione secondo ragione, una soluzione politica, una soluzione nel diritto, una soluzione di nuove risposte economiche, sociale etc. e siccome si dà, invece, la risposta della guerra, questa guerra è perpetua come è destinata a essere perpetua la crisi. Appunto, la tesi che volevo esporre questa sera, è questa: la ricerca del bene comune non è solo una modalità virtuosa della politica, una modalità un po’ più soave della politica. Il bene comune è la politica e se il bene comune non è la politica, quindi se non c’è politica, l’unica cosa che rimane è la guerra.

Quali sono le condizioni della ricerca del bene comune, cioè della politica? Vorrei fare due esempi che sono tratti dalle cronache di questi tempi. Due esempi in cui si vede come non c’è ricerca di bene comune, anzi, la ricerca del bene comune è esplicitamente rifiutata. Il primo esempio lo possiamo trarre dalle nostre cronache politiche nazionali; prendiamo, a esempio, lo scontro che c’è stato in Parlamento sulla giustizia e che c’è tuttora in atto; come sapete, è in corso questa riforma dell’ordinamento giudiziario. è chiaro che si può discutere a lungo; le soluzioni che si possono dare alla crisi della giustizia possono essere diverse e tutti hanno il diritto di avere le loro opinioni però la questione è che nel discutere questi argomenti sono state sempre rifiutate le argomentazioni degli altri come assolutamente irrilevanti. Lo scontro che si è verificato in Parlamento e che si continua a verificare sulla questione giustizia è uno scontro in cui l’argomento degli altri – l’argomento, per esempio, dei Magistrati – è giudicato totalmente irrilevante, non viene preso minimamente in considerazione, cioè non si sente ragione. Il problema non è più chi abbia ragione; il problema è chi ha i numeri per fare approvare le leggi. Il problema non è il dialogo; il problema è la violenza di chi può, di chi ha la forza e perciò la risposta è stata sempre questa. Abbiamo la maggioranza e facciamo quello che vogliamo! Ma allora, che cosa ci si va a fare in Parlamento? Parlamento vuol dire "che si parla", "si parla per farsi ascoltare", perfino la conformazione fisica del Parlamento allude a questo. Il Parlamento non è fatto come uno stadio di calcio in cui ci sono due parti contrapposte ed uno deve vincere sull’altro; il Parlamento non è un rettangolo. La con conformazione del Parlamento, almeno nella tradizione europea, è a emiciclo, è convergente, cioè è fatta per parlarsi, da un settore all’altro. Il Parlamento è fatto così: è convergente verso un centro dove c’è il Governo e tutto intorno i Deputati che si parlano tra loro. Ho vissuto diciotto anni in Parlamento come opposizione e la mia esperienza è stata che noi, in Parlamento, dall’opposizione, siamo riusciti a fare delle straordinarie leggi pur senza essere della maggioranza. Abbiamo concorso a formare delle leggi, per esempio la legge sull’obiezione di coscienza che era una straordinaria legge di innovazione rispetto anche a quella prima legge sull’obiezione di coscienza del ’72 che, però, era tutta impostata sul piano individualistico della tolleranza e non era, invece, la coscienza riconosciuta come fonte di diritto e il diritto, la questione di coscienza, come un diritto fondamentale. Quella legge sull’obiezione di coscienza l’abbiamo scritta noi e siamo riusciti a farla approvare dalla generalità del Parlamento e quindi anche dalla maggioranza, anche dalla Democrazia Cristiana. Tutto questo non perché noi avessimo una forza da far valere o un ricatto ma perché era una legge una sensata, era una buona legge, era una cosa seria, era una cosa buona ed era talmente buona ed innovativa che, vi ricorderete, il Presidente della Repubblica Cossiga, per bloccarla perché era troppo bella, la respinse al Parlamento! L’obiezione di coscienza non gli piacevi, perché gli Stati maggiori avevano fatto pressione su di lui; quindi la legge fu rimandata al Parlamento e quindi, poi, il Parlamento l’ha dovuta riapprovare un’altra volta. Questo l’ho voluto ricordare perché è un esempio in cui c’è stata una realmente integrazione tra la maggioranza e l’opposizione.

Il Parlamento è fatto perché le leggi si migliorino; le leggi entrano in un Parlamento in un modo – perché vengono proposte in un certo modo dal Governo o da un deputato – ed escono diverse. Anche il bicameralismo ha questo scopo di migliorare le leggi ma questo è escluso perfino in via di principio. E’ vero che si parla ancora in Parlamento, ma non si parla per essere ascoltati; si parla semplicemente per adempiere a una ritualità del potere. Siccome la procedura della formazione delle leggi è quella, allora si passa attraverso il Parlamento, ma c’è una maggioranza schiacciante che si fa approvare la legge e quella diventa la legge dello Stato. Questo viene anche teorizzato. Quando ci fu quel furibondo dibattito in Parlamento sulla legge Cirami, dove il Presidente Pera compresse fortemente il diritto dell’opposizione a parlare, il Presidente della Camera Casini scrisse una lettera per dire che lui non avrebbe fatto come Pera, che aveva soffocato il dibattito al Senato; no, lui sarebbe stato liberale e teorizzava che la questione la questa: la maggioranza ha il diritto, entro tempi certi, di fare approvare le sue proposte così come vuole che siano approvate e la minoranza ha il diritto di far sapere al Paese che non è d’accordo. Non è che la minoranza ha il diritto di interloquire, di cercare di modificare le leggi, di introdurre elementi ulteriori di bene comune collettivo per cui anche gli altri possano recepirle e quindi la legge possa essere migliorata. Tutto questo è completamente scomparso.

La minoranza ha il diritto, iN Parlamento, solo di strillare, di farsi sentire e dire perché non è d’accordo perché l’oggetto non è più la legge: l’oggetto sono quelli che stanno fuori; l’oggetto è il consenso dell’elettorato perché l’unico problema è che la prossima volta devono essere gli uni a prendere il posto degli altri in virtù del voto elettorale. Non è che c’è, nel tempo in cui si sta insieme in Parlamento, uno sforzo, almeno l’illusione, che dal rapporto, dal dialogo, anche dallo scontro politico duro possa venire un risultato migliore. Questo non è neanche più contemplato. L’oggetto non è la legge; il trofeo è il potere. è per questo che, in questa situazione, ciò che diventa determinante nello scontro politico è l’informazione.

L’informazione non ha, per scopo, di fare le leggi, non ha per scopo di ricostruire uno Stato, non ha per scopo di risolvere i problemi dello Stato. L’informazione ha lo scopo di fare dell’opinione pubblica, dell’elettorato, l’oggetto del contendere perché, se poi si riesce a conquistare una parte maggiore di questo elettorato, si prende il potere. E’ chiaro che in questa distorsione del sistema, la questione del controllo dell’informazione diventa assolutamente determinante perché chi controlla l’informazione prende il potere e governa. In tutto questo, l’idea della democrazia, l’idea dell’essere diversi, pluralistici, ognuno con le sue idee, con le sue bandiere, con i suoi ideali ma che poi ci si metta insieme per cercare di trovare la sintesi, per cercare di trovare il trascendimento degli interessi contrapposti, per cercare precisamente di costruire questo bene comune non c’è. Questo dove è andato a finire?

Questa è la situazione che si è creata, la cultura che è in atto, ma questa cultura che è in atto è che si è aperta la strada forzando le strutture e le istituzioni così come sono perché, se oggi noi volessimo, il Parlamento lo potremo di nuovo far funzionare nel modo classico per cui un Parlamento deve funzionare: basterebbe, appunto, abbandonare questo spirito di faziosità. Ma adesso che cosa si sta facendo? Adesso si sta cercando di rendere normativo e definitivo questo cambiamento, questo trapasso e si sta facendo una riforma costituzionale per la quale mai più il Parlamento – anche se ci fosse una ventata di straordinaria risorgenza morale o politica, – possa servire a realizzare o rappresentare gli interessi del Paese.

C’è la riforma costituzionale che è già stata approvata alla Camera il 15 ottobre, in tutti i suoi articoli: sono 48 articoli della Costituzione che vengono cambiati, l’intera seconda parte della Costituzione, in cui si cambia l’ordinamento dello Stato. Quasi nessuno lo sa perché, appunto, quella famosa informazione che è controllata, che è colonizzata, che è mistificata, ha raccontato sempre che la cosa di cui si discuteva era il rapporto tra lo Stato e le Regioni. Hanno raccontato che la questione era il federalismo, che la questione era il Senato federale. Ma quale Senato federale? è la distruzione del Parlamento. Attraverso questa riforma si distrugge il Parlamento. Il Senato cessa di essere una Camera politica perché, appunto, viene addetta a dirimere, attraverso un complicatissimo gioco di competenze, il rapporto tra enti locali e Stato e l’unica Camera politica resta la Camera dei Deputati. Ma il compito principale della Camera dei Deputati è quello di stabilire la divisione dei poteri nei confronti dell’esecutivo, per cui l’esecutivo governa solo se ha un rapporto di fiducia con la Camera. Questo delicatissimo meccanismo di garanzia costituzionale viene completamente distrutto perché nella formula che viene sancita da questa riforma: il Primo Ministro viene eletto con il voto popolare, direttamente; senza passare attraverso la nomina del Presidente della Repubblica, presenta alle Camere, annuncia il proprio programma di governo e la Camera non è chiamata a dare un voto di fiducia. Non c’è un rapporto di fiducia ed ogni volta che il Primo Ministro chiede alla Camera un voto, l’adesione ad una propria proposta, ad una propria iniziativa politica se la Camera si dimostrasse renitente o contraria non viene meno la fiducia Camera nei confronti del Governo. Ecco quindi che il Governo non cade e si deve dimettere, ma succede il contrario: viene meno la fiducia del Primo Ministro verso la Camera e il Primo Ministro scioglie la Camera. Questo è il loro meccanismo.

Come volete che la Camera discuta? Come volete che la Camera tenti di interloquire sulla validità delle proposte e delle leggi che vengono presentate perché, se casomai non foste d’accordo, il prezzo di questo non sarebbe una crisi di Governo ma sarebbe lo scioglimento della Camera. In questa situazione viene addirittura istituzionalizzata la figura della "maggioranza parlamentare" per cui, per esempio, se nella stessa maggioranza del Primo Ministro c’è una parte che non è più d’accordo e che potrebbe, perciò, eventualmente nominare un nuovo Primo Ministro, questa parte della maggioranza che volesse far questo non potrebbe chiedere i voti ad una parte della minoranza perché la minoranza è messa fuori gioco, non c’entra più nulla nel rapporto con il Governo. Quindi può essere cambiato un Primo Ministro solo se tutta la maggioranza lo vuole cambiare altrimenti il Parlamento, come compresenza di forze diverse è finito. Non parliamo, poi, della sottrazione di tutti i poteri di controllo del Presidente della Repubblica; non parliamo della politicizzazione della Corte Costituzionale; non parliamo di tutta un’altra serie di ristrutturazioni che vengono stabilite sul piano dell’ordinamento dello Stato per cui sicuramente, se questa riforma dovesse andare in porto fino in fondo, noi da quel momento non saremo più una Repubblica democratica, non saremo più una Repubblica Parlamentare.

Quella formula straordinaria che c’è nella Costituzione vigente, mi pare all’art. 49, dove si dice che "i cittadini hanno il diritto di concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale" – che vuol dire che i cittadini non una volta ogni cinque anni, ma ogni giorno devono potere controllare attraverso le loro rappresentanze o anche nelle forme della democrazia diretta la politica nazionale – quel verbo "determinano" che adesso la Costituzione attribuisce ai cittadini, nella nuova Costituzione è, invece, messo in capo al Presidente del Consiglio, al Primo Ministro; è il Primo Ministro che determina la politica nazionale. "Un uomo solo al comando", come diceva Biagi. Questa non è una battuta: adesso è una situazione di fatto ma domani diventa una situazione costituzionalmente affermata, rigida e irrevocabile.

Come è possibile che in una strutturazione di questo genere ancora si possa ricercare un bene comune? C’è il bene di una parte contro l’altra. L’unica chance che resta in questa monarchia elettiva, in questa sovranità illimitata, – che per almeno i cinque anni di una legislatura non deve avere né condizionamenti né dialettiche di nessuna sorta – l’unica possibilità che resta è che dopo cinque anni, quando magari tutti i guasti siano stati fatti, si può sperare in una successione al potere: e questa è la fine della ricerca del bene comune! Questo era l’esempio che volevo portare della politica nazionale. Dico, per concludere su questo punto, che naturalmente non dobbiamo ancora metterci la cenere sulla testa perché la partita non è finita. è vero che la Camera e il Senato hanno delle maggioranze tali per cui non è possibile impedire che questa riforma venga portata fino in fondo; dopo il voto della Camera del 15 ottobre dopo la riforma va al Senato, probabilmente la maggioranza la vorrà fare approvare esattamente negli stessi termini in modo tale che possono cominciare a decorrere quei quattro mesi che sono necessari per la seconda lettura, sia alla Camera che al Senato ma questa procedura è nelle mani della maggioranza e quindi è possibilissimo che nel giro di cinque o sei mesi la nuova Costituzione, la modifica dell’intera seconda parte della Costituzione sia compiuta. A quel punto resta solo il referendum. Se con il referendum riusciremo a bloccare questa riforma, salviamo la Repubblica; se non ci riusciremo abbiamo perso non una battaglia, ma la madre di tutte le battaglie – perché possiamo fare tutte le battaglie purchè ci siano gli strumenti – se abbiamo le libertà, ma se tutto questo ci viene sottratto, dopo c’è solo la rivoluzione. Come dice la Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo, se gli uomini non vengono riconosciuti nei loro diritti e nelle loro libertà fondamentali, non resta altro che la ribellione. Spero che non si debba arrivare a questo. Questa è la ragione per cui – lo dico, tra parentesi – in questi giorni stiamo cercando di spingere in tutta Italia per la formazione precoce dei Comitati per il non referendum costituzionale. Siamo convinti, anche l’esperienza delle elezioni americane lo dimostrano, che negli ultimi due mesi non si vince una campagna elettorale o ci si prepara in tempo oppure un referendum costituzionale; al contrario, lo si perde perché non si può, all’ultimo momento, dire: "cittadini, guardate, vi stanno togliendo le libertà". Non è possibile; è un discorso troppo delicato ed è quindi indispensabile che, fin da ora, parta dappertutto questa presa di coscienza, questa informazione, questa conoscenza dei termini di questa riforma che è in corso. E’ necessario che in tutto il tessuto della società nazionale si creino dei gruppi di animazione, di informazione, di mobilitazione perché quando sarà il momento del referendum noi non ci facciamo cogliere impreparati.

L’altro esempio che volevo discutere riguarda la vita internazionale e prendiamo il caso maggiore di questi anni; naturalmente, che è ancora sanguinante, lo vediamo in queste ore in questa tremenda vicenda irachena, cioè l’assedio di Falluja, la questione della guerra irachena.

Tutti noi sappiamo che in Iraq le armi di distruzione di massa non c’erano, tanto è vero che non sono state trovate. Ormai tutti, anche quelli che avevano fondato, su questa famosa questione delle armi di distruzione di massa tutta la giustificazione della guerra, hanno dovuto riconoscere che effettivamente non ero vero quanto si è voluto far credere all’opinione pubblica mondiale. Ma come è andata quella vicenda? Voi ricorderete che nel novembre del 2002, cioè nei mesi direttamente precedenti la guerra e precisamente l’8 novembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite votò una risoluzione che venne presentata come una risoluzione politica diplomatica che dava all’Iraq l’ultima chance per evitare la guerra. C’era una risoluzione in cui si diceva a Saddam: "se ti lasci ispezionare, se fai vedere che le armi non ci sono, allora la guerra non ci sarà". Era una risoluzione apparentemente molto magnanima ma questa era solo l’apparenza perché, in realtà, quella risoluzione era già una dichiarazione di guerra, cioè il dispositivo che gli Stati Uniti fecero mettere in quella risoluzione era che, siccome la guerra con l’Iraq non era mai finita – la prima guerra del Golfo – ma c’era solo un cessate il fuoco, non c’era bisogno di dichiarare un’altra guerra; cessava il cessate il fuoco e la questione era questa delle armi.

In quel momento, tuttavia, fu messo in atto un meccanismo ad orologeria, "una trappola" come hanno detto gli stessi americani commentando la risoluzione e la trappola era questa: si diceva, entro l’8 dicembre "ci devi dare gli elenchi delle armi che hai e degli scienziati che le stanno costruendo ma ogni omissione in questi elenchi o ogni bugia sarà considerata ragione di guerra, sarà considerata legittimazione di un intervento. Vale a dire, segreti e bugie sono causa di guerra". Ma chi decideva che lì ci fossero rimasti dei segreti e che fossero state dette delle bugie?

In quegli stessi giorni, a Praga, al vertice della Nato, Bush disse: "Aspettiamo l’8 dicembre, quando Saddam Hussein non ci dirà dove sono le armi e allora questa mancata confessione integrerà le condizioni poste dalla risoluzione dell’O.N.U. e perciò noi lo attaccheremo". Questa era la situazione ma se davvero Saddam Hussein non aveva queste armi, come faceva a dire che le aveva? Era la situazione senza uscita perché? Perché se Saddam diceva di avere le armi, ma poi dopo queste armi non si trovavano perché non c’erano, allora questa sarebbe stata occasione di guerra; se Saddam Hussein diceva: "non ho le armi", questa veniva considerata una bugia e era ugualmente occasione di guerra. Sono andato in Iraq a dicembre, con una delegazione parlamentare ed abbiamo parlato con gli ispettori dell’O.N.U. che avrebbero dovuto verificare la situazione e ci hanno detto: "stiamo visitando tutto, ci aprono tutte le porte, finora le armi non le abbiamo trovate": non le avevano trovate e non le trovavano ma la questione era che, comunque, si doveva, sulle armi, giustificare la guerra all’Iraq. Allora lì non c’era ricerca di un "interesse generale", ma c’era, evidentemente, questa predeterminazione che la guerra, comunque, si dovesse fare.

La domanda è questa: ma perché, sia nell’ordine interno, sia nell’ordine internazionale oggi c’è questo indurimento, per così dire, c’è questa drammatizzazione dello scontro, c’è questa assoluta non volontà o incapacità di trovare una composizione, una soluzione tra le parti? Perché oggi deve vigere, tanto negli ordinamenti interni quanto nell’ordinamento internazionale solamente la logica dello scontro, logica della forza, logica del conflitto? Ci deve essere una ragione. Non è possibile che gli uomini, improvvisamente, sono diventati più malvagi, più cattivi, si sono dimenticati tutta la storia del diritto, si sono dimenticati il parlamentarismo, si sono dimenticati la democrazia internazionale, si sono dimenticati che cinquant’anni fa si inventavano l’O.N.U.. Non è possibile che tutto questo non abbia una ragione perché non possiamo affrontare i problemi della storia dicendo: "va bene, ci sono le follie". No, non ci sono le follie.

Padre Balducci diceva: "ma come mai hanno fatto la guerra del Golfo dato che abbiamo capito che la guerra è fuori dalla ragione?". è una cosa irrazionale, quindi lui, da bravo cartesiano diceva: "questa guerra non ci doveva essere", invece la guerra c’è stata. Perché? Perché c’era quest’altra ragione che dobbiamo trovare perché altrimenti non abbiamo armi in mano, non abbiamo strumenti in mano per superare la situazione.

Qual è la ragione di questo generale sovvertimento del diritto? Qual è la ragione per cui il diritto è sotto attacco sia sul piano interno con questo attacco alla Costituzione, sia sul piano internazionale con la liquidazione dell’O.N.U? Con la liquidazione del diritto umanitario di guerra i prigionieri di guerra non sono più riconosciuti come prigionieri di guerra ed invece di internare i prigionieri in campi di prigionia si mettono in prigione come a Guantanamo. Perché tutto? Credo che dobbiamo andare a cercare le risposte e, forse, ci sono delle date che si possono stabilire per capire come tutto questo è nato; probabilmente la data cruciale che vale sia per spiegare il deterioramento della situazione dell’ordine interno, sia per spiegare il deterioramento nella situazione internazionale, è il 1989, cioè il momento in cui si passa da un sistema ad un altro, da un regime ad un altro. Cade il Muro di Berlino e quel vecchio ordine, così criticato anche da noi e così malconcio come sappiamo, quel vecchio ordine di due blocchi che aveva, bene o male, garantito l’equilibrio per quasi mezzo secolo, viene meno. Ecco che, da allora, cominciamo i processi di cambiamento. In Italia comincia il processo di smantellamento della cosiddetta "Prima Repubblica" e comincia la lotta per passare a quella che viene chiamata "la Seconda Repubblica" cioè, un nuovo Ordinamento il cui disegno comincia a profilarsi subito dopo l’89, nel ’91, nel ’92 e che, appunto, adesso sta arrivando al punto di arrivo della nuova Costituzione.

è cominciato allora il processo; per questo non possiamo arrivare all’ultimo momento perché, in realtà, questo processo di snaturamento della Costituzione, di snaturamento del sistema della divisione dei poteri, questa delegittimazione della magistratura, tutto questo è cominciato molti anni fa; è cominciato agli inizi degli anni novanta; anzi, addirittura è cominciato alla fine degli anni ottanta e cominciò con un messaggio alle Camere dell’allora Presidente della Repubblica, Cossiga, che fu il primo, in un messaggio alle Camere, a dichiarare ormai "obsoleta e decaduta" la Costituzione del ’48. Questa è una cosa che nessuno ricorda ma la prima spallata – allora si parlava di picconate – l’ha data il Presidente della Repubblica in carica: poi, dopo arrivò Mario Segni, il passaggio al sistema maggioritario uninominale bipolare etc..

Non si capiva qual era il disegno che c’era dietro ma adesso si può capire ancora meglio.

Qual era il mostro da abbattere? Era precisamente quest’idea che nella politica tutti insieme si cerca il bene comune e quest’idea che a noi sembra così elementare, sembra così naturale veniva spregiativamente definita come consociativismo. Cos’è il consociativismo? è il fatto che da parti opposte di schieramento politico si cercassero degli accordi.

Questo veniva considerato come la nuova forma di democrazia che veniva presentata, che veniva propagandata, che veniva esaltata come l’unica valida per l’Italia e in genere per ogni paese era la democrazia competitiva. Veniva anche chiamata democrazia governante, come se per quarant’anni non si fosse governato questo Paese, come se si fosse preso dalla disperazione del fascismo e della guerra e non lo si fosse portato, in fondo è stata la quinta potenza industriale del mondo l’Italia in quei quarant’anni così vituperati.

Il problema, si diceva, era la governabilità. La realtà è che quella che veniva rivendicata era un’altra idea di Governo e in questa nuova accezione o governare voleva dire che qui conquistava il potere lo potesse esercitare senza remore e senza controlli almeno per tutto il tempo della legislatura salvo, poi, doverlo chiedere all’altro contendente.

In questo passaggio dalla democrazia parlamentare o partecipativa alla democrazia conflittuale e governante non c’era solo uno spostamento semantico o di parole, ma cambiava il fine della politica. Oggetto della politica e il suo fine non è più il bene comune anzi, secondo i nuovi teorici della politica, "il bene comune è un pericolo". Che cosa dicono questi nuovi teorici? "Il bene comune non esiste". Voi credete voi che esista un bene comune ma è un’astrazione, il bene comune non può esistere perché la società non è fatta altro che di interessi che sono contrapposti. Quindi non ci può essere un bene che, in qualche modo, raccolga tutti gli interessi. Non può esistere un bene comune e, se anche esistesse, non potrebbe essere riconosciuto. Chi può riconoscere qual è il bene comune? E se anche esistesse e fosse riconosciuto non potrebbe essere perseguito perché questo vorrebbe dire cadere nell’ideologismo e nel totalitarismo.

C’è una teorizzazione del fatto che la politica deve risolvere solo problemi concreti, determinati, interessi specifici, momento per momento, senza un disegno, senza un punto di partenza, senza un punto di arrivo perché chiunque pretenda di dire: "Il bene dell’Italia è questo", sarebbe in sospetto di volere governare in modo totalitario. C’è tutta la polemica contro le ideologie, ideologie che certamente hanno fatto cattiva prova nel Novecento; allora, qualunque tentativo razionale e perciò ideologico, di identificare storicamente un bene comune, concretamente necessario ed esperibile in quel determinato momento storico – perché nessuno pensa a fare il disegno della società ideale, la città di campanella, la città del sole, la città dell’utopia – questo sarebbe ideologismo ma che momento per momento si debba essere in grado di riconoscere quali sono i modi in cui gli interessi contrapposti e divisi possono essere ricomposti in una sintesi per cui il massimo dell’esigenza e dei bisogni e anche dei desideri di una società possono essere adempiuti: questa viene considerata un’eresia, viene considerata una cosa che appartiene al passato che la nuova politica non deve neanche pensare di contemplare. Quindi viene negato, in via di principio, che esista un bene comune. Invece, il fine e l’oggetto della politica è un altro: è il potere. Il potere non è più lo strumento della politica ma è il suo fine; il potere è l’oggetto immenso della politica, è il suo trascendente, il suo assoluto e quindi questo potere non si può spartire ma deve essere detenuto da una parte sola e perciò devono scomparire tutte le differenze, tutte le ideologie, tutte le sfumature. Nell’idea che in un uomo solo si possa riassumere tutta la dialettica sociale e la dialettica politica c’è un’idea contro natura perché non è possibile che un uomo solo possa, in qualche modo, interpretare gli interessi di tutti. L’unico modo di interpretare l’interesse di tutti è la rappresentanza nella quale, appunto, i diversi interessi hanno la loro specifica rappresentanza. Nel dialogo e nel rapporto all’interno della rappresentanza si può fare da sintesi ma l’idea che una sola persona possa zeusicamente, possa demurgicamente riassumere in sé gli interessi contrapposti di tutto il corpo sociale: questo famoso "uno solo al comando", è una cosa che non solo è contro la democrazia ma è contro la ragione.

Se il potere diventa l’unico oggetto della politica e se questo oggetto non si può spartire e deve essere mantenuto unito etc., allora è chiaro che non si può determinare una cultura di tipo manicheo. Si può stare solo da una parte a dall’altra. Il centro tutti lo cercano ma nessuno lo trova; c’è solo la destra e la sinistra. Vale la regola che chi vince, vince tutto; chi perde, perde tutto ed, infatti, con la conquista e il potere politico è prevista la confisca di tutti i poteri derivati: nella burocrazia, nella RAI, nelle aziende pubbliche. C’è addirittura una legge sulla divisione delle spoglie. Si chiama, in americano, "spoil system"; è una legge dello Stato e questo assetto istituzionale che adesso si irrigidisce addirittura in una nuova Costituzione comporta una cultura che, purtroppo, sta mettendo radici in questo Paese: è la cultura dell’inimicizia, è la cultura della reciproca distruzione, è la cultura del disprezzo, della diffamazione. Non si può credere, non si può dare credito, dare fiducia all’altro, al mio nemico, al mio avversario, anzi, non lo si può neanche ascoltare, non ci si può neanche augurare che l’altro dica o faccia qualche cosa di sensato perché, se lo facesse, elettoralmente sarebbe una sciagura. Non posso riconoscere che il mio avversario abbia ragione. Se faccio politica, questa politica, e dico: "guarda, hai detto una cosa giusta" sono un cattivo politico. Non posso riconoscerlo perché il sistema istituzionale mi impedisce e mi vieta di riconoscere l’eventuale ragione del mio avversario. Questo è il dramma.

Quando pensiamo alle riforme istituzionali ci sembra che siano delle cose neutrali perché, poi, quello che conta è la cultura, è la spiritualità, è l’animo. Ci sono delle forme, delle organizzazioni della vita politica e sociale che obbligano a comportamenti perversi, che obbligano a culture di inimicizia, che obbligano le inimicizie. Questo è il punto. Non possiamo disinteressarci delle forme, quali sono le forme del potere. Le forme del potere sono la sostanza e la democrazia è stata inventata proprio per questo, perché si è capito che nel modo in cui il potere viene organizzato, viene garantito e viene amministrativo, in quel luogo c’è la superiorità di una civiltà che cresce in diritti, in tolleranza, in libertà rispetto a una società totalitaria.

L’altro orizzonte è quello internazionale. C’è stato, sul piano internazionale, questa fuga dal diritto internazionale, questa diffamazione delle Nazioni Unite, questo passaggio alle maniere della guerra, del conflitto etc.. Anche qui l’origine è l’89, è la fine dell’ordine bipolare che, a suo modo, era un ordine in cui ci si ascoltava.

Finisce l’ordine bipolare e si apre, dopo, il mondo come lo si governa. Non c’è più la diarchia; non ci sono più i due grandi poteri, Washighton e Mosca. Anche qui c’è la tendenza alla riunificazione del potere in un unico potere e, naturalmente, gli Stati Uniti – che sono la potenza uscita vincitrice da questa che è stata la guerra fredda, il confronto ideologico etc., – si candidano a raccogliere questa successione e lo fanno anche adducendo delle forti ragioni, c’è un Consigliere di Carter (?) uno dei più autorevoli uomini politici di cultura americana che era stato, appunto, Consigliere per la Sicurezza Nazionale che alla fine degli anni ’90, nel ’98 venne a Castel Gandolfo ad un seminario organizzato da Giovanni Paolo II sul futuro del mondo. Questo personaggio venne a spiegare che non c’è altra alternativa: o l’America prende il potere o c’è l’anarchia. Questa è la tesi. Quindi, gli Stati Uniti, a fin di bene, non possono non prendere il dominio del mondo! Naturalmente lo devono fare per un certo tempo, ancora, utilizzando l’O.N.U., utilizzando il multilateralismo, la Nato etc. perché, insomma, questo fa ancora parte del retaggio del tempo passato. In realtà, c’è questa spinta verso un esercizio effettivo di una sovranità universale perché, nel frattempo, succede una cosa che è una cosa di grande importanza: il sistema economico e sociale che ha vinto la gara della guerra fredda, è il sistema di mercato, il capitalismo vincente che aveva vinto dicendo: "se voi togliete di mezzo i vincoli, lacci, lacciuoli della programmazione della pianificazione del socialismo, finalmente con il sistema del libero mercato e del libero commercio ci sarà l’eterna pace e ci sarà l’universale sviluppo". Su questo mito si è vinta la guerra fredda e, quando questa cosa si realizza, il mercato si estende fino agli estremi confini della terra e si va verso un unico sistema economico; comincia la globalizzazione e quindi ci sono le condizioni materiali perché quel mito si possa realizzare: benessere per tutti, cibo per tutti, acqua per tutti etc., A quel punto il sistema si rende conto che questo non è possibile. Il sistema si rende conto che non è in grado di reggere la vita degli uomini sulla terra, di tutti gli uomini sulla terra. Il sistema non ce la fa. Non ce la fa il sistema di mercato prima di tutto perché questo non è il suo compito; il mercato deve selezionare domande – offerte; il mercato non è il luogo della soluzione dei problemi dell’umanità, ma soprattutto il mercato non ce la fa perché si è scoperto, nel frattempo, che la terra è un sistema a sviluppo limitato. Sono arrivati gli scienziati del Club di Roma che ci hanno spiegato che "la terra è un sistema limitato" e questo limite della terra, limite delle risorse, limite dell’inquinamento possibile, limite della industrializzazione etc., viene immediatamente interpretato come scarsità. Di per sé il limite non è una ragione di scarsità. Le cose limitate non necessariamente sono scarse; se condivise non sono scarse; se i beni che sono limitati sono comuni, sono usati da tutti non sono scarsi. Cinque pani e due pesci, se si dividono tra tutti avanzano. Un mio amico, Davide Alfaro Siquieros, muralista messicano – quello che faceva grandi murales come si usano in Messico – faceva la polemica contro la pittura da cavalletto. Diceva: "il pittore si mette il suo quadro sul cavalletto, lo dipinge poi dopo viene un signore, se lo compra, lo mette nel salotto e se lo vede lui solo, quindi quel quadro è scarso e infatti vale tantissimo". Ma se io faccio un grande murales con la marcia dell’umanità e lo metto sulla parete esterna dell’università di Città del Messico tutti lo vedono ed allora quel quadro "non è scarso" perché è condiviso da tutti; invece, il sistema che cosa fa? Interpreta il limite che di per sé è una gloria della creatura perché la creatura è limite. Noi viviamo in sistema di limiti, non è un affronto che siamo limitati, non è una maledizione, non è un discapito dell’umano il fatto di vivere in un sistema di limiti. Il limite è la condizione della creatura ma se noi questo limite lo sopportiamo come una punizione, come una maledizione e se, quindi, lo viviamo come scarsità, in questa scarsità per uscirne non possiamo risolvere questo problema se non togliendo le cose agli uni prendendole noi. Il sistema terra, visto all’interno di questa visione di scarsità, è tale per cui non ci può essere altro che o la redistribuzione generale oppure la guerra perché ciascuno mantenga quello che ha avuto e lo nega agli altri. Allora, la guerra che comincia non è una guerra qualsiasi e non è neanche una guerra come quella dei vecchi imperi che servivano a aprirsi nuovi mercati o a ridistribuire nuove risorse. La guerra è una guerra per l’eredita della terra. Siccome la terra è scarsa, chi se la prende? Siccome la terra è scarsa non può essere ridistribuita tra tutti; siamo troppi, maltussianamente, siamo troppi, sei miliardi di persone. Come si fa? Ma che scherziamo? Il non affrontare, il non risolvere questo problema di redistribuzione, questo problema di soluzione politica del problema del limite, appunto, a vivere questo problema come un problema di scarsità e la soluzione è quella della guerra, della guerra che è una guerra di eredità per la ultima spartizione delle risorse della terra. In questo modo la civiltà torna alle origine perché sapete che gli antropologi, che gli storici suppongono che la civiltà umana sia nata precisamente a partire dal primo conflitto per la spartizione delle risorse. Quando le prime comunità di nomadi, di pastori si devono dividere il pascolo o gli armenti, le terre fanno una bella lotta, c’è questa lotta famosa di tutti contro tutti. Ecco che allora, per trovare la soluzione, nasce il diritto, nasce la società, nasce il nomos, la legge. (nomos è il nome greco del pascolo). La divisione del pascolo perché non si traduca in una morte generalizzata dei contendenti si risolve nella creazione della legge, del diritto, della società organizzata, della civiltà.

Adesso si ritorna alle origini, siamo di nuovo una lotta per la spartizione però, adesso, le risorse sono scarse, la terra è scarsa ed ecco, allora, la ragione per cui il diritto non serve più; l’O.N.U. non serve più perché? Perché tutte le categorie che avevamo elaborato, per l’universalità, per la generalità dei diritti umani, per l’idea di un’umanità unita che ha la stessa origine, la stessa sorte, tutto questo oggi non può essere mantenuto. Questa è la lettura di questo schema del bene comune. Non è una rottura occasionale. Si presenta, oggi, la grande questione del mondo di oggi e noi possiamo resistere; la parola che era stata usata all’inizio, ma cosa vuol dire "resistere"? Resistere nella difesa di quest’idea che la terra non è scarsa, che la terra è per tutti, che l’umanità è una cosa sola, che il genere umano è un unico soggetto, il soggetto di questa storia, che questa storia deve continuare per tutti. Afinché questa storia possa continuare per tutti, cioè non si è portati a forme precoci di distruzione o di fine, perché questa storia possa continuare per tutti, bisogna ritornare a quest’idea dell’assunzione, della cooptazione, dell’inclusione degli altri. C’è il contrario di quello che si sta facendo ora; si sta facendo tutta un’opera di selezione, di esclusione. Ci siamo inventati persino parole nuove, "gli esuberi": quelli sono in più, non sono necessari, i non consumatori. Noi definiamo una parte dei nostri simili, sia all’interno che all’esterno, che comincia con "non", i non comunitari, i non consumatori, i non americani, i non democratici. Stiamo usando, persino nei linguaggi, dei termini che sono dei termini di esclusione. Ecco ritornare questa vecchia idea che la propria vita e la sicurezza passino attraverso la distruzione degli altri. Questa è la questione del bene comune, che è una grande questione politica ma anche naturalmente la grande questione spirituale, etica vorrei dire religiosa. A mio parere, al punto in cui sono arrivate le cose, è molto difficile che noi riusciamo a stabilire delle contromisure, delle spinte, fondandoci solo su quel tanto di razionalità di diritto, di stato sociale che siamo riusciti a elaborare finora. Di fronte alla durezza della sfida e della revisione di questa controrivoluzione che è in atto, penso che dobbiamo fare ricorso a delle straordinarie risorse che sono soprattutto le risorse che ci sono fornite dalla storia del razionalità occidentale perché con la ragione si riesce sempre a darla a intendere. Penso che dobbiamo ritrovare questa natura profonda della religione, non solo del cristianesimo ma anche delle altre religioni che, non a caso, si sono presentate all’umanità sempre sottoforma di strumenti di salvezza.

Perché il discorso della salvezza è così importante in una religione? Perché certamente, abbiamo tutto "escatologizzato"; la salvezza è quella dell’altra vita e del mondo venturo ma non c’è, forse, una risposta che le religioni cercano di dare in questa confusa percezione di Dio che ogni religione riesce a trasmettere? Non c’è, forse, la risposta ad un problema di salvezza dell’umanità nella sua vita storica, nella sua storicità e non solamente; non c’è un problema di risposta a questo bisogno di salvezza in un momento in cui, veramente, vediamo che è un problema per cui possiamo anche non salvarci. Per moltissime popolazioni della terra già adesso non c’è salvezza; per le popolazioni oppresse, affamate, invase, aggredite, non c’è salvezza; questo problema di salvezza non si pone per l’umanità nel suo complesso e non c’è un dover richiamare in servizio per questo Dio che abbiamo accantonato, escluso, estromesso perché, appunto, ne avevamo dato delle immagini che, probabilmente, non erano quelle vere. Credo che, insomma, ci sia una questione delle religioni ed in particolare penso che ci sia questa grande parola che dobbiamo richiamare alla nostra attenzione, che viene proprio fuori dalla novità cristiana cioè, quest’idea dell’universalità, dell’unità dell’intera famiglia umana, del fatto che non ci sono popoli eletti e popoli esclusi, del fatto che non ci può essere la salvezza degli uni se non è una salvezza anche per gli altri. Non ci può essere una redenzione in un solo Paese. Guardate la tragedia di Israele. Israele è un Paese dove, a un certo punto, si è acceso questo fuoco. l’idea che forse, finalmente, è possibile lì realizzare la redenzione. La preghiera suggerita dal rabinato per l’anniversario dell’indipendenza di Israele, dice, "lo Stato di Israele come inizio della redenzione" e quindi c’è questo mito, questo sogno che lì si possa realizzare la redenzione almeno per gli ebrei. Credo che il problema oggi è sempre più chiaro che non può esistere una redenzione in un solo Paese. Come non esisteva una volta il socialismo in un solo Paese così, oggi, possiamo dire che non esiste la redenzione in un solo Paese. Non è possibile la redenzione degli uni che passi attraverso la distruzione, cioè attraverso la perdita degli altri. Penso che la novità del cristianesimo sia proprio questo: richiamarci a questa grande verità, a questa grande inclusione contro tutte le selezioni, contro tutte le politiche di esclusione e di separazione. Grazie.

Intervento tenuto al seminario di Macondo "Spiritualità e Politica", novembre 2004