Su una spiaggia di mondi senza fine giocano i bambini

La rivalità mimetica, produce spesso, quando non riesce ad essere trasformata ed esorcizzata, la violenza PIETRO BARCELLONA
Io non so bene perché sono venuto, non so neanche bene che cosa dovrò dire!

GIUSEPPE STOPPIGLIA
L’importante è che tu ci sia!

PIETRO BARCELLONA
E’ difficile, dopo queste testimonianze, inserirsi in uno stato emotivo, che prende la sala, che vi ha coinvolto; solitamente anche io provo a raccontare episodi della mia vita, perché penso, come dicevo ieri, la storia di sé è un modo di comunicare anche immediato, però oggi non lo farò. Rovescerò un po’ questo modus operandi; io mi sono chiesto spesso, ma ancora di più oggi, immaginando anche il proseguo di questa discussione, perché non si comincia a riflettere sul fatto che ci sono molte donne che uccidono i propri figli. Ho davanti ai miei occhi quest’ultimo caso, di un bimbo di 5 mesi, Mirco, che è stato spiattellato in Tv come tanti altri: perché non si mette a tema la violenza e la si vede sempre e soltanto negli altri? Oppure, perché altri vengono comunque presentati come mostri? Perché non ci si chiede se la violenza è dentro di noi? Io non so, che dire; per esempio, mi chiedo questo: che faranno tutte queste persone fra due giorni? Voi!
Questo è un incontro è importante se riesce a produrre una trasformazione, cioè se riesce a produrre altri pensieri, nuovi pensieri, pensieri diversi dai soliti, se riesce a far sorgere anche problemi, dubbi, comunque se segna in qualche modo uno spartiacque nella routine; le testimonianze sono importanti, però il solco che è stato seguito fino a qui è quello un po’ a senso unico, che ci sono le vittime e ci sono i carnefici. Non si pensa ai carnefici come vittime, si fa molta retorica su queste storie di bambini innocenti. Io ho dei nipotini deliziosi, che sono per me anche un divertimento, oltre che un’occasione di apprendimento, però io ho visto per esempio delle cose che mi hanno colpito, che penso che, per quanto banali siano, debbano essere oggetto di riflessione.
Proprio l’altra domenica, in una delle rare domeniche che io riesco a riservare a me stesso, ho portato queste due bambine, insieme a mia moglie, al mare; poi avevo loro promesso un regalino. Siamo andati in una bottega, dove ci sono molti piccoli regalini. Le due bimbe hanno una 5 anni e l’altra 7; la più piccola era molto incerta e non riusciva ad orientarsi; voleva questo voleva quello, ne voleva uno, poi quello dietro; ha cominciato a decidere quando la sorella più grande ha deciso per una collana con un dente di elefante. Immediatamente ha voluto quella pure lei; ha cominciato a piangere, a strillare: voleva proprio quello! La più grande, che ormai è molto educata, nel senso negativo del termine, ad un certo punto le ha detto: “Ti do la mia, prendila”. La più piccola l’ha presa subito e se l’è messa. La commerciante, impietosita dal sacrificio che aveva visto fare alla più grande, è andata dietro nel magazzino e ne ha trovato un’altra uguale. La più grande ha preso questa collana e se l’è messa; non appena tutte e due avevano lo stesso oggetto si è scatenata una guerra, perché, stranamente, quest’oggetto non era il vero oggetto del desiderio; avere trovato lo stesso oggetto aveva reso più aspro un conflitto e un desiderio più profondo, che non sempre emerge.
È un desiderio che va trattato con molta attenzione, perché è ambivalente, perché può produrre moltissimi guai; secondo un autore che io amo questo desiderio è stato sempre coperto dalla menzogna, così come è stata coperta la violenza che porta con sì questo desiderio: solo una persona nella storia umana lo ha svelato. Questa persona poi si è fatta cristiana, io poi voglio parlare di questo, perché è interessante la lettura che dà della presenza di Cristo rispetto a questo problema. Qual è la cosa che sta sotto? Una cosa di cui si parla poco, cioè il fatto che noi siamo strutturalmente votati all’imitazione, cioè noi viviamo imitando, nel senso profondo del termine, non soltanto copiando, ma cercando di essere l’altro. Tutte le retoriche sull’altro dovrebbero partire da questa mera constatazione: la più piccola voleva essere la più grande e viceversa, c’è un desiderio di essere l’altro, non di avere l’oggetto dell’altro. L’oggetto dell’altro ha valore perché è guardato dall’altro.
Una donna, come si dice nel libro delle Braci, di cui non ricordo bene il titolo, può essere amata da due uomini senza essere mai pensata com’è, perché il desiderio che provano entrambi non è un desiderio immediatamente diretto all’oggetto, ma è il desiderio di avere la cosa preziosa dell’altro. È l’altro che conferisce valore alle cose; fate un bell’esercizio, perché questo produce la rivalità mimetica. In tutti i rapporti c’è questo tipo di rivalità; bisogna assumere la consapevolezza che, in tutti i rapporti, ci sono fenomeni di rivalità mimetica, cioè di essere l’altro, di mettersi al posto dell’altro. Sicuramente io ho rivalità mimetica verso Gaetano, verso Giuseppe; dovrei procedere ad una lunga riflessione per farvi capire che vuol dire, la rivalità mimetica. Certo, non m’interessa il pubblico che Giuseppe riesce a catturare, ma il suo modo di essere, il suo essere modello; cioè il modello è il mediatore rispetto all’oggetto. Questo scatena la rivalità mimetica, che produce spesso, quando non riesce ad essere trasformata ed esorcizzata, la violenza, si uccide l’altro. Si sopprime l’altro per prenderne il posto. Oppure viene trasformata in altre cose. Adesso vedremmo che trasformazioni ha subito, tutta la storia umana è caratterizzata da atti di violenza fondativa, che hanno, in qualche modo, spostato all’esterno della comunità la violenza. Da qui nasce, per esempio, una grande riflessione che bisognerebbe fare sul capro espiatorio. Ma da qui nasce per esempio immediatamente una riflessione: questo terzo e quarto Mondo, che noi consideriamo l’altro, è molto simile a noi: prova verso di noi un atteggiamento di imitazione e di rivalità mimetica, vuole le stesse cose. Non le ottiene, è vero, per mera responsabilità nostra, e diventa aggressivo, violento, vendicativo; ci accusa di essere la causa dei propri mali.
Noi sentiamo questa come una minaccia e ci rendiamo simili a loro; il terrorismo produce una guerra terroristica, cioè la asimmetria, che è la cattiva reciprocità della mimesi, si sparge nel mondo. Poi dirò perché, in questa fase, noi siamo minacciati da una violenza totale, da una mimesi totale.
Le comunità, in passato, uscivano da questa crisi con un capro espiatorio, che veniva sacrificato; la storia delle ritualità sacrificali è presente in tutte le religioni, questo sacrificio avviene attraverso un giudizio in cui questa persona viene imputata; come Edipo ad esempio per parricidio, ma in realtà tutti sono concordi nel ritenere che la peste a Tebe è stata portata da lui. Quindi il vero reato, non si dice; lo si uccide per un reato diverso; molte persone sono condannate per reati che non hanno veramente commesso, ma per consentire al popolo di avere un capro espiatorio che ripristina un gioco di differenze non distruttive. In genere questa violenza fondativa è affidata ai miti. Tutti i miti sono miti di violenza, di aggressione; pensate a quanto sangue c’è nelle tragedie greche ed a quanto queste tragedie greche siano la rappresentazione, la messa in scena, dei miti, di dinamiche affettive profonde. Dunque, non si capisce perché noi, quando esce sul giornale la notizia di questa povera disgraziata che ha ucciso il proprio figlio di 5 mesi, cerchiamo di chiamare Crepet in televisione, di stare tutti in pace, perché lui dice che bisogna ascoltare. Ma ascoltare che cosa? Chi bisogna ascoltare?
Questa storia dell’ascolto è un’altra retorica. Noi siamo pieni di queste cose; ci vorrebbe di nuovo un Salvatore, se Cristo tornasse dovrebbe cacciare di nuovo i mercanti dal tempio, che adesso non sono i commercianti e le loro merci ma sono la mercantilizzazione della parola, cioè questa chiacchiera infinita, con la quale cerchiamo di addomesticare le nostre profonde esigenze di vita ma anche i nostri desideri e dubbi, anche le nostre cose che non riusciamo più a rappresentare. Manca la scena, il teatro, dove si può mettere in pubblico, dove ci si può parlare davvero.
Ieri sono rimasto molto colpito da Samuele Bersani che ha fatto un bellissimo intervento, perché ha posto al centro dell’attenzione il problema non tanto di occuparsi dei bambini che sono teneri ma sono anche cattivi. Io ho assistito a tentativi di soppressione di un fratellino più grande, nei confronti di un fratellino più piccolo, proprio nell’ambito dei miei rapporti familiari. Ero in vacanza a Gstaad: la mia nipote maggiore e il nipotino maschio di mio figlio stavano giocando ad impiccare la più piccola. Insomma!
In questo momento c’è una situazione drammatica in un piccolo paese della Sicilia, dove mi hanno chiamato per parlare del tema dell’invidia. In una classe di scuola media, dove ci sono ragazzi di 13-14 anni, avviene che un ragazzo – che può essere un handicappato, oppure un ragazzo di colore o chissà che altro – viene deriso presentando la sua diversità come una impossibile integrazione, con grande crudeltà; bene, sono accaduti quest’anno 18 suicidi di giovani, perché questi ragazzi vengono indotti al suicidio dai compagni, che li perseguitano, che diventano dei persecutori, dopo che avviene il sacrificio della vittima, che in questo caso si autoelimina.
La violenza si esercita in tanti modi; è proprio una cosa che si respira nell’aria: bisognerebbe, proprio per questo, parlare dei bambini ma per fare una grande riflessione sulla violenza. Una grande riflessione.
La violenza sui nostri corpi: innanzitutto, a me piacerebbe parlare con i ragazzi che si traforano il naso, che si mettono il piercing, che si mettono i tatuaggi nelle orecchie, oppure con gli adulti che si fanno il lifting, per esempio. Quella è invidia, è violenza sul corpo, dovuta ad una forma auto riflessiva dell’invidia, che non prende di mira solo l’altro, ma anche se stessi: invidia verso la propria serenità, invidia verso la propria tranquillità, auto punizione, masochismo. Queste cose noi le mettiamo da parte.
Abbiamo prodotto noi quest’invidia generalizzata, distruggendo le differenze, intese come differenze sostanziali, non come differenze congiunturali. Ci sono tre libri che io cito sempre, che sono proprio la fenomenologia della crisi sociale mondiale che stiamo vivendo. Il primo è di Mitscherlich, che è l’ultimo allievo di Adorno, “Una società senza padri”; siamo di fronte ad una debacle della paternità; è una manifestazione di invidia, perché i grandi vogliono imitare i piccoli. Pensate a tutti questi sessantottini che si sono messi l’eskimo e che andavano a cercare la ragazza insieme ai propri figli: cose da pazzi! Inaudita questa mimesi dei genitori verso i figli: è invidia pura, allo stato selvaggio! E’ violenza, che lascia questi figli senza padre. Quanti padri vanno a fare i compagnoni con i figli? “Dai, dai, parliamo di donne”; o, viceversa, le madri con le figlie. Tutto questo produce il clima in cui maturano i delitti, che non sono mai i delitti di quella povera crista, oggi, sono delitti nostri.
Un altro libro bello, sempre di Mitscherlich, è: “Il feticcio urbano”. L’abitare è un grande sintomo dell’essere; noi non abitiamo più in quartieri: tutto il territorio nazionale, ma non solo italiano, è caratterizzato da ville sparse. Il feticcio urbano è proprio la disgregazione piccolo borghese della visione aristocratica della casa, come rappresentazione del vivere, del gusto, del valore d’uso dell’artigiano che sa fare il balcone di ferro eccetera; queste case sono una testimonianza della nostra avidità e della nostra solitudine imitativa, cioè ognuno guarda la villa che ha fatto il vicino. Può accadere che sulla riva del mare si faccia una casa svizzera perché il vicino ha fatto una casa svizzera; dunque l’idea della bellezza legata, appunto, al godimento. Questa poi è una società di infelici, perché se uno è preso da questa logica, non può provare un po’ di benessere, di godimento di sé! Io no so quanti di voi riescono a godere di se stessi: io ci riesco male, però almeno so di che cosa soffro, perché in realtà pure io sono corroso dalla rivalità mimetica. Dobbiamo riflettere su questo; credo che nessuno ne sia esente da tale limite; non dobbiamo crearci la proiezione, il nemico contro cui combattere.
René Girard – di cui raccomando la lettura di tutti i libri perché è uno splendido pensatore, che ha anche una scrittura molto bella – ha sostenuto questo tesi, che a me sembra molto suggestiva. Ve la voglio esporre, perché è una tesi che mi viene continuamente in mente, godendo, oggi e ieri, della vostra presenza, come anche aver sentito alcune affermazioni dei miei amici preti sul concetto di religione. Certo, le religioni hanno tutte una unica matrice, sono legate, però, dice questo autore, “tutte le religioni hanno un fondatore” un capro espiatorio; Prometeo, in un certo senso è un capro espiatorio: era andato a colpire Zeus, a rubare il fuoco – poi bisognerebbe vedere che cosa è questo fuoco – ma subisce l’attacco del rapace che lo azzanna continuamente.
La religione biblica è già un po’ diversa, ma il rovesciamento della religione in generale che fa Cristo è straordinario. È la prima situazione, infatti, nella quale il meccanismo vittimario del capro espiatorio non funziona. Cioè quello è il vero innocente, ma perché è il vero innocente? Perché il meccanismo vittimario funziona solo se i condannatori sono unanimi nella condanna (si chiama la menzogna mimetica). “Hanno scritto dei grandissimi libri sulla menzogna mimetica”, dice Girard, analizzando i grandi classici della letteratura. Se noi, tutti d’accordo, ci mettessimo che tutto quello che va male nel mondo, improvvisamente, suggestionati da qualcuno che lo sa dire, è per colpa sua, di lui, faremo una grande operazione di linciaggio collettivo. Poi ci abbandoneremmo ai baccanali, alle orge, avremmo trovato la soluzione, però dovremmo essere unanimi; se uno si alza e dice: “Ma no, quello è un innocente, perché lo stiamo condannando? Che cosa ha fatto?”. Potremmo dire che ha rubato la cassa di padre Stoppiglia! La menzogna, per reggere questa finzione sacrificale, deve essere unanime ed invece Cristo è dichiarato da se stesso innocente, come tutte le vittime, perché gli innocenti sono sempre coloro che, come siamo un po’ tutti, subiscono il sacrificio vittimario, senza che sia denunciato come tale. Invece, come dice Girard, subito attorno alla collana di Cristo, a cominciare da Pietro, che lo ha rinnegato, tutti a dire che “quell’uomo era innocente”. Lo vanno dicendo tutti! È la prima volta che crolla, nell’opinione pubblica, il consenso sul sacrifico unanime della vittima innocente. Sporca, rovina la nostra idea di essere buoni la condanna di un innocente, perché questo è il meccanismo: demistifica la menzogna dentro la quale vivono i filosofi.
Ieri ho sentito delle cose terribili: filosofi e preti! Io non sono un filosofo – lo dico sempre – c’è chi crede che sia un vezzo, ma io mi sento molto più di un filosofo! Filosofi e preti sono una rovina perché debbono addomesticare, debbono predicare; anche l’intervento sull’umanità che è stato fatto da quel prete dalla sala è un esempio, ma l’umanità non esiste se esistono queste dinamiche concrete, che riguardano gli esseri umani; che siano spagnoli, francesi, honduregni, brasiliani, eccetera, con le loro ancestrali religioni e le loro ritrasformazioni. Però Cristo è unico, perché è l’unica vittima sacrificale che viene riconosciuta contestualmente come innocente. Proprio per questo, infatti, ha dato una indicazione, un messaggio, che è il contrario della violenza mimetica. Io, quando vengo qui, seguo un itinerario mio, cioè mi metto a leggere un testo che considero importante. Io ho sempre considerato il Vangelo di Matteo uno dei testi migliori; sapete che non sono credente ed ora non pensiate che io mi sia convertito! Penso al discorso della montagna: “Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”; ora io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra tu porgi anche l’altra; a chi vuole portarti in tribunale per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello”. Ebbene, tutta questa storia viene interpretata, è successo anche questa sera, con il perdono: non c’entra niente con il perdono! Questa è una strategia di salvezza di sé! Una strategia di salvezza di sé, perché capisce che non ne vale la pena; se la posta in gioco è una tunica, lasciagliela! Valorizzare l’oggetto del rivale significa annichilire il rivale stesso. Se noi smettessimo di essere accecati da questo desiderio di avere tutte le cose!
Tutto il Vangelo è costruito su principi di psicologia elementare, ci sono i Comandamenti che attivano visioni vitali e positive del mondo, rispetto a quello che abbiamo dentro, il fuoco. Noi siamo abitati da uno spirito luciferino, che non è certo antagonista del mio, è una parte di noi piena di schifezze.
Vi racconto un episodio e poi chiudo. Voi sapete che io sono un appassionato di psicoanalisi, l’ho detto e l’ho scritto. Due anni fa sono tornato a trovare il mio psicanalista, a cui voglio molto bene, perché gli sono grato: non mi ha donato niente, mi ha fatto spendere un sacco di soldi! Guai alla gratuità, Giuseppe! Una buona reciprocità scambievole e un dono interessato sono molto meglio della gratuità!

GIUSEPPE STOPPIGLIA
Questo lo dicono gli psicanalisti! Non lo dice Gesù!

PIETRO BARCELLONA
No, lo dico io! Sono andato a trovare il mio psicanalista: gli ho raccontato che stavo bene e gli ho detto che l’indomani sarei andato a fare una conferenza a Venezia – di cui ero soddisfatto – grazie ad una mia allieva che insegna lì. Ci siamo messi a parlare e lui mi ha detto una cosa: “Stia attento, perché dentro ognuno di noi c’è un sé luciferino che invidia la parte tranquilla e serena che si gode la vita”. Dice: “A me è capitata una storia – che non posso raccontare perché è sua – ma stia attento che può capitare pure a lei”. Io sono andato a Venezia, contentissimo di questo incontro, sono stato a cena con ????, dopo di che sono andato all’albergo che mi avevano riservato – un albergo lussuosissimo – ed ho approfittato di tutti i servizi: ho fatto la sauna, il massaggio, tutto quello che si poteva fare, dopo di che sono andato nella mia stanza con questo spugnone grande, bianco, bellissimo. Mi sono guardato la faccia, andava benino; mi sono accorto che avevo le unghie dei piedi lunghe, dunque ho preso le forbici e mi sono messo all’opera. La forbice è scappata dalle mie mani e ha fatto un taglio enorme sul dito: il sangue è schizzato su tutte le pareti dell’albergo! Ho dovuto chiamare la cameriera, che però è rimasta stupefatta di vedermi nudo e insanguinato!

GIUSEPPE STOPPIGLIA
Spaventata, no stupefatta! (ride)

PIETRO BARCELLONA
Mi ha ricoperto, mi ha legato con la cintura dell’accappatoio e sono finito all’ospedale di Mestre con cinque punti. L’indomani mattina ho telefonato a questo mio analista e gli ho detto: “Lucifero ha colpito ancora!”.
Dobbiamo sul serio riflettere su questo fatto: siamo noi i portatori della violenza! Si ammazzano i bambini per invidia, cioè la molla dell’uccisione dei bambini è invidia, perché i bambini sono oggetto di cure privilegiate. In una società in cui non c’è più un rapporto che si sottragga alla rivalità mimetica, perché siamo tutti contro tutti. L’omologazione, la cosiddetta eguaglianza: questo tavolo dei diritti, tutte le banalità che si dicono hanno prodotto l’indifferenziazione. C’è una crisi di indifferenziazione. Allora la gente si mette pendagli, eccetera, ma prova invidia, l’invidia è diventata il sentimento generale, nazionale e universale. L’unica cosa che ci accomuna! Così si soffre moltissimo; l’invidia è il peggiore dei mali, il peggiore dei peccati; la lussuria eccetera sono tutte banalità; l’invidia è il peccato dei peccati! Non a caso Lucifero è un portatore di invidia, perché ha invidiato il potere di Dio. Allora, quest’invidia che sta diventando così straripante, noi la coltiviamo ogni giorno, in tutti i modi, in modo particolare la esercitiamo verso i bambini, perché sono quelli che ancora ottengono cure materne.
Io, infatti, penso che alla base dell’invidia ci sia un rapporto ambiguo con la madre; il seno è oggetto di amore ma anche di invidia: questo l’hanno scoperto molto tempo fa le donne anche. Il seno nutre ma anche avvelena; la madre è ambigua. Questo rapporto con la madre però è ciò che ciascuno di noi ha dentro come invidia, ce l’hanno anche le donne. Verso i bambini si prova un’invidia del rapporto che hanno con il seno. Non è la stessa cosa fare magari un bel rapporto amoroso, che può essere orgastico, che succhiare un seno, da bambino, naturalmente. Succhiare un seno è una cosa straordinaria. Noi abbiamo invidia di questa cosa, perché il privilegio dei bambini è che possono nutrirsi attraverso un corpo. Noi adesso non amiamo i corpi, non amiamo le donne, non amiamo noi stessi; che cavolo vogliamo? Invidiamo i bambini e li ammazziamo.

GIUSEPPE STOPPIGLIA
Avete sentito, grazie Pietro, con che forza cerca di portare la riflessione dentro di noi, io che sono un prete, lui lo sa, sono prete da 40 anni, proprio quest’anno, 40 anni di Messa, non mi sono mai identificato nel ruolo. Quindi lui continua a dire che i preti sono così e i filosofi sono così, sbaglia mira! Con me è inutile; io non mi identifico nel ruolo! Io sono Giuseppe Stoppiglia, il quale fa e opera nei rapporti con le persone, cercando di portare la parola di Dio nella storia. Non so se si può dire prete; forse; poi se tu lo ritieni giustificato nel ruolo perché gestisce riti..Guardate che questa è un’altra ambiguità, come quella che diceva lui dal punto di vista psicanalitico del seno materno. Una delle offese più grandi che a me fa, ed è sciagurato, lo ritengo vergognoso, di imitare il medico, di imitare il professore, di imitare il prete.
Io proprio non m’identifico, perché “io sono”; ognuno di noi è, dentro questa ricerca. Certo che dopo tutti gli studi servono, eccetera, ma questa è una difesa di ufficio dei preti! Nel senso che non mi interessa proprio in questi termini: lo dico non per salvare la mia personalità o quello che stiamo facendo; perché tutti sono, nella zona del bassanese, stranamente dubbiosi di questi due tipi di preti che siamo io e Gaetano. Semplicemente perché noi amiamo la gente e parliamo come parla la gente; noi usiamo un linguaggio che la gente comunica, che non è filtrato, ne mediato dai riti, che è il compito dei preti. Va bene, infatti i preti lo fanno, noi siamo altro, in questo senso; quindi anche il filosofo sarà uguale, penso che anche lui si troverà a disagio, eccetera.
Questo per dare una battuta al mio amico Pietro!

PIETRO BARCELLONA
Ma io ti voglio dare una risposta subito: noi siamo amici perché nessuno dei due vuole essere quello che è!

GIUSEPPE STOPPIGLIA
Gli psicoanalisti! È estremamente interessante la pletora di spunti che Pietro dà, proprio il fatto soprattutto della violenza, che è dentro di noi. Lui ha detto che “noi abbiamo dentro la violenza”, ma è troppo dura dirla così; non abbiamo rispetto di noi, non ci ascoltiamo, non abbiamo tempo per noi, perché abbiamo le cose che arrivano prima. Per esempio, per guardare un panorama, per stare da soli, tempo non ne abbiamo; quindi se non abbiamo questo rispetto di noi non abbiamo rispetto neanche del bambino. Io continuo a dirlo: non abbiamo rispetto dei deboli, proprio perché non ci ascoltiamo, non abbiamo rispetto di noi, non ci vogliamo bene. Non vogliamo bene a noi stessi. Pensiamo di volerci bene riempiendoci di risposte o di cose, ma non ci ascoltiamo, in questo senso Cristo diventa un punto di riferimento. Cristo non ha fondato una religione, checchè se ne dica. Cristo è venuto a dire che tutti gli uomini sono figli dello stesso Padre.
A questo punto io non voglio impressionarvi, ma sono leggermente stato tirato in mezzo, perché io ascolto molto quello che dice Pietro, però è necessario che ognuno passi dentro quello che è. Non c’è niente di assoluto, né quello che dico io ne quello che dice Papa Ratzinger, neanche quello che dice lui è assoluto, perché soltanto uno è il centro: Cristo crocefisso e risorto.
A questo punto io non farei intervalli, altrimenti ci distraiamo: se alcuno ha bisogno di andare da qualche parte, a bere o a fare qualcos’altro lo può fare, ma io direi di non fare intervalli, perché ci sono molte persone che ancora devono intervenire.
Vorrei presentare Giorgio Barbieri, che è di Monastier, in provincia di Treviso; spero che lui racconti un po’ la sua storia e parte di sé. Io lo ringrazio, soprattutto per l’umiltà che ha, come per la capacità che ha avuto di integrarsi in quel popolo straordinario che è quello brasiliano, che io amo molto. Giorgio, a te.