Su una spiaggia di mondi senza fine giocano i bambini

Ricostruire un tessuto sociale tra l’odio di tutsi e hutu GIUSEPPE STOPPIGLIA
Di fronte a questo intervento, che credo sia sconvolgente, una reazione di fatalismo e di impotenza potrebbe nascere in ognuno di noi; guardate che le categorie politiche non sono le categorie individuali: non si può risolvere un problema politico con un intervento individuale. Quindi chi non s’impegna in un processo di crescita comune, quindi politico, compie quella che io chiamo omissione di soccorso. Chi non s’impegna nel politico compie omissione di soccorso; non può consolarsi raccogliendo soldi per i bambini, per farli giocare e non s’interessa di politica! Di fronte a questi fenomeni è necessario capire che il percorso politico non è il percorso dei partiti, con le barzellette che si stanno facendo sulle nostre Tv, dove i Poli litigano al loro interno. Questa è la politica: vivere insieme agli altri, dare soluzioni per eliminare le cause profonde delle problematiche.
Adesso chiamo qui Giovanni Colombo, che presenterà Petronilla; Giovanni Colombo, lo dovete sapere, è un bresciano che nel 1969 è andato in Burundi e ha lavorato due anni con sua moglie, che poi si è spenta. Ha conosciuto lo zio di Petronilla. Adesso presenterà un po’ di storia sua, ma soprattutto presenterà Petronilla.

GIOVANNI COLOMBO
Vi ringrazio molto, sono anche un po’ emozionato, perché non ho avuto molte occasioni di parlare dello zio di Petronilla fino ad oggi, e sono passati ormai praticamente 37 anni. Diciamo che Petronilla sicuramente vi dirà che suo zio, che si chiamava Michel Cajoja, era un sacerdote cattolico del Burundi ed è stata sicuramente la più eminente figura di intellettuale che il Burundi abbia mai avuto, almeno da quando esiste la scrittura. Era un uomo con il quale ho avuto il privilegio di lavorare fianco a fianco, per un anno scolastico intero, 1969-70, quando io ero un ragazzetto appena laureato in Economia ed avevo scelto di fare il Servizio civile. Ero dunque andato in Burundi, dove insegnavo economia e statistica in una scuola superiore di cui facevo anche l’economo. Il Rettore di questa scuola era lo zio di Petronilla.
E’ stato un anno di vita in comune perché quando si è in Africa – e chi c’è stato lo sa bene – in missione si è sempre lì, 24 ore al giorno: non ci sono giornate libere e siete, più o meno volenti o nolenti, costretti a convivere molto a lungo e quindi stare con chi si vuole bene è una grande gioia, perché si continua a relazionarsi. Dicevo che quest’anno è stato un anno di amicizia profonda: so che non c’è più lui a testimoniare, perché lo hanno ucciso nel 1972, però permettete che mi auto accrediti: io credo di aver avuto con Michel Cajoja un’amicizia profonda, davvero. Vi spiego anche perché: lui aveva scritto due libri in francese, “Sulle orme di mio padre” e “Tra due mondi”; di uno io ho avuto il privilegio di essere il traduttore e il prefattore della versione italiana, che è stata pubblicata nel 1965 dalla Yaca Book. Quindi, indegnamente, sarei anche un mezzo intellettuale, alla fine della mia vita ma io sono un uomo molto pratico, molto terra terra, un brescianaccio di quelli rocciosi. Comunque sia, lui mi aveva dato una dichiarazione che autorizzava mia moglie e me alla traduzione di questo testo in italiano, autorizzandomi anche a trovare una Casa editrice per la pubblicazione. Questo credo che sia un segno di relazione umana particolarmente speciale perché simili incarichi non si danno al primo che arriva, o al primo che s’incontra.
Quest’uomo era un hutu, quindi di una etnia da sempre sottomessa in Burundi e nonostante questo io non l’ho mai visto, in un anno, parlare male dell’altra etnia; non l’ho mai visto essere triste o non essere disponibile, non l’ho mai visto giudicare, non l’ho mai visto perdere la pazienza. Aveva degli atteggiamenti esterni di una cordialità, di una simpatia, di un calore assolutamente grandi – cosa rarissima e qui davvero faccio appello a chi eventualmente avesse delle esperienze dirette di darne testimonianza – e non aveva nessun tipo di complesso, nè di superiorità nè di inferiorità, perché era africano. I nostri fratelli africani, a volte – giustamente, secondo me – possono essere un po’ vittime di una realtà di questo genere, cioè avere dell’aggressività nei nostri confronti (e la capisco molto bene), oppure sentirsi inferiori. Capisco anche questo, anche se non condivido ne l’una ne l’altra posizione. Quest’uomo aveva un equilibrio interiore enorme ed era di una generosità inaudita, inaudita! Vi do un segno di questa generosità, veramente al di sopra di ogni riga: lui, nero, del Burundi, hutu, quindi di una etnia oppressa, ha iniziato a studiare da missionario. E’ entrato nella Congregazione dei Padri Bianchi perché voleva andare a fare il Missionario in Mozambico, perché aveva letto su un giornale che in Mozambico non c’erano abbastanza preti.
Mi rendo conto che il tempo a disposizione è pochissimo, quindi devo sintetizzare al massimo; l’uomo – non il sacerdote, l’uomo Cajoja, Michel – aveva una capacità organizzativa enorme, era un manager nato, d’istinto. Infatti, dopo che stemmo insieme durante l’anno scolastico 1969-70, lui venne spostato, come economo, in una Diocesi del Burundi, dove ahimè, il Vescovo aveva fatto delle cose pittoresche; per essere gentili ed usare un eufemismo, diciamo che aveva “buttato per aria” tutta quanta la realtà economica di quella Diocesi e così avevano chiesto a lui di andare a raddrizzare la situazione. L’uomo era estremamente capace di organizzare, ma aveva anche una visione globale, umanistica, molto forte, sia dell’Africa che delle relazioni fra l’Africa e i bianchi.
Nel 1972, più o meno di questi tempi, verso la metà di maggio, ci fu una situazione enormemente tragica in Burundi. Purtroppo questa tragedia non è stata quasi mai fatta conoscere nella sua gravità ed i mezzi di comunicazione non ne hanno parlato se non marginalmente ma in 28 giorni di operazioni, vennero uccisi 300.000 hutu. Dei miei alunni, io avevo circa 600 alunni, ne furono uccisi almeno 150; dei miei compagni di insegnamento, eravamo in 18, di cui una dozzina del Burundi, ne sono rimasti pochi in vita. Michel Cajoja fu ucciso, pure lui, nel 1972; questo fatto è importante ricordarlo, non tanto per fare un ricordo, peraltro molto doveroso ancorché individuale, di questa realtà tragicissima, ma per dargli un significato politico che non è stato dato mai. Questo è stato l’inizio vero, l’inizio “serio”, dei conflitti nei laghi africani; cioè le guerre che sono venute dopo sono state, in qualche modo, figlie, o almeno figliastre, di questo atroce sterminio del 1972. Fra l’altro come sottoprodotto di questo conflitto si ottenne anche una suddivisione all’interno della Chiesa cattolica del Burundi che, entro certi limiti, dura ancora adesso, anche se è meno violenta in questo momento, proprio per le stigmate, per le ferite inferte.
Ci furono delle gemme fulgidissime di persone; all’interno di questo dramma, così macroscopico, ci furono cioè persone che persero la vita per aiutare i nemici e non come traditori, chiarisco subito, ma come persone che per scelta salvarono altre persone. Ci furono dei tutsi che furono salvati dagli hutu. Altri hutu estremisti uccisero questo hutu che aveva salvato dei tutsi nemici.
Se mi permettete posso dire che questa in parte almeno è anche la storia di Petronilla. Non voglio entrare in dettaglio perché lo farà lei; preciso che non ho concordato con lei di dire tutto ciò che sto dicendo relativamente alla sua famiglia e quindi non vorrei essere indelicato nei suoi confronti, però testimonianze di questo genere vengono anche dalla famiglia di Petronilla, il cui papà era fratello di Michel Cajoja; ecco perché ho iniziato dicendo che è una figlia d’arte.
Chiudo dicendo che Cajoja, come sacerdote e come persona, era attentissimo a qualsiasi tematica di sviluppo e, probabilmente, è anche per questo che c’era questo sodalizio tra lui e me, perché anche io sono un “patito” dello sviluppo, da sempre, quindi parlavamo di cose che interessavano entrambi in maniera estremamente viva. Petronilla quando è morto suo zio era una ragazzina, aveva 11 anni, però il sangue non è acqua e, quindi, lei ha fatto delle cose simili.
Vorrei solo dire questo: le cose che ha fatto Petronilla, al di là di quello che vi dirà lei, dovete pensarle in un contesto di difficoltà di relazioni interpersonali terribile, come è stato il Burundi negli ultimi 30 anni, cioè in contesto in cui avere e ricevere fiducia da un altro era la cosa più difficile, perché tutti sospettavano di tutti. Ho finito.

GIUSEPPE STOPPIGLIA
Grazie Giovanni; anche Petronilla è un’insegnante, è stata anche Direttrice scolastico ed attualmente è Presidente della Federazione delle Cooperative Agricole. È sposata, ha 7 figli; io spero che dirà qualche cosa di suo, anche di personale, se lo deciderà, perché non è detto che si possa dire tutto oggi, nella situazione che c’è nei Grandi Laghi.
Grazie Petronilla.

PETRONILLA KIBWA:
Per prima cosa volevo salutarvi nella mia lingua, AMAORO: questo saluto vuol dire pace! Mi hanno già presentata: sono Petronilla, ho 47 anni, 7 figli, 4 bambine e 3 maschi, io sono la Presidentessa della Federazione delle Cooperative di contadini; 6 Cooperative hanno già aderito alla Federazione. Come abbiamo già detto io provengo dal Burundi, un Paese del Centro Africa; una volta si diceva che “era nel cuore dell’Africa”, perché il nostro Paese ha la forma di un cuore. La chiamavano anche “terra di latte e miele”, cioè un Paese dove tutti stavano bene, dove era bello e dolce vivere, dove tutti i bimbi giocavano a giochi interessanti, ma dopo l’indipendenza il Paese ha conosciuto terribili e sanguinosi eventi, che ha portato ad un grande numero di morti innocenti, fra cui molti bambini.
Nel 1972 accaddero gli avvenimenti di cui avete sentito parlare prima, che hanno causato la morte di molti hutu e, fra questi, anche di mio padre e mio zio; mio zio era Michel Cajoja, di cui vi ha già parlato Giovanni; dopo questi eventi, nel 1993, vi sono stati altri avvenimenti molto sanguinosi, che hanno portato all’uccisione di molti tutsi. Questa guerra è durata undici anni; in questo lungo periodo di uccisioni reciproche molte persone vulnerabili, donne e bambini, hanno perduto la vita.
L’innocenza e l’amore per il prossimo, però, c’erano anche in quei periodi bui: ci sono state persone che hanno protetto e nascosto persone appartenenti all’altra etnia. Mio marito è stato ucciso nel 1995, perché avevamo nascosto alcuni tutsi.
La guerra, comunque, ha una tendenza a terminare, perché ci sono persone che provengono da entrambe le etnie che si rendono conto che vendetta e uccisioni non porteranno mai a niente, non arriveranno mai alla soluzione. In ogni caso io ribadisco che è l’amore che salverà il mondo.
Per tornare a mio zio non posso non ricordare che lui parlava molto dei bimbi ed ha scritto anche poesie sui bimbi; se voi permettete io vorrei leggervene un piccolo brano.

“Il bimbo è un uomo,
il bimbo è la relazione,
il bimbo è una relazione sempre attiva,
bisogna sempre amare i bimbi,
avvicinarsi a loro, proteggerli.
…e ancora…
“Dolce grande cammino,
che se ne va zigzagando senza scivolare,
attraverso questo cammino va verso la corte e il nettare,
e attraverso di lui ritornano i bimbi”.

Vi sono cose molto belle e molto dolci che sono state scritte, ma non posso leggervele tutte. Ho già scoperto che l’amore è intorno a me, mi ha aiutato ad educare i miei bambini e i vicini a perdonare; questo ha aiutato i miei bimbi a sbocciare, a fiorire, a realizzarsi nella loro personalità. Ho conosciuto anche altri eventi che mi hanno toccata e marchiata profondamente. Tra i miei bambini uno ha visto morire suo padre ed è entrato nell’esercito all’età di 13 anni; questo mi ha sconvolto, mi ha fatto ovviamente soffrire. Ma grazie dell’educazione ed ai consigli che gli avevo dato, questo mio figlio è poi riuscito ad allontanarsi dall’esercito, l’ha abbandonato, ed è ritornato a scuola. Questo mi ha alleggerito e mi ha anche fatto ringiovanire un po’.
Qui sono stata presentata come la Presidente della Federazione delle Cooperative, prima però ero un’insegnante, poi sono diventata Direttrice di una scuola elementare; poi c’è stata la guerra, la carestia, vari problemi. Ero, in quell’epoca, in una di queste Cooperative ed i contadini mi hanno chiesto di dirigere la Federazione e sono stati loro che mi hanno eletta come loro rappresentante. Poi abbiamo creato un altro livello di Federazione ulteriore, in modo che i Sindacati, le stesse Cooperative, potessero avere più forza contrattuale, come diceva anche Victor.
Poi mi è stato chiesto, appunto, di essere la rappresentante della Federazione, a questo secondo livello. Noi ci occupiamo dell’agricoltura, alleviamo bestiame; ebbene, quello che mi ha colpito moltissimo in questa attività, è che la stessa ha contribuito tantissimo anche alla riconciliazione. Inizialmente c’era l’etnia tutsi che si era rifugiata nei campi degli sfollati, mentre gli hutu rimanevano in collina. Dovete capire che gli sfollati, che erano con l’esercito, venivano poi ad ammazzare gli hutu che erano sulla collina e quindi bisognava assolutamente rimettere insieme queste due etnie.
Abbiamo dei luoghi per lo stoccaggio, per l’immagazzinamento delle merci, dove mettiamo, logicamente, i prodotti agricoli, senza distinzione di etnie, né di religioni: i magazzini sono di tutti. Così, sia pure con molta fatica, tra le due etnie è tornato l’amore, quindi gli hutu andavano nei magazzini per portare le cose o per conservarle, mentre i tutsi arrivavano con i militari, ma arrivavano anche ai magazzini di stoccaggio, anche loro. Lentamente la diffidenza e la paura che c’era tra le due etnie è andava diminuendo ed i due gruppi hanno cominciato a riconciliarsi gli uni con gli altri, a parlarsi, perché la comunicazione, il fatto di parlarsi permette, incoraggia, promuove il fatto di amarsi. Ieri si diceva, anche nella poesia, che bisogna parlare ai bimbi; i bambini imparano, sentono, capiscono quello che noi diciamo loro, quello che viene loro detto. I bambini diventano ciò che noi vogliamo che diventino. Se noi vogliamo che i bimbi giochino, come il tema di questa Festa suggerisce, noi dobbiamo, come genitori, parlare con i bambini, parlare di cose belle, di cose buone, quindi così riusciremo a costruire un mondo migliore, dove i bambini potranno giocare a loro agio. Vi ringrazio.