Su una spiaggia di mondi senza fine giocano i bambini

L’introduzione al convegno tenutosi alla festa di Macondo 2005
Io vorrei cominciare, innanzitutto, con un momento di riflessione e di silenzio, se fosse possibile, ricordando quanto avvenne un mese fa a Rio de Janeiro: alcuni poliziotti o ex poliziotti, che erano stati denunciati come esecutori di delitti, sono entrati nel quartiere di Nova Iguassù alla periferia di Rio de Janeiro e ha sparato in mezzo alla gente, uccidendo 30 persone, donne, bambini.
Vorrei cominciare quest’incontro ricordando tutte queste persone, vittime della violenza, visto che parliamo di queste cose; nello stesso tempo vorrei ricordare le violenze subite non solo a causa dei fenomeni naturali, come lo tsunami, ma anche quello che sta succedendo in alcune città del Brasile, del Kenia, del Mozambico, dell’Angola, cioè l’uccisione dei bambini allo scopo di togliere loro gli organi vitali. La città di Maputu non ha più un bambino di strada perché sono spariti tutti: vengono uccisi per trafugare loro gli organi e portarli poi dove vengono richiesti.
Io vi chiedo un minuto di silenzio per queste vittime.
Grazie.

Vorrei ringraziarvi per essere qui presenti e vorrei ringraziare anche chi ha organizzato tutto questo, i ragazzi straordinari che si occupano di tutta l’organizzazione di questa Festa, che è nello spirito di Macondo, dove ognuno è quello che è e si presenta per quello che è: loro hanno dato il via a questa Festa. Non è merito di Stoppiglia o di Farinelli, che fanno pure qualcosa, ma ci sono persone che lavorano insieme e questi risultati si devono anche a loro: le voglio dunque ringraziare prima di cominciare la Festa. Questo potrebbe sembrare un ringraziamento formale, può darsi che lo sia, ma è come la Benedizione di Dio, che non ti ringrazia con un atto magico, facendoti guarire, ma ti dice una parola per dirti che Lui c’è. Lo dico allora a questi ragazzi: “Noi ci siamo, con voi, grazie”.
Sto diventando vecchio e, quindi, l’emozione prende il sopravvento sulla razionalità, ma credo, dopo venti anni subiti nella mia repressione ecclesiastica, sia una rivincita – quindi una mia vittoria – quella di dare ascolto alle emozioni e ai sentimenti e non solo alla ragione.
Vorrei proprio cominciare questo incontro, che ha questo tema, “Una spiaggia di mondi senza fine, giocano i bambini”, con una poesia di Rabindranath Tagore, che ha scritto una poesia che, come dicevano ieri i relatori qui, “si ascolta e basta”; questa poesia ha scavato dentro di me e ha detto, anzi, vi dice quello che vorrei dirvi e che vi dico, in questo momento.

“Venite a comprarmi” gridavo al mattino, camminando sulla strada selciata.
La spada in mano, venne il re nel suo cocchio.
Mi prese la mano dicendo: “Ti comprerò con il mio potere “.
Il suo potere non contava niente per me, ed egli se ne andò nel suo cocchio.
Nel caldo del meriggio – le case a porte chiuse – vagavo sul sentiero tortuoso.
Un notabile mi venne incontro con un sacco d’oro.
Meditò e disse: “Ti comprerò con il mio denaro “.
Soppesò le sue monete una ad una, ma io mi voltai e m’allontanai.
Era il crepuscolo: la siepe del giardino era tutta in fiore.
La fanciulla uscì e mi disse: “Ti comprerò col sorriso “
Il suo sorriso si spense ed essa scoppiò in lacrime.
Poi se ne tornò indietro sola verso l’oscurità.
La sabbia scintillava e le onde del mare si frangevano in risacca.
Un bimbo lì seduto si trastullava con le conchiglie.
Sollevò la testa; sembrò riconoscermi e disse: “Ti compro con niente”.
E il baratto concluso nel gioco del bimbo fece di me un uomo libero.
(Rabindranath Tagore, Luna crescente)

Ho voluto iniziare con questa poesia, per dire che abbiamo perso l’immaginario della gratuità: è una delle cose più gravi che sta succedendo nell’educazione, in tutte le agenzie educative; nella famiglia. Le chiamo “agenzie” perché non mi piace più usare altri termini, visto che qui si usa per tutto questa parola; le “agenzie educative”: famiglia, scuola, società, hanno perso, tragicamente, l’obiettivo di educare i nostri ragazzi, i nostri figli, alla gratuità. Con la gratuità del baratto personalizzato abbiamo permesso che, su di noi, si imponessero altri immaginari, quelli del mercato che, come dice la poesia, sono asserviti al potere, asserviti al denaro, asserviti all’apparenza. Io credo che, al di là di tutta la retorica, oppure anche della commozione che può dare il fatto che si faccia violenza sui bambini, sull’innocenza, uno dei fondamentali motivi sia questo: siccome io torno dai 60 anni celebrati a Mauthausen e a Dachau, tutti i ragazzi che erano con me in quel viaggio mi chiedevano come fosse potuto succedere. Noi vogliamo, a tutti i costi, capire quando ci sono queste contraddizioni tra male e bene, che la realtà ci pone davanti, volgiamo capirlo con la ragione. La ragione non ci spiega il male. Il male si rifiuta non combattendo, dicendo: “Combatto il male perché sono buono”, ma costruendo il bene.
Ai tempi dei nazisti, o nel periodo prima del nazismo, nella riflessione che facevamo a Mauthausen dicevo ai ragazzi: “Guardate che il clima di assenza di idee, di assenza di costruzione di un pensiero, era analogico, non uguale, a quello di oggi. Loro sapevano che i nazisti compivano atti di violenza così drammatici, così tragici, però sono stati zitti”.
Oggi stanno succedendo, per altri motivi, in analogia, le stesse cose; un altro motivo è che non si costruisce pensiero: quando una società non costruisce pensiero vuol dire che non è riunita in un territorio a costruire e a condividere valori. Il valore e la costruzione: io mi convoco, sto, mi riunisco insieme agli altri, ed è il motivo per cui sto, poi costruisco pensieri. Quando non si costruiscono pensieri nascono fughe di violenza e di male.
C’è un anonimo che ha scritto: “Quando ci sono al mondo troppe cose che non vorresti vedere, è il momento di aprire gli occhi”. Allora, dobbiamo aprire gli occhi, ma soltanto aprire gli occhi, non moralizzare o moralizzarci: il mondo è cattivo ma noi siamo buoni, noi del nord abbiamo responsabilità, quelli del sud sono soggiogati. Sono cose vere, però dobbiamo aprire gli occhi. Invece che cosa sta succedendo? Che molti di noi, di questa nostra società, si vantano dicendo: “Ho imparato ad amare la bomba del mercato globale e a vivere felice”. Sono coloro cui non importa niente degli affamati, o degli ammalati di Aids, cui non importa nulla di 252 milioni di bambini che sotto i 12 anni lavorano nel mondo, quindi non vanno a scuola; cui non importa nulla che i neon nascondano le stelle, cui non importa nulla se le macchine hanno cacciato le greggi. Si annoiano perché hanno visto tutto il supermercato, però a queste persone manca lo stupore.
Entrando in tema, e concludendo, perché poi passo a presentare le persone, credo che Dio e il bambino abbiano qualche cosa in comune: per il bambino la cassa dei giocattoli è un universo, per Dio l’universo è una cassa di giocattoli. Perché si realizzi l’uomo deve prima realizzarsi il bambino; ora, il bambino per realizzarsi, nella misura in cui lo riceviamo nella nostra società, ha bisogno che noi lo riceviamo, nelle nostre braccia, ma le braccia devono essere aperte, non chiuse, che consegnano oggetti.
Gli abusi sui minori non sono solo gli stupri occasionali, o reiterati, ma quel riempire i figli, nostri, di giochi, di oggetti, di vestiti, di telefonini, di computer, di attività, di possibilità di un crescendo di ansia e di bulimia, di cose che stanno al posto di tutte le parole. Di tutte le parole giuste, che al tempo giusto dovevano dire loro quanto erano assetati di comunicazioni, e noi non avevamo tempo per rispondere alle loro domande, che chiedevano: “Perché il cielo è azzurro? Da dove vengono le nuvole?”. I bambini costretti a crescere fuori dal cerchio caldo dell’amore e lungo quella traiettoria di spasmodica efficienza, per sviluppare le loro capacità, per esprimere la loro bellezza, per l’anticipazione della malizia; che sono poi mitologie scambiate per valori che la nostra TV distribuisce oggi a genitori e figli. È in declino la nostra civiltà? E’ in declino la nostra cultura? È questa la domanda che di poniamo.
Chi non si prende cura dei propri figli, o, come fa il Veneto, non ne fa nascere, la Regione al mondo che fa meno figli è il Veneto, ripeto: la Regione al mondo che fa meno figli, in proporzione agli abitanti e alle donne è il Veneto. Siccome li riempiamo di cose questi figli, dei quali noi non ci prendiamo cura, neanche ci accorgiamo che non ce ne prendiamo cura, perché riempiendoli di cose non ci accorgiamo che non ce ne prendiamo cura. Ma ci sono i profeti, ecco, quelli che rendono se stessi pungiglioni e testimoni, per far uscire, o farci uscire, dai gomitoli che ci hanno imprigionati. Noi abbiamo invitato questi personaggi.
C’è Victor, che viene dalla Repubblica Democratica del Congo; come vi diceva Gaetano questo ragazzo, io lo chiamo così perché ha 42 anni, è più giovane o più vecchio di quanto sembra, perché con queste persone si fa fatica a decifrare l’età corretta. Questa persona è, in origine, un insegnante, nel 1990 è diventato contadino, per lottare insieme ai contadini nella sua provincia, il basso Congo. Ora è Coordinatore di una organizzazione di contadini che producono arachidi, manioca, fagioli, mais, che ha sede nella sua provincia. È anche membro di vari altri coordinamenti contadini; è molto attivo nell’azione, che potremmo definire anche sindacale, anche se non c’è ancora ufficialmente un sindacato contadino in Congo. Ha girato molto, ha partecipato al Forum di Porto Alegre e di Bombay, così come a quello di Firenze e a quello di Londra. Ha già tenuto molte conferenze in Europa e in varie parti del mondo, io vi chiedo solo di ascoltarlo, di non fare commenti, di non dire se siete o meno d’accordo. Smettiamola, almeno per un quarto d’ora o venti minuti, di fare i cartesiani che vogliono capire: ci sono delle cose che non si capiscono, come il dolore e come il male, quindi vanno soltanto ascoltate.
Poi c’è Petronilla, che non verrà presentata da me ma da Giovanni Colombo, dopo. È una straordinaria creatura, di 47 anni, quella donna lì, come dicevo ad un amico prima, valeva la pena di fare 2000 km per incontrare questa donna, poi la sentirete.
Poi c’è Giorgio Barbieri, che ha una “storia” faticosa, lunga, dolorosa, che si è conclusa in Brasile, dopo 38 anni, con una scelta diciamo dirompente, perché lui era un sacerdote, si è sposato; questa “storia” che ha dato a lui questa capacità e questa possibilità di sentire l’incontro con l’altro come il vero senso della sua vita, di sentirsi liberato, pur essendo un uomo non solo povero, poverissimo, perché vive in una situazione, con delle persone che soffrono proprio la miseria, come vi racconterà lui.
Poi sarà con noi Don Gigetto, che ancora non è arrivato, lo presenteremo in seguito; poi c’è il professor Barcellona, che già alcuni di voi conoscono, che io ho voluto che ci fosse, proprio perché ci aiutasse a trovare un percorso che è razionale ma anche emotivo, che non si sciolga di fronte alla compassione, ma che dia a noi la consapevolezza, perché il termine, l’obiettivo principale, è essere consapevoli. Il mondo non lo cambiamo mica noi, sapete, l’importante è che noi abbiamo la speranza; se abbiamo la speranza possiamo essere in marcia per cambiare il mondo. Il professor Barcellona, credo, abbia le possibilità di farci capire che la consapevolezza di lavorare per la speranza sia quella che conta.
Non so se arriverà Paolo Rossi, perché mi diceva prima che ha il bambino malato.
Lidia Pomodoro, come diceva Gaetano, è la Presidente del Tribunale dei Minori di Milano: ha telefonato ieri che è stata trattenuta in Svizzera per motivi di lavoro, dai Giudici di lì per un incontro che doveva fare; quindi non potrà essere presente, questo mi dispiace.
Ma la cosa che vorrei dire, per me, è questa: Lucy Borja. Questa donna è una sociologa, è quella che si dice una donna istruita, una madre di famiglia, non quindi la solita suora, come si potrebbe indicare nel nostro schema mentale. È una donna che si è presa cura di questi bambini, ma la cosa che io voglio dire in pubblico, e ne pagherò le conseguenze, è che è una vergogna che le Ambasciate italiane impediscano a questa gente di venire in Italia. È un’autentica vergogna! Guardate queste due persone del Congo e del Burundi, hanno dovuto passare per l’Ambasciata del Belgio! Questa persona per venire dal Perù ha chiesto addirittura di “saltare” l’Ambasciata italiana e di andare a quella greca, per venire in Europa. Questa è una vergogna, che un popolo come quello italiano sia costretto a fare questi giochi sciocchi, meschini, per far venire gente che testimonia una vita, un percorso, perché sono dei leader. Naturalmente gli Ambasciatori e i funzionari sanno che queste persone sono dei leader, che sono capi di movimenti, e non vogliono che vengano a raccontare in Italia quel che succede.
Questa è la protesta formale, dura, che io faccio presso le Ambasciate, perché doveva essere qui con noi oggi una delegazione dal Vietnam; l’Ambasciatore italiano, ad Hanoi non ha rilasciato il visto: non il Governo, di cui dicono tutti che è comunista, l’Ambasciatore italiano ad Hanoi non ha permesso che i vietnamiti venissero qui oggi.
Poi dovendo esserci degli iracheni, ma sono fermi perché le Ambasciate non li fanno entrare! Ma perché devono fare queste cose? Potrebbe essere demagogia la mia, dite quel che volete, ma questa è civiltà: l’Ambasciatore tutela i valori della Nazione, e tutela i cittadini italiani, tutela i rapporti dei cittadini italiani con il mondo e non deve non impedire ai cittadini italiani di entrare in rapporto con il mondo, come stanno facendo!
Mi dicono: “Macondo chiama sempre quelli che difendono i poveri”, ma questo non è vero! Hanno paura che gli iracheni vengano a parlare qui? Oppure hanno paura che i vietnamiti vengano qui? Hanno paura che una peruviana, una sociologa che ha fatto questa casa di accoglienza dei bambini in una zona bene, perché anche lasua città, che è una città orribile, bruttissima, c’è una zona bene, piena di giardini e di parchi, però lei ha costruito la casa per i suoi bambini lì e i ricchi non li vogliono, vorrebbero mandarli via.
Quindi tutto questo dà un senso di rabbia, e questa rabbia io esprimo; io non voglio chiamare loro profeti, ma il pungolo del profeta è questo. Io ricordo un uomo, che per me è stato maestro, Balducci, che parafrasando, visto che non ricordo a memoria la sua frase, scriveva così: “Noi difendiamo il mondo libero – diceva Balducci – ahimè – dico io – con il presupposto di non cambiarlo. Questo mondo libero, per almeno nove decimi è un mondo sciagurato. Il mercato ci chiede e ci risponde: io sono il messia, io sono il vostro messia, il Salvatore sono io, vestito di democrazia, e calzato di libertà”.
Adesso si apre il dialogo con le persone, vorrei dare la parola a Victor, che ho già presentato. A te la parola Victor.