Su una spiaggia di mondi senza fine giocano i bambini

I “bambini” brasiliani di cui Girgio si occupa: anziani abbandonati e in miseria Anche io, come Petronilla, vi saluto in brasileiro: Bon dia a todos. Vi porto qui l’abbraccio del popolo brasiliano, soprattutto del popolo di Limoeiro; un abbraccio brasiliano, tropicale, pieno di affetto, pieno di gioia, la gioia del Carnevale brasiliano, la gioia del calcio del Brasile Campione del mondo! Vi porto però anche la sofferenza di tanti brasiliani che vivono nella miseria, che vivono nelle favelas.
I bambini del Progetto Anziani di Macondo, i miei bambini hanno tutti più di 80 anni! Sono vecchietti e vecchiette del Progetto Macondo, che si aiutano, sono persone abbandonate dalla famiglia, che vivono soli in casupole.
Vi porto anche il saluto di Giuditta, di Federico, di Alice della Luce, che adesso, in questo momento, si stanno svegliando per andare alla Messa a Limoeiro. Vorrei dire solo una cosa: tu ti sei sposato, uomo di Dio, perché ti sei sposato? Io, durante 20 anni, ho fatto quasi più di 3000 matrimoni, perché in Brasile alla gente piace sposarsi; quando li facevo arrivavano la sposa, lo sposo, la sposa bella, tutta vestita di bianco, con i fiori, e ogni volta io sentivo una Santa invidia! Mi chiedevo: perché questo non potrebbe essere anche per un prete? Tutta questa gioia, questa allegria! Anche perché, lo dico anche a Giuseppe, l’uomo da solo rappresenta il 50% dell’umano, da solo; lo stesso vale per la donna, da sola vale il 50% dell’umano. solo i due assieme, uomo e donna, sono il 100% dell’umano! questo è bello. Però adesso Macondo mi chiede, in questo momento, un miracolo, una missione impossibile: raccontare in 20 minuti l’esperienza di 38 anni di missione in Brasile. Allora, io ho scelto tre punti che mi sembravano importanti nella mia vita, che l’hanno segnata, che possono aiutare tutti; sono i punti che hanno definito un po’ la mia storia.
Io sono arrivato in Brasile nel nord est, nella regione conosciuta come il Poligono della siccità, il Poligono della fame¸ la regione più povera del Brasile. Sono arrivato subito dopo il Concilio, nel 1966, io sono stato ordinato sacerdote da Papa Paolo VI, sotto il baldacchino del Bernini, bellissimo! Sono arrivato in Brasile con i venti dell’innovazione, c’era il rinnovamento della Chiesa, la Teologia della liberazione, le comunità ecclesiali di base, la Chiesa dei poveri. Però è stato terribile, perché eravamo durante la dittatura, all’inizio della dittatura militare, abbiamo incontrato una Chiesa che andava a braccetto con i militari, con i latifondisti. Noi vedevamo la miseria, la fame che aumentava sempre di più, i meninos de rua che aumentavano sempre di più.
La prima Pasqua che io ho celebrato lì, a Limoeiro, il parroco era ancora un brasiliano, mi ha mandato a celebrare la Messa di Pasqua il pomeriggio, in una favela che è su una collina. Io sono andato, tutto vestito con l’abito talare bianco, sembravo Papa Benedetto XVI, quando sono andato sulla collina mi viene incontro uno stuolo di bambini e bambine, tutti vestiti di sole, con quel pancione pieno di vermi, e gridano “Padre Giorgio abbiamo fame, vogliamo pane, pane”. Che Messa di Pasqua? Che Messa di Pasqua? Questo veramente mi ha sconvolto, dopo 4, 5, 6 anni di queste contraddizioni io sono entrato in una crisi senza fine, una crisi esistenziale, una depressione come Giobbe nella Bibbia, senza speranza.
Ci sono momenti storici nella nostra vita di cui noi ci ricordiamo l’ora, il momento, tutto, una mattina, un lunedì del mese di ottobre, un sole bellissimo, era la primavera brasiliana, mi chiamano per andare a confessare una vecchietta dall’altra parte del fiume. Io allora passo il fiume, saltando da una pietra all’altra e lì c’era un gruppo di lavandaie; una lavandaia, che faceva parte della comunità di base, come anche del gruppo delle lavandaie, viene incontro a me e mi dice: “Padre Giorgio, che cosa è successo? Ti vedo così triste, così giù”. Io le ho raccontato, anche io mi sono confessato, tutta la storia della Chiesa, della pacificazione che non andava avanti, il Concilio che non riusciva ad arrivare, i documenti, tutte le difficoltà, tutti i problemi, il disanimo, la voglia di andare via. Lei mi ha ascoltato e poi ha detto: “Guarda Padre Giorgio, fra noi poveri quando uno ha difficoltà, quando uno soffre, ci si aiuta l’un altro, fra poveri, e si tira avanti; un povero aiuta l’altro e si tira avanti”.
Cari amici, queste parole sono state la mia salvezza, non si dice che nella vita di ogni uomo c’è la strada di Damasco? Questa è stata la mia strada di Damasco.
Da quel momento io ho capito tutto, che quello che è importante, tra le persone, è la solidarietà, la cosa più importante. Non è più un problema di dottrina, di documenti, di diritto canonico, il cammino vero è vivere la solidarietà con gli altri. L’evangelizzazione non è fatta di idee, è, come diceva anche Giuseppe adesso, stare con la gente, ascoltare, ascoltare, condividere i problemi, le sofferenze. Saranno i poveri che ti diranno: guarda, fa questo, organizza un incontro, organizza la comunità ecclesiale di base. Saranno loro! Quindi io voglio dire a tutti voi, cari amici, che se noi vogliamo sopravvivere in questo nostro mondo capitalista, bellissimo, dobbiamo continuamente imparare con la speranza dei poveri. Dobbiamo imparare ogni giorno con la speranza dei poveri. Dobbiamo continuamente alimentare la nostra speranza con la speranza dei poveri. Da noi vengono sempre molte persone, molti giovani, a visitare il Brasile, ed è una cosa bella; allora io ogni volta approfitto per portare le persone a vedere la situazione, a vedere la favelas. Io vedo in ogni persona questo bagno di speranza, vedo che ai giovani, alle persone che vengono a vedere le favela, questo bagno di speranza fa bene.
Fra i poveri uno aiuta l’altro e si tira avanti, questo è bello, questo è il mio Vangelo. Oggi io leggo il Vangelo, tutto in questa linea, fra l’altro anche con i poveri molte volte io chiudo la Bibbia e chiedo: qual è la pagina più bella che voi vi ricordate del Vangelo? Sono tutti fatti dove Gesù mostra la solidarietà: la moltiplicazione dei pani, il Samaritano, l’adultera, le Nozze di Canaa. Il Natale è la solidarietà di Dio con l’umanità. Noi abbiamo adesso lì a Lomiero un prete brasiliano, molto bravo, ha studiato a Roma, nella Settimana Santa da noi c’è la processione del Venerdì santo, ci sono 10.000 persone, 10.000 partecipanti, perché la gente vede nella Via Crucis il Cireneo, la solidarietà; la Veronica che asciuga le lacrime e il sudore di Gesù, solidarietà. L’incontro di Gesù che porta la Croce con la Madonna addolorata, la gente piange pubblicamente, piange. Però il parroco mi diceva: “Ma guarda, padre Giorgio, il Venerdì Santo 10.000 persone, il giorno di Pasqua solo 1000 persone in chiesa. C’è il popolo che non vive la Pasqua, non vive la gloria della Resurrezione”. Per il popolo la gloria della Resurrezione è ancora una meta lontana, il nostro popolo vive il Venerdì Santo vive la Via Crucis, la via Sacra. Per questo il nostro popolo si identifica con il Cristo sofferente che porta la Croce, che è umiliato.
Vi dico un’altra cosa, ci sono tanti Santi, grandi. San Tommaso d’Aquino: che grande Santo, che uomo grande. San Domenico, sant’uomo; San Bernardino da Siena, la nostra gente non conosce nessuno di questi santi, ma però San Francesco di Assisi, tutti lo adorano. Perché era ricco, perché si è spogliato di tutta la ricchezza del Padre, ingiusta, e si è messo insieme ai più poveri: solidarietà, solidarietà. Per esempio San Sebastiano in Brasile è molto diffuso, non c’è una parrocchia in Brasile che non abbia una chiesa dedicata a San Sebastiano, perché era un ufficiale dell’Impero Romano, aveva uno status, però ad un certo punto si è convertito (come un giorno anche Pietro si convertirà) lui si è convertito ed è diventato solidale con i cristiani perseguitati. Un giorno, al mattino presto, andava a portare la Comunione in carcere ai cristiani e l’hanno catturato ed è stato ucciso. Questo alla gente piace, perché è un esempio di solidarietà. San Benedetto, quello del Papa, no? È siciliano, quello che è figlio di schiavi etiopi, che si è fatto frate francescano, che ha passato la vita lavando i piatti, umile, che poi è stato anche nominato Superiore, senza che sapesse leggere né niente. La gente vede in San Benedetto un grande Santo di solidarietà. San Martino! Che grande devozione a San Martino, che ha tagliato il manto e ne ha dato metà ad un povero che stava soffrendo.
Bene, un povero aiuta l’altro e si tira avanti. Per me oggi la solidarietà è il cammino per sopravvivere nella nostra società. Io sono entrato in contatto con Macondo, adesso vi racconto in che modo: è arrivata nelle mie mani una rivista che si chiamava Madrugada, e io pensavo che fosse in lingua brasiliana, perché in portoghese Madrugada è una parola. Invece c’era scritto: Rivista dell’Associazione Macondo per la libertà, per l’unione fra i popoli, per la solidarietà tra i popoli. Mi è piaciuta subito, tutti gli articoli all’interno parlavano della solidarietà. Oggi, vi confesso, ogni gesto di solidarietà che io vedo mi commuove fino alle lacrime.
L’altro ieri venivo in treno da Bassano, è entrata una signora con una valigia molto grande, allora un giovane ha detto: “Signora, la metto io là sopra”. Ha preso la valigia molto pesante, si è alzato e ha dato il posto alla signora anziana. Sono gesti di solidarietà. Il primo maggio, quest’anno prima di partire, da noi c’è stata una grande manifestazione per i senza tetto, ci sono anche i senza terra, ma questa era per i senza tetto, senza casa. Una grande manifestazione, con cartelli, striscioni, tutto; vicino a me, nella marcia, c’era un vecchietto di 84 anni, allora la Tv lo ha intervistato: “Lei, alla sua età, ha ancora delle speranze di avere la sua casetta?”. Lui si è guardato intorno, da una parte e dall’altra, e poi, all’orecchio del reporter, che però aveva il microfono acceso, ha detto: “Ma guarda che io la mia casetta ce l’ho già, l’ho acquistata 10 anni fa, però io vengo a tutte le manifestazioni dei senza casa per dare forza e appoggio agli altri”. Questo è solidarietà. Fra i poveri uno aiuta l’altro e si tira avanti. Ci hanno sempre insegnato che i Sacramenti sono 7, non è vero, sono 8; l’ottavo Sacramento è la solidarietà, perché la solidarietà fa tornare Gesù vivo, presente in mezzo alla gente, senza liturgia, senza Messa, senza fare niente. San Paolo diceva ai Romani: siate solidali, la solidarietà, cari amici, si impara. Bisogna imparare con la speranza dei poveri. Bisogna imparare con la solidarietà dei poveri.
Io ho vissuto due anni fra gli alagados di Salvador de Bahia, con i Piccoli Fratelli di Charles de Foucault, ed è stata una esperienza straordinaria; Alagados è la favela più grande di tutta l’America latina su palafitte. Io lì ho imparato che cosa è la solidarietà; la gente non sapeva neanche che noi eravamo preti, però eravamo tutti uniti; quando la passerella con le tavole cadeva, tutti assieme ci si metteva a ricostruirla. Tra loro si prestavano tutto, una tazzina di zucchero, una tazza di farina, un pezzo di pane, poi si restituiscono le cose. È tutta una comunione tra i poveri, è impressionante, è proprio bella. Si viveva la solidarietà giorno e notte, nessuno si dimenticava dell’altro. Quando arrivava la Polizia nella favelas, che arrivava sempre, in 5 minuti tutta la favelas sapeva che la Polizia era lì presente. A volte veniva a prendere un bambino che aveva buttato una pietra sul treno, tutte cose così. Allora tutti si passavano parola e dicevano che c’era la Polizia, in 5 minuti tutta la favelas sapeva che c’era la Polizia. Usavano la parola “Posta”, che in brasiliano vuol dire stronzi.
Dio è presente nella solidarietà, Dio è solidarietà. Veramente i poveri sono i miei maestri, io dico sempre a tutti i poveri che quello che io sono oggi l’ho avuto dai poveri, dalla gente povera. Non l’ho imparato in Seminario, no; tra l’altro il Seminario e la Chiesa, ancora oggi, commettono un grande crimine, perché ha preso noi, mezzi contadini, mezzi proletari, e ci ha portati in Seminario; il Seminario poi ci ha fatto piccoli borghesi, pieni di tante esigenze, pieni di tante cose; ancora oggi la Chiesa in Brasile continua a perpetrare questo crimine. Chi è riuscito a liberarmi da questa corruzione dei Seminari, dalla teologia, sono stati i poveri. Quello che sono io oggi lo devo alla solidarietà, alla convivenza con i poveri.
Scusatemi per quello che vi dico ora: guardate, io non riuscirei a vivere qui in Italia, scusatemi, ma non ci riuscirei più. L’ultima volta che io sono stato a Monastier, il mio paese d’origine, la gente mi diceva: “Ma dai Don Giorgio, rimani qui da noi. La tua missione in Brasile l’hai già fatta, c’è tanto bisogno anche qui, sai, di missionari. Guarda che qui si sta bene. Quanto tu sei partito Monastier era zona depressa, però adesso noi siamo la Regione con il maggiore reddito di tutta l’Europa. Ci sono i soldi sai qui? Rimani qui con noi”.
Questo discorso mi fa male, perché io penso sempre che un missionario deve vivere sempre in prima linea, sul fronte. Un missionario deve morire in prima linea, mai i poveri hanno vacanze, mai i poveri vanno in pensione. Un missionario non va in pensione.
Quindi questo individualismo che esiste tra di voi, scusatemi, chiaramente, mi rende impossibile vivere nuovamente tra di voi; io voglio dire una cosa, non so se posso dirlo, ma la dico lo stesso, io non sono un sociologo, io non sono un economista, però, dopo 38 anni che sono in Brasile, ogni volta che vengo in Italia, anche se vengo poche volte, vedo da ogni parte case bellissime, come piccoli palazzi. In Brasile neanche i ricchi hanno le case che qui da voi hanno i semplici operai, siete pieni di soldi. Sì, è vero, anche questa è una cosa buona, però trovo le persone più egoiste, più chiuse, più individualiste. Questo vuol dire che questo vostro progresso non è giusto, è sbagliato, come diceva Bartali: “Tutto sbagliato, tutto da rifare”.
Una parola di Victor, che mi ha richiamato l’attenzione. Lui mi diceva che nel Congo ci sono imprese italiane; guardate che in Brasile le multinazionali italiane sono un centinaio, allora mi viene sempre un dubbio in testa: sarà mica che tutto questo progresso che voi avete, tutta questa ricchezza che voi avete, sarà che è la conseguenza della miseria di milioni di persone, di milioni di brasiliani? Sarà che noi siamo più ricchi perché lasciamo gli altri più poveri? Questo è tremendo, anche io non ho risposta a queste domande, le butto così perché voi possiate portarla a casa e ci pensiate.
Però io non riesco più a vivere qui in Italia, perché c’è individualismo, ed è così forte. In Brasile tutto è comunione, io quando cammino per le strade del Brasile saluto tutto, un abbraccio, baci a tutti quanti, anche se non conosco la persona. Quando a Padova aspettavo il treno per vanire a Bassano, guardavo gli orari e mi è venuto vicino un signore; spontaneamente ho detto “Buongiorno”, lui mi ha guardato, e mi ha detto: “Ma chi ti conosce?”. Io mi sono sentito straniero nella mia Patria. Per fortuna che ho letto il libro di Carmine: “Lo straniero nella Bibbia”; io mi sono sentito lo straniero nella mia terra, nella mia Patria. Guardate, in questo senso io voglio qui fare un elogio a Macondo, perché io penso che Macondo, in questa nostra realtà italiana, è una benedizione di Dio; Macondo cerca di svegliare la solidarietà tra gli uomini, cerca di far fiorire, guarda qui quanti fiori belli che ci sono qui, la solidarietà. La solidarietà poi viene da Dio, perché Dio è solidarietà. Mi piace molto vedere anche questo, perché qui ci sono quasi tutte le associazioni, parlano di solidarietà; ho visto un cartello che dice “Associazione Telemaco – solidarietà”. Questa è la missione profetica di Macondo dentro la nostra realtà italiana.
Diceva, non so chi, che nella sera della nostra vita saremo giudicati sulla solidarietà. Non so chi lo abbia detto, forse Carmine lo sa. Tre mesi fa hanno ucciso, nel Parà, una suora, mia grande amica, suor Dorotea, che ha fatto il Corso di aggiornamento con me. In quelle zone suor Dorotea accompagnava i senza terra; ha dedicato 75 anni a questo, era americana, però chiamava George Bush assassino, canaglia. Una suora profetica proprio. Lavorava sempre con i senza terra, e siccome aveva una bella voce insegnava tutti i cantici di speranza, i cantici di liberazione, ai poveri contadini, come Miriam, la sorella di Mosè, insegnava i canti di liberazione al popolo di Israele.
Ebbene un giorno, in gennaio, è arrivata la grande vittoria: il Governo ha espropriato 200.000 ettari per restituirli agli agricoltori. Festa grande, però è cominciata la rabbia dei grandi latifondisti, che sono tutti ladri, perché le terre non sono loro, hanno fatto documenti falsificati. I latifondisti hanno mandato 5 pistoleri, lei andava sempre a piedi, nel cammino li ha incontrati; le hanno chiesto: “Dorothy, tutto bene?”. Quando lei ha visto che uno era armato ha preso la Bibbia e ha cominciato a leggere: “Beati i poveri, beati i miti e i solitari, perché possederanno la terra; beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, beati gli operatori di pace, beati i perseguitati per causa della giustizia”, e in quel momento l’hanno uccisa, è morta. È una Santa del Brasile. Io chiedo a Carmine, che è vicino a Roma, che sa che al Vaticano piace fare i Santi, di dire che noi qui abbiamo una Santa, che con poche spese si può fare Santa! Non c’è bisogno di miracoli, perché il martire è Santo subito!
Solo una parola, Gaetano, sul progetto per le persone anziane, dovevo parlarvi di Primo Piano, ma a Limoeiro c’è il progetto per gli anziani, sono più o meno 60, Macondo lo sostiene. Sono vecchi e abbandonati, da soli, vivono da soli in una stanzetta. Perché è cominciato tutto questo? Perché anni fa, in un solo anno, sono morti 1 vecchina e due vecchietti, e la contrada lo ha saputo dopo 2 o 3 giorni, perché hanno cominciato a puzzare, allora tutti hanno saputo che erano morti. Non è possibile che nel mondo cristiano capitino queste cose!
Allora abbiamo cominciato questo Progetto degli anziani, ora la contrada si riunisce, dove c’è un vecchietto uno fa da mangiare, l’altro lava la biancheria, stira, uno fa la BBC della notte; i nostri vecchietti non giocano nella spiaggia, giocano a domino, quindi ci sono persone che si siedono lì con loro solo per ascoltare il vecchietto, perché, come tutti sanno, il vecchietto ha bisogno di parlare. Noi abbiamo tolto la parola ai vecchi, mentre loro hanno bisogno di parlare sempre, sempre.
Per terminare: Macondo ci aiuta sempre, con le medicine, a volte anche con la cassa funebre. Grazie per tutto a Macondo. Quando il vecchietto ha dei familiari noi andiamo dietro ai familiari, perché è la famiglia che deve prendersi carico di loro. Solo per dire che sono stati i vecchietti ad insegnarci queste cose.
Prima Giuseppe lo ha detto molto bene: la gratuità. Noi a Limoeiro abbiamo un centro di formazione con 750 giovani che studiano, che fanno tanto bene, però tu quando vedi un bambino abbandonato, che si forma e diventa un falegname, un elettricista, hai una grande soddisfazione; vedi il futuro davanti, sai che bello! Però con i vecchi non c’è futuro, il futuro è il cimitero, non c’è futuro! Quindi quello che fai è gratuito, perché lo vuoi fare; è la gratuità, questa è una cosa che mi piace molto, perché la gratuità è una cosa divina, perché ci fa più simili, somiglianti a Dio. Poi c’è il distacco da tutte le cose, il vecchio non si prende più le cose, è l’uomo delle cose essenziali, mi piace molto questo.
Il vecchio ci insegna un’altra cosa: a vivere semplicemente, a vivere senza tutte quelle cose in più. Ieri sera io mi sono sentito male, così tanti ragionamenti, tanta filosofia, ecco, io voglio vivere semplicemente, vivere senza tanti raziocini. Grazie.

GIUSEPPE STOPPIGLIA
Grazie Giorgio della sua serena testimonianza, avete visto la semplicità e l’umiltà con cui si è posto davanti a noi, lasciando parlare. Avete sentito e visto con quale serenità Giorgio ha parlato a voi, credo che qualsiasi spiegazione o commento non serva a niente, non pensate che lui sia un uomo che dice queste cose così, per sfuggire magari al ragionamento. È un uomo che vive! Vive serenamente questo incontro con queste persone, in questi tuguri dove va a trovare questi anziani; vive con questa serenità, con questa trasparenza. Possiamo anche noi essere un po’ dubbiosi di questo, a volte, è così buono! Anche queste affermazioni rivolte nei confronti della Chiesa, se fossero dette da me sarebbero bestemmie, lui le dice talmente serenamente che.boh, speriamo in bene!
Io lo ringrazio proprio di questa serenità e di questa semplicità, lui non vuole vincere, vuole vivere. Credo che sia l’augurio più bello che posso fare a lui: di continuare a vivere!