Statuto letterario della bibbia

Per evitare equivoci

Tra i libri più letti e tradotti dell’umanità, la bibbia attrae e respinge chi vi si accosta per la prima volta. Attrae per le straordinarie vicende che narra, estranee al mondo del lettore, irraggiungibili e lontane, come un qualcosa ­ un bisbiglio, un’eco o una voce ­ proveniente da altrove; contemporaneamente però respinge perché crea disagio e spaesamento in chi le legge, introducendo in un mondo altro, dove non si trovano facilmente punti di appoggio o di sostegno, come una montagna per chi la scala, o luoghi di accasamento, come il deserto per chi l’attraversa. Scrive Erri De Luca: «Quel Libro, dalla letteratura è lontano; non allude a niente, non assomiglia a niente delle cose con le quali uno si può immedesimare: nessuno di noi potrà mai essere così estirpabile dal proprio luogo con un solo fischio come Abramo, nessuno potrà essere così capace di agire secondo ascolto, secondo la visionalità dell’ascolto di Abramo, nessuno potrà essere così spaventosamente capace di guerra e di poesia come Davide, nessuno potrà essere così capace di avere un rapporto frontale faccia a faccia con Dio come è successo a Mosè e a tutti i profeti successivi. Ecco, quel Libro non allude a niente che somigli da vicino a quello che sta su tutti gli altri libri, quel Libro non appartiene alle letterature; non è un libro di lettura, non è un libro che si può consigliare da leggere. È un libro con il quale ci si può scontrare, ci si può imbattere, ci si può inciampare, in una faccenda, in un momento, in un tempo della propria vita, oppure come disciplina della propria vita, ma non è un libro di lettura. Se lo si prende in mano come libro di lettura, come una letteratura, quel Libro cade di mano; non si lascia prendere così. Io sono un uomo che si è appassionato di questa Scrittura sacra e che ha trovato il contrario della letteratura» (Conferenza tenuta dall’autore a Ravenna il 29 maggio 2000).
Testo che contraddice la letteratura (se per "letteratura", come vuole Erri De Luca, si intende l’insieme dei grandi testi dell’umanità nei quali il lettore si ritrova, perché parlano di lui e dei suoi "mondi": attese, speranze, angosce, desideri e sogni), la bibbia si presenta con uno statuto paradossale che consiste nell’essere — e nel voler essere — il racconto dell’irruzione di Dio nella storia umana.

La bibbia deposito
La bibbia, quindi, come racconto.
Una lunga tradizione, radicata nell’occidente cristiano, influenzata, come è noto, dal logocentrismo della filosofia greca, vuole che la bibbia sia un deposito di verità rivelate da Dio all’intelligenza umana e che per aderirvi sia necessaria la fede, come accettazione e obbedienza alla sua volontà. In quanto deposito di verità (che, ad esempio, Dio ha creato il mondo, ha reso l’uomo a suo immagine e somiglianza, ha chiamato Abramo ad uscire dalla sua terra, ha stipulato un’alleanza con il popolo ebraico sul monte Sinai, ha inviato Gesù come figlio per redimere il mondo e annunciare la vita eterna, ecc.), la bibbia non poteva non entrare in conflitto, prima o dopo, con altre verità rivendicanti la stessa razionalità o un di più di razionalità e, ricondotta indebitamente alla sola dimensione religiosa, non poteva non escludere il non credente, chi si ritenesse o fosse ritenuto sprovvisto della fede. La storia della modernità è stata prevalentemente la storia di questo conflitto: da una parte le chiese per le quali la bibbia è deposito infallibile di verità e dall’altra la cultura "laica", razionalista, illuminista e secolarizzata, per la quale essa è un insieme di "miti" (nel senso negativo e deteriore del termine) e di leggende prive di ogni reale fondamento veritativo. Di qui l’equivoco che ancora permane: pensare che il testo biblico sia il libro del credente e che non abbia nulla da insegnare al non credente.

Parola e ascolto
Se racconto, la bibbia parla a tutti, credenti e non credenti, e svela il suo senso non a chi ha fede ma a chi si pone e si dispone all’ascolto di ciò che esso narra. Sostenere che per capire la bibbia sia necessaria la fede e che chi ne è privo — il dubbioso, l’agnostico o il non credente — sarebbe impossibilitato ad accedervi è falso.
Non la fede ma l’ascolto — l’ascolto non prevenuto ma partecipe — è la condizione di possibilità di accesso al testo biblico. Ascolto che, come ogni ascolto, trasforma, provocando alla decisione: sia questa il sì che vi aderisce, facendo dire: «Che bello!; è così; ci credo» (la fede); o il no che porta a dissentire e a prendere le distanze: «No, non può essere, non mi convince» (il rifiuto); o — più probabilmente, come avviene quasi sempre di fronte ai grandi testi — la sorpresa che, al di là del sì e al di là del no, fa dire: «Chissà; forse; non ci avevo mai pensato; ci penserò» (il rimettersi in discussione).

Racconto dell’irruzione di Dio
La bibbia come racconto, quindi. Ma racconto di chi e di che cosa? Dell’irruzione di Dio nella storia umana.
Dopo il racconto è questa — l’irruzione ­ la categoria più adeguata per definire lo statuto (o "il genere letterario") della bibbia. Il termine bibbia, come è noto, rimanda alla parola greca biblia, plurale di biblion, che vuol dire "piccolo libro". La bibbia quindi come l’insieme di "piccoli libri", 73 secondo il concilio di Trento: 46 per il Primo Testamento o Antico Testamento, 27 per il Secondo Testamento o Nuovo Testamento. Scritti e redatti in epoche diverse e con criteri vari, questi piccoli libri o volumetti trascrivono e fissano ciò che, prima della invenzione della scrittura su materiale papiraceo o pergamenaceo, una piccola e insignificante tribù di nomadi mediorientali approdati nella terra di Canaan ­ il popolo ebraico trasmetteva oralmente di generazione in generazione, narrando di un Dio che, al tempo della dinastia faraonica di Ramses II (circa 1300 a.C.), era intervenuto liberamente e gratuitamente a loro favore, sottraendoli alla schiavitù «con mano potente e con braccio teso» e introducendoli in un terra di libertà e abbondante di «latte e miele». La ragione per la quale egli — Dio, l’Eterno, l’Assoluto, il Trascendente — sarebbe intervenuto era inspiegabile, se non con il suo amore sorprendente, sconvolgente e, come ogni amore, esigente.

Parola parlante
Parola scritta che rimanda ad una parola parlata, la bibbia è però soprattutto parola parlante: la parola che Dio parla e attraverso la quale egli dice all’uomo di tutti i tempi: «Io ti amo». La bibbia, come parola scritta e come parola parlata, rimanda ad un al di là dello scritto e del parlato, ed è il parlare di Dio, il suo essere Tu d’amore con cui irrompe nella storia, interpellando le coscienze umane, sottraendole alle appartenenze ed elevandole alla dimensione del dialogo — o, con linguaggio biblico, dell’alleanza ­ con il suo Tu eterno. La bibbia dischiude il suo senso radicale e illuminante solo quando, al di là del detto delle sue pagine, se ne intravede il non detto che è il Dire di Dio: il suo parlare all’io, il suo essergli amico e compagno di viaggio, il suo non abbandonarlo mai anche quando è lui ad abbandonarlo, ignorarlo o dimenticarlo. Leggere la bibbia è lasciarsi sorprendere da questo Dio che trasforma l’esistente, come quando nel buio della notte o nell’abisso della caverna filtra improvvisa una luce che ne spacca le tenebre e vi ridisegna dolcemente la forma dei colori e delle cose.

La parola e l’esistente materiale
La bibbia è il racconto di questa irruzione trasformante e trasfigurante l’esistente; l’esistente — si è detto — e non l’anima o le anime. L’esistente: che è e può essere solo materiale, economico e politico, dal momento che esistere è esistere materialmente, abitando un corpo; economicamente, necessitando il nostro corpo di cose e di averi; e politicamente, vivendo gli uni accanto agli altri ed avendo ognuno bisogno dell’altro. Una delle ragioni che, più di ogni altra, ha allontanato e allontana la bibbia dalla vita reale e dalla "cultura materiale" (la cultura come risposta ai bisogni dell’uomo e delle collettività nel loro essere al mondo) è l’averla ridotta indebitamente ad un testo consolatorio per delle anime pie, ignorando od occultando il fatto che essa è e vuole essere l’annuncio di un umano il cui segreto o principio non è l’appartenenza, come vogliono le culture organiche del passato, né la sovranità dell’io, come vuole la cultura moderna e postmoderna bensì la gratuità recettiva e attiva: lo stupore di esistere in forza di un’Alterità — l’Alterità divina, Dio — che ama gratuitamente, chiama ad amare gratuitamente e vuole una polis dove gli umani si amino come Dio gratuitamente, facendosi carico l’uno dell’altro.

Un codice della fraternità
La forza e l’attualità del racconto biblico — oggi soprattutto, nell’epoca della "globalizzazione" e delle trasformazioni radicali dove, per la prima volta, l’umanità di fatto sta diventando una sola famiglia o "condominio" — è nella instaurazione di un pensiero dell’ospitalità e nella istituzione di una polis della fraternità dove ognuno sia accolto ed amato nella sua alterità. Si è notato da più parti che, dei tre grandi principi della rivoluzione francese — libertà, uguaglianza e fraternità — solo i primi due hanno conosciuto forme concrete di traduzione — pur con tutte le contraddizioni e ambiguità — sul piano storico e politico attraverso l’istituzione delle democrazie e della carta dei Diritti individuali, e che di fatto il principio fraternità è stato ignorato o rimosso, per cui ancora attende di essere preso sul serio e attuato. La bibbia — definita dal critico letterario canadese Northrop Frye «il grande codice della cultura» occidentale — è soprattutto il "grande codice" della fraternità che custodisce l’utopia di un umano dove gli uomini non sono né "lupi" che aggrediscono, né "agnelli" che subiscono, né estranei che si ignorano né lottatori che competono ma unici e diversi chiamati ad accogliersi come fratelli e come sorelle.
La potenza del racconto biblico è nel lasciare intra­vedere, al di là dell’uguaglianza e al di là della libertà, il di più dell’uguaglianza e della libertà che è la fraternità: lo spazio dove paradossalmente i disuguali sono uguali e gli illiberi liberi. Pur disuguali per ordine di nascita, di salute, di simpatia o di intelligenza, in una famiglia, infatti, i fratelli restano ciononostante liberi e uguali: non in forza di ciò che hanno o fanno bensì in forza di ciò che ad essi è dato e fatto dall’alterità di un amore — l’amore genitoriale che li ha pensati ed amati anteriormente al loro esserci e al loro essere liberi ed uguali, e che del loro essere liberi e uguali è il fondamento stesso.
La bibbia è il racconto di un’Alterità — l’alterità divina — che fa di ogni uomo e di ogni donna un fratello e una sorella: non retoricamente o metaforicamente, ma realmente e ontologicamente. Assumere questa possibilità la possibilità della fraternità ­ come progetto politico, in cui riconciliare uguaglianza e libertà, è la sfida del nuovo secolo e del nuovo millennio.
La bibbia è questa sfida. Le sue pagine svelano e annunciano che l’unico umano è l’umano della fraternità e che concepire la politica come politica della fraternità non è illusione o inganno ma il nome stesso della politica, se questa non vuole degradarsi a potere e a lotta di interessi. Annuncio di una fraternità invocatrice di politiche e di economie giuste che abbiano a cuore il grido del povero, dell’orfano, dello straniero e del nemico, la bibbia è il più grande manifesto etico e rivoluzionario di cui l’umanità abbia mai disposto e disponga. Per questo va letta. Con passione. Da tutti. Credenti e non credenti. Oggi più che mai.


Carmine Di Sante teologo e biblista