Sulla rivolta palestinese

La collera del popolo palestinese è riesplosa in questi giorni nei ghetti che rappresentano la farsa dell’indipendenza dello stato palestinese Dall’apartheid globale a quello palestinese. L’esperienza del "processo di pace"
La collera del popolo palestinese è riesplosa in questi giorni nei ghetti che rappresentano la farsa dell’indipendenza dello stato palestinese ed al termine di una beffa diplomatica durata troppo a lungo per isolare i dirigenti dal proprio popolo cooptandoli nel sistema di privilegi delle borghesie europee e globali. Il nuovo governo di Barak, progressista e di sinistra, sta svolgendo il proprio ruolo in linea con i metodi e gli interessi della pax americana.
Il governo Rabin cercava di ottenere l’annessione attraverso l’integrazione dei palestinesi nel sogno israeliano di controllo del mondo arabo. Il prezzo da pagare per disinnescare il detonatore palestinese della minaccia del mondo arabo (i palestinesi sono la "punta di diamante" dell’opposizione e della protesta del mondo arabo) era costituito da una rapida integrazione della leadership e della borghesia palestinesi di questo popolo nel proprio sistema di privilegi (non nel sistema di potere).
Un successo iniziale si ottenne decapitando la rappresentanza legittima palestinese nel "processo di pace" avviato con la Conferenza di Madrid nell’ottobre del 1991. Un altro maggiore successo si ottenne con l’"accordo" del settembre 1993, "guidato" da servizi segreti.
Tuttavia i conti non tornavano. Anzitutto perché si era dimenticata l’ampiezza reale del problema palestinese, che va oltre quello dei Territori Occupati quale effetto boomerang della politica di Israele che ha disperso i palestinesi in tutto il mondo arabo. Inoltre la leadership palestinese e dei paesi arabi, e non solo quella politica, si è presto rivelata più vicina all’irriducibilità radicata nella cultura popolare e nelle tradizioni nazionali simili a quelle dei popoli asiatici che al carattere di borghesia compradora dell’America Latina.
La linea dell’integrazione perseguita da Rabin, poi, era costosa sia per Israele sia per gli alleati occidentali. Prevedeva, infatti, la crescita economica e l’espansione di quei mercati che, anche se per ragioni ed obiettivi diversi, trovò simpatie tra coloro che, all’interno dell’Unione Europea, sostenevano il Co-sviluppo.
Ma negli anni dal 1991 al 1995 si sono prodotti tutti elementi a sfavore di questa politica. L’affermarsi della Globalizzazione Capitalistica, e cioè di un capitalismo senza mercato e senza sviluppo, ha fatto crescere la simpatia per soluzioni diverse da quelle dell’integrazione e più vicine a quelle della colonizzazione. Gli investimenti, anche quelli europei, hanno voltato le spalle al Mediterraneo, divenendo inadempienti perfino in quei minuscoli impegni previsti dal "trattato di pace". Non c’è dubbio che un diverso trend di crescita generale nei Paesi Arabi avrebbe alleggerito la pressione sociale e politica che alimenta oggi la protesta islamica creando maggiori spazi alla manovra di Rabin.
Le politiche rivolte a favorire lo "sganciamento" dalle altre aree del mondo dell’Occidente, e in particolare dei centri forti della Triade (Giappone, Unione Europea e Stati Uniti), si sono rafforzate e il ruolo di Israele torna a essere quello di avamposto militare in territorio nemico.
Rabin non è stato colto di sorpresa e sconfitto da solo dai cambiamenti internazionali: gran parte del pensiero critico e alternativo in Europa negli anni Ottanta ha subito, per ragioni diverse, una sconfitta analoga.
La politica di Benjamin Netaniahu e di Barak hanno confermato l’inutilità del cambiamento di governo in contesti dominati dal potere della pax americana. I due passaggi di questa nuova politica significano l’abbandono della politica "territori in cambio della pace" ed il passaggio dalla politica dell’integrazione dei palestinesi, per il controllo del Mondo Arabo, a quella della colonizzazione della Palestina, per la costruzione della fortezza israeliana nella regione come avamposto dell’Occidente.

Gli errori della sinistra in Europa
Dal 1990 la sinistra ha parlato del Mediterraneo prevalentemente in termini di pericoli e di minacce. La rappresentazione più diffusa è stata quella di una pacifica Europa del benessere da un lato e di un Mediterraneo carico di minacce e rischi dall’altro. Si è parlato del Mediterraneo del Sud si è parlato come della sede di tre bombe: quella ecologica, quella migratoria e quella atomica la cui minaccia è confermata ed aggravata dalla marea montante dell’islamismo.
Questo orientamento ha prodotto due danni maggiori.
Ha alimentato l’immagine eurocentrista del bene da un lato e del male dall’altro, oggi chiaramente insostenibile da parte di un’Europa che è divenuta il vero problema della stabilità in questa parte del mondo sia per ciò che fa (male) sia per ciò che non fa (e che dovrebbe fare) ed ha isolato la sinistra dalle forze vere della trasformazione economica e sociale in questa parte del mondo, contribuendo alla loro con l’intento di liquidarle tacciandole di fanatismo e terrorismo.
Ma l’errore maggiore è stato certamente quello di credere che la drammatizzazione dei problemi del Sud – l’esistenza delle tre bombe – sarebbe stata sufficiente a generare nella nostra etica e nella nostra cultura un salto di coscienza capace di riaprici al cambiamento e al dialogo e, negli altri tra noi, a far crescere il sentimento dell’inevitabilità del cambiamento.
L’accordo sulla gravità dei problemi e dei pericoli che comportano è stato raggiunto. Ma la reazione è opposta a quella sperata. Alle idee di bombe si risponde con la militarizzazione reale del Mediterraneo; alla paura con la separazione e l’isolamento. Tutto ciò, naturalmente, porta benefici agli interessi economici internazionali, che sanno bene di guadagnare di più con la guerra e la militarizzazione che con i programmi di Co-sviluppo di lungo periodo ai quali mai hanno creduto.

Il precipitare degli eventi e le preoccupazioni europee
Non c’è dubbio, infatti, che la militarizzazione e la guerra in Medio Oriente farebbero precipitare l’Europa tutta e quella del Sud in uno stato di tensione peggiore di quello della Guerra Fredda, tale da mettere a rischio i progettini nazionali di risanamento politico e economico e l’intero progetto di costruzione europea. Infatti gli Stati Uniti sembrano gettare la spugna, rinunciando a ogni strategia di "pace", mentre di fatto hanno inaugurato una nuova fase nei piani della loro presenza militare nel Mediterraneo per il condizionamento dell’Europa.
I governi europei e la stessa Unione Europea se eviteranno di cadere in ulteriori frustrazioni ed equivoci capiranno che non si tratta di riallacciare un dialogo che non esiste più o di risvegliare un interesse degli Stati Uniti, che si muovono, invece, in direzione opposta a quella della pace. Avranno, inoltre, la possibilità di rigenerare la politica europea nel Mediterraneo che non potrà che contrastare la presenza e il controllo statunitense nella regione.
Quale occasione migliore di questa per quella rinnovata Unione Europea alla ricerca di un proprio rilancio e di un ruolo autonomo, della quale si è parlato molto in questi mesi. Quale occasione migliore per dimostrare che l’Europa non è solo i parametri di Mastricht ("il delirio di un contabile" direbbe Keynes) ma anche un’idea di sviluppo economico aperta verso i vicini e contraria a quel modello di sviluppo costituito dal "muro" tra Stati Uniti e Messico.
L’Europa dovrebbe sottrarsi alla trappola della "mediazione" in cui vogliono spingerla gli Stati Uniti e Israele, poiché da questa può uscire solo sconfitta dal momento che non c’è nulla su cui mediare. E dovrebbe trasformare questa sua nuova e forte entrata sulla scena del Medio Oriente nell’avvio della realizzazione di un piano di ampio Co-sviluppo con il Mondo Arabo, usando la sua forza politica e militare non per penetrare nella regione ma per proteggerla da intrusioni esterne, per dare avvio ad un effetto boomerang capace di trasformare l’aggravamento per ora inevitabile della situazione nel suo contrario e, nel contempo, per riguadagnare forza e dignità sia verso i propri cittadini sia nel mondo.

Ottobre 2000