Su una spiaggia di mondi senza fine giocano i bambini

Un paese ricchissimo come il Congo viene definito un Paese povero. Perché? Grazie mille per avermi dato la parola, è una grande gioia, per me, essere con voi oggi; grazie per la fiducia che date a me e attraverso di me a tutto il popolo congolese. Questa fiducia non è stata trasmessa solamente al popolo del Congo, ma anche a tutti i Paesi del sud del mondo, attraverso la mia persona.
Arriviamo subito al dunque, non vogliamo perdere tempo: sono stato già presentato, quindi voi sapete che sono un insegnante, ma io sono arrivato in un villaggio per cambiare il modo in cui si insegna, perché l’insegnamento non porti avanti dei lavori che non deve portare avanti. Io mi sono opposto a quello che volevano fosse l’insegnamento, cioè una merce sottoposta alla regole dei mercati internazionali. Per queste istituzioni l’insegnamento non serve a nulla, perché, ovviamente, l’insegnamento non produce niente, immediatamente; lo Stato deve mettere dei soldi, deve impegnare del denaro, per poter produrre poi qualche cosa, mentre invece lo Stato non vuole mettere soldi nell’istruzione, perché preferisce invece tenere i soldi per cercare di ripagare il debito internazionale.
Quindi sono entrato nel villaggio; non ho creato niente, ho semplicemente reso più dinamiche, più vitali, alcune realtà, che esistevano già. Normalmente gli intellettuali dicono che quando entrano loro nei villaggi sono loro stessi a creare le associazioni, mentre invece per la pesca, per la caccia, per l’agricoltura le persone che abitano nei villaggi sono già raggruppate, sono già organizzate. Quindi abbiamo creato quest’Associazione, che ha identificato i problemi della Regione; il primo problema che abbiamo identificato è quello della terra, parliamo appunto dei sans terre, del latifondo, delle persone che non hanno diritto ad avere la terra, come in Brasile.
Dal 1923, nella mia Regione, esiste questo problema, sappiamo che si trovano nel mio Paese delle istituzioni agro alimentari provenienti dal Belgio, che non sono andate via dopo l’indipendenza del 1960, sono ancora lì a colonizzare. Si parla dei diamanti, si parla dell’oro, si parla del rame, ma non si parla del fatto che la gente è stata privata e derubata della terra. Noi siamo comunque specializzati nella produzione di sementi, di grande qualità, che possono rendere in agricoltura.
La nostra Associazione ha attirato l’attenzione di tantissime associazioni internazionali, cerco di riassumervi in generale, grosso modo, la situazione attuale del Congo. Abbiamo avuto prima la colonizzazione da parte del Belgio, poi la dittatura di Mobutu per 32 anni, una dittatura sostenuta dall’Occidente, con la Guerra Fredda. Adesso sappiamo che Mobutu ha potuto rapinare e portare via, saccheggiare il Congo; ha potuto fare qualsiasi cosa, con una impunità completa, perché era sostenuto dall’Occidente.
Dopo Mobutu noi siamo entrati direttamente nella guerra, io sono felice di essere qui con la mia sorella ideale Petronilla, perché la guerra che è arrivata in Congo è la continuazione della guerra del Ruanda e del Burundi. La responsabilità della comunità internazionale è molto grande, perché hanno permesso ai guerriglieri. di armarsi e di attraversare le frontiere. Ovviamente un rifugiato non dovrebbe avere il permesso di entrare in un altro Paese con le armi, ma invece questo è stato permesso dall’ONU; quindi il nostro Paese ha dovuto affrontare questa guerra che ha fatto 3.500.000 morti.
I 3.500.000 morti a causa della guerra in Congo sono l’equivalente della popolazione di Roma, come se tutta la popolazione di Roma fosse stata annientata. Quindi questa situazione poi è proseguita: è stato formato un governo, con gente che era stata complice nel perpetrare questi delitti, cioè complice nella guerra che ha portato alla morte di 3.500.000 persone. Queste persone, che erano coinvolte nella guerra, sono state quelle che poi hanno ricevuto l’incarico di portare pace e governo. Purtroppo noi ogni giorno, ci svegliamo nei nostri villaggi, nelle nostre città e dobbiamo far fronte alla realtà, che dice che ancora ci sono morti, ancora ci sono cause di dolore e di violenza. Le elezioni, che avrebbero dovuto svolgersi alla fine del mese di giugno, sono state rinviate a data da destinarsi. Questa è la situazione in generale, giusto per darvi un’idea del Congo.
Quali sono le ricchezze del Congo, del Paese del Congo? Non ho problemi a dire che è un paradiso, ci sono i diamanti, l’oro, il cobalto, il manganese, c’è tutto, ma i bambini non sono curati, i bambini non vanno a scuola. Dove vanno le ricchezze del Congo dunque? Le ricchezze del Congo vengono saccheggiate e creano la ricchezza dell’Occidente, come anche la ricchezza di una piccola elite, di un piccolo gruppo scelto all’interno del nostro Paese. Cosa facciamo noi, alla fine, nella nostra Associazione di contadini? I contadini si fanno carico di loro stessi, si fanno carico della situazione, cercano di informarsi e di scambiarsi l’un l’altro le informazioni per poter sopravvivere; non è vita, è sopravvivenza, è un tentativo di sopravvivenza. Per esempio: noi produciamo queste sementi, ma ci hanno detto gli intellettuali che noi non avevamo le capacità di produrre sementi di qualità, oppure che si poteva pagare una tassa per risolvere questa questione. Ricordiamoci che la situazione della produzione delle sementi è la stessa anche al nord, dove, praticamente, sempre meno aziende deterranno il potere di avere queste sementi e i contadini dovranno sempre più assoggettarsi – già lo sono, assoggettati – per poter comperare le sementi. Già adesso, nel nostro Paese, noi ci troviamo inondati da sementi e prodotti che vengono da altre parti del mondo, non dalle nostre; i prodotti, quindi il pane, i polli, il latte, il miele, che noi abbiamo, vengono da fuori. Perfino il miele! Il mais entra nel nostro Paese sotto forma di aiuto alimentare, mentre pensiamo che il Congo potrebbe produrre il mais e la soia necessari alla propria sopravvivenza.
Noi dobbiamo collegare il nostro contesto nazionale alla situazione internazionale; ci sono organismi internazionali, tra cui l’ONU, che insegnano e fanno sì che si debba aggiungere il 20% della nostra farina a quello che arriva, che è l’80%; quindi ci ritroviamo con l’80% di dipendenza dall’esterno, per il nostro fabbisogno di sostentamento. Naturalmente noi lottiamo perché si possa consumare il nostro prodotto interno, per non dipendere dal prodotto che entra, perché noi possiamo produrre la nostra carne, possiamo produrre il nostro frumento, vogliamo consumare il nostro prodotto. Ad esempio, anche nelle riunioni come questa, invece di consumare bevande zuccherine – di cui non voglio fare il nome perché è meglio di no – noi potremmo usare le nostre bevande, a base di zenzero, che possiamo produrre noi stessi.
Noi passiamo poi dall’agricoltura a parlare della situazione mondiale. Questi quadri che ho portato vi fanno vedere i due tipi di mondi; questi artisti fanno vedere i due tipi di mondi che abbiamo. Qui abbiamo le televisioni, le armi, la propaganda, il telefonino, la macchina, l’aereo. Questi giovani non si gettano nel fiume per venire a vivere in quel mondo; il nostro insegnamento è che i nostri giovani voltino le spalle a questa situazione. Prendiamo ad esempio il problema dei visti: non ci danno il visto perché credono che noi vogliamo stabilirci qui. Questi signori pensano che noi vogliamo stabilirci qui ed è per questo che non vogliono darci i visti. Ci fanno pensare che l’uomo europeo sia un avversario dell’uomo africano o dell’uomo asiatico, ma non è di questo tipo di uomini che abbiamo bisogno, noi abbiamo bisogno di solidarietà, noi abbiamo bisogno di questo amore.
Con la nostra organizzazione noi andiamo a spiegare alla gente che cosa è la nostra organizzazione, quale potrebbe essere la nostra soluzione.
Adesso vedete abbastanza bene il secondo quadro, ci sono delle donne, la prima donna trasporta questo grande fardello, benché sia incinta porta un peso notevole; il gruppo del G8 gestisce tutto quanto, mentre dovrebbero essere le persone a farlo. Quando questi Paesi del G8 decidono come distribuire le risorse e le ricchezze di tutti, noi ne portiamo il fardello; loro decidono, come abbiamo visto anche in Iraq, come decidere il petrolio e le ricchezze del mondo e noi siamo quelli che sopportano il peso di tutte queste decisioni.
La seconda donna trasporta l’Organizzazione Mondiale del Commercio e l’Aids, perché quando si parla di brevetti, quindi di prodotti contro l’Aids, bisogna comperarli al prezzo che viene stabilito all’inizio da chi li brevetta. Questo che cosa significa? Che dobbiamo morire! Che cosa ci viene proposto in alternativa? Il preservativo! È inutile proporre il preservativo perché non risolve nulla; qua bisogna pensare che la gente deve tornare a godere delle ricchezze del proprio Paese. Quelli che distribuiscono preservativi parlano della loro generosità: è come se una persona con una piaga si mettesse un po’ di unguento, ma non si risolve la piaga con un po’ di unguento.
Poi ci sono gli altri fardelli; quindi questo quadro mostra come noi approcciamo l’educazione, come noi cerchiamo di insegnare e di parlare di questi argomenti, quali appunto il G 8, il Fondo Mondiale Economico e le decisioni internazionali che gravano sulla nostra gente.
Il terzo quadro rappresenta la linea dell’alta tensione e la diga che è stata costruita nel nostro Paese: a fianco di queste due grandi realizzazioni vedete una lampada a petrolio. Pensate un po’ ad un Paese che si ritrova con la diga più grande del mondo, di 2000 km, che però, nei villaggi, deve farsi luce con una lampada a petrolio! Questi quadri illustrano e spiegano la relazione che c’era tra l’Italia e il dittatore Mobutu; questa diga e questa linea dell’alta tensione rappresentano più del 40% del debito estero congolese. Questa diga non avrebbe dovuto essere nemmeno costruita, perché – innanzi tutto – non ci sono gli utilizzatori di elettricità; questi sono i risultati delle ricerche europee e delle organizzazioni internazionali; ma, naturalmente, gli italiani hanno convinto il dittatore a costruire tale diga, perché questo sarebbe stato di grande vantaggio per il Paese. Dunque prima è stata costruita la prima diga, dopo la seconda, poi la linea dell’alta tensione ma, naturalmente non ci sono consumatori di elettricità! Un altro ente italiano ha chiesto al dittatore di costruire un’acciaieria, con 350 tecnici italiani che avrebbero dovuto incaricarsi della formazione del personale; la materia prima per costruire l’acciaieria avrebbe dovuto essere importata dall’Italia e da altri Paesi europei, mentre tutti gli scarti rottamati delle macchine avrebbero dovuto arrivare in Congo ed essere fusi; vi rendete conto che questa è tecnologia solo per loro? Finsider, Italsider,e tutte le altre imprese italiane, di cui poi riconosceremo il nome, quando lo leggeremo, hanno contribuito a tutto questo.
Noi ci troviamo con un debito estero fortissimo; la Banca Mondiale ha detto allo Stato del Congo che avrebbe dovuto tagliare le spese dell’educazione, della sanità, qualsiasi spesa sociale, perché i soldi devono servire a ripagare il debito. Adesso c’è un nuovo programma, che si chiama Programma per Paesi poveri molto indebitati, che verrà implementato.
Vi rendete conto che un Paese come il mio, di cui vi ho esposto le ricchezze, viene definito un Paese così povero? Naturalmente quello che ci viene richiesto è di liberalizzare, di vendere le imprese pubbliche, quello che ci viene richiesto da questo nuovo programma della Banca Mondiale è la concorrenza, di farci concorrenza; insomma, quello di cui parlava anche Padre Stoppiglia: la globalizzazione.
Come potete chiedere a due concorrenti come l’Italia e il Congo, così diversi, di partire dallo stesso punto di partenza, di correre, di farsi concorrenza? Non potete! È incredibile! È impossibile che si possa pensare di fare questo! Come potete chiedere ad un Paese che non è in grado di pagare i propri debiti, di costituire un fondo pro povertà? Dovete sapere anche che l’Italia ha chiesto al Congo di non pagare il debito, per il momento, una parte di questo debito che il Congo ha nei confronti di Germania, Francia eccetera, lo deve mettere in un fondo per i poveri. Questo vuol dire, per esempio, che se mio figlio è malato, ti dico che non posso pagarti il debito, ma tu mi dici che i soldi che devi a me li puoi prendere e pagare le cure per tuo figlio. Ma se non ce li abbiamo i soldi! Magari il bambino ha bisogno di una trasfusione e loro ti dicono: “quei soldi che devi a noi usali pure per curare il tuo bimbo!” ma non ci sono questi soldi! Questo è un modo semplicissimo per dire che mio figlio deve morire.
Parliamo pure di Tony Blair, che in questo momento è a Roma, che dice che vuole costituire un nuovo Piano Marshall. Questi sono i Piani che hanno in mente! Noi abbiamo chiesto all’Ambasciata britannica in Congo di venirci a spiegare che cosa sarebbe questo nuovo Piano Marshall per salvare l’Africa, piano di cui, appunto, Tony Blair parla. Ci hanno sempre promesso tanto – ogni giorno una promessa – ma questo aiuto per il pubblico sviluppo non è mica mai arrivato! Adesso ci fanno credere che c’è un programma per salvare l’Africa; in realtà noi non abbiamo proprio bisogno della generosità, quello di cui abbiamo bisogno è giustizia! Chi deve qualcosa all’altro? Chi è in debito verso chi? Voi potete immaginare tutte le risorse che sono state saccheggiate all’Africa, all’Asia, in America Latina: tenete conto di che cosa rappresenta il saccheggio, tutto quello che è stato portato via, e a noi viene chiesto di pagare un debito?
Nella nuova politica di oggi c’è, ve lo assicuro, un nuovo debito del 50% che noi dobbiamo ancora rendere; in sostanza, abbiamo sempre un debito da rendere. Ovviamente chi ci presta denaro decide che cosa si deve fare di quel denaro e, quindi, noi perdiamo completamente la nostra sovranità. Vi dico questo per farvi vedere come noi cerchiamo di realizzare un sindacato, perché le imprese adesso verranno privatizzate. Questo è quanto noi cerchiamo di discutere e di far comprendere anche ai professori universitari, che ancora sono convinti e propagano l’idea che il liberalismo sia la soluzione a tutti i mali e, quindi, sostengono che la globalizzazione sarebbe la soluzione.
Noi cerchiamo di spiegare che, nel momento la gente accetta il cibo che arriva dai programmi mondiali di alimentazione e di aiuto, noi perdiamo sempre di più la nostra sovranità; ogni volta che accettiamo soia, mais, riso che viene da questi programmi per sfamarci, noi, in effetti, perdiamo sempre di più la nostra sovranità. Questo discorso è molto comprensibile alla gente che abita nei villaggi; voi vi chiederete come sia possibile questo ma, in effetti però è molto comprensibile. Alla gente che abita nei villaggi è stata rubata la terra, da altre aziende che sono lì vicine, dove si produce zucchero; questa compagnia, in particolare, che produceva zucchero, aveva 7000 dipendenti: a causa della concorrenza nella produzione dello zucchero nel mondo adesso sono rimasti solo 2000 dipendenti. Dunque la persona che abita nel villaggio capisce perfettamente questi discorsi e le conseguenze che da tale situazione derivano, perché sono problemi che la gente vive quotidianamente; la gente che abita nei villaggi capisce perfettamente qual è il ruolo della Banca Mondiale. Per tutti i lavori che si stanno facendo – per esempio anche nelle strade e nelle infrastrutture – vengono esposti dei grandissimi cartelli con scritto “Banca Mondiale, Unione Europea”, e quindi la gente sa benissimo chi sono questi organismi. Dunque non è il Governo congolese ad occuparse di tali interventi e quindi i cittadini si interrogano, si chiedono: “Ma dove è il Governo? Che cosa fa? Chi è che decide?”.
Ricordiamoci dunque che non è di generosità che abbiamo bisogno, ma di giustizia; noi predichiamo e insegniamo giustizia ed amore: solo con queste premesse i bambini potranno ancora giocare. Ma non è certo facendo promesse e continuando a promettere che potranno farlo, cioè con le promesse come quelle che il prossimo G 8, che si terrà in Scozia prossimamente, farà. Vi ringrazio. Mi fermo qui.