Sulla spiaggia di mondi senza fine giocano i bambini

Una responsabilità consapevole tutela la vita

«Chi non conosce la storia
sarà costretto a riviverla».
[Sul muro di Auschwitz]

«Il nostro spazio è sempre la vita
o qualcosa di più, mai di meno».
[Ernest Bloch]

Le proporzioni disastrose della tragedia umana in Asia ci offrono una delle occasioni più serie da alcuni anni a questa parte per riflettere profondamente e con umana pietà, sul nostro modo di agire, su quello che facciamo, sulle priorità che stabiliamo su questa nostra Terra.
Se la politica e l’economia si occupassero degli esseri umani e del loro benessere e non del potere e del profitto, credo che una maggiore quantità di persone sarebbe ancora viva, oggi, in quelle regioni sud-est asiatico, così martoriate dal maremoto.
Continuo a guardare angosciato, perfino nel mio sonno agitato, quelle foto di bambini a brandelli, vittime innocenti e indifese di una natura crudele e scatenata. Non dovrei guardarle troppo. Sono morti, ed è pericoloso guardarli troppo. Potessi almeno, con lo sguardo, fare qualcosa per loro. Se, per miracolo, riuscissi far loro il dono di un giorno di vita, di un’ora di tenerezza, o almeno piangere con loro e per loro, dire loro parole di consolazione. Ma non posso. Mi accorgo che cerco di pregare, ma senza riuscirci.
Per questi bambini, rifiutati dalla vita, rigettati da un mare infuriato e da un cielo impetuoso, non si può fare più niente. Ogni corpo muto di bambino ci interpella attraverso la domanda che incarna. E questo vale per ogni bambino che ha portato con sé, nella morte il suo futuro, ogni piccolo essere a cui sono stati rubati anni di gioia e di felicità.
Una società è sempre definita e giudicata dal suo comportamento verso i bambini. Che dire allora della nostra?
Davanti alle incommensurabili ingiustizie nei confronti dei bambini (ricordate le immagini inquietanti dei volti dei bambini dagli occhi spalancati che nella scuola di Beslan, obbligati a tenere le mani dietro la nuca? o le neonate soppresse perché “inutili”? oppure i milioni di piccoli schiavi della pedofilia organizzata? i tanti “ragazzi di strada” fatti uccidere da buoni borghesi perché delinquenti irrecuperabili? o quelli ancor oggi feriti o mutilati dalle mine?), cerchiamo invano la forza per esprimere il lutto e il dolore con parole. Il cuore cerca affannato una speranza di gioia restituita dall’eternità all’innocenza massacrata.
Lo so, tutti noi lo sappiamo, che morendo così piccoli, così giovani, così fragili, la loro fine prematura diventa una sorta di protesta. Quando un bambino muore, sempre e dovunque, tutti noi, in qualche modo, ne siamo, poco o molto, responsabili. Il sentimento di pietà e di indignazione non può bastare ad illuminare una notte atroce, perché quella notte è anche dentro di noi, se rimaniamo inerti.

Una compassione riservata e limitata, la nostra

La scrittrice israeliana Nurit Peled-Elhahan, che sei anni fa ha perso la figlia tredicenne in un attentato, dice: «Mi appello ai genitori che non hanno ancora perso i loro figli perché prestino attenzione alle voci che salgono dal regno della morte, sul quale camminiamo giorno dopo giorno e ora dopo ora». Il dilemma che abbiamo di fronte è chiarissimo: o rifiutiamo l’odio, in tutte le sue forme, o l’odio ci distruggerà tutti.
Abbiamo visto in questi giorni più che in altre occasioni, una moltiplicazione quasi irruente di manifestazioni di solidarietà umana. La compassione di molta gente ha mostrato ancora una volta di essere illimitata. Tutto ciò è profondamente commovente. Non c’è dubbio che la compassione umana, la capacità di immedesimazione e l’amore siano tra le forze più potenti che operano sulla terra.
Fermiamoci un istante, però. La compassione fluisce liberamente solo quando è diretta a una sofferenza che non è prodotta da cause politiche. Se essa ha a che fare con l’economia e con la politica, ciò non si verifica più.
Le persone innocenti che muoiono in occasione di catastrofi naturali toccano i nostri cuori. Quelle che muoiono, ugualmente innocenti (nel mondo ogni giorno muoiono di fame 30.000 bambini), a causa del capitalismo globale, dei giochi di potere, delle guerre e dell’iperconsumo (o dello spreco) militare, non toccano i nostri cuori. Perché?
Probabilmente perché sappiamo, nel profondo del nostro essere, che muoiono per colpa nostra, a causa magari dei nostri privilegi, della nostra avidità, della auto-protezione mentale e dell’iperconsumo dei ricchi. Essi muoiono perché debbono morire, altrimenti tutti gli altri, tutto il resto di noi, non potrebbero nuotare nel denaro, nel materialismo e nel militarismo.
Non è sconcertante pensare che prestiamo minore attenzione ai disastri combinati dall’uomo e manifestiamo una compassione molto inferiore per i loro effetti, quando, in realtà, essi dovrebbero suscitare una quantità maggiore sia dell’una che dell’altra, visto che li potremmo evitare o modificare, essendone noi stessi la causa?
È un problema di giustizia, per questo è difficile e costa tanto. Esiste, ancora, una distanza infinita tra questa trasformazione molecolare – basta inviare un sms: un gesto semplice che costa poco, non richiede sforzi e ci fa sentire tutti un po’ migliori e soprattutto senza colpa – (a cui spesso si limita anche la migliore solidarietà internazionale) e i poteri che governano il mondo. Oggi più di ieri. Tanto per essere chiari: come bloccare quel degenerare dei poteri che, come Bush negli Usa e Berlusconi in Italia, riducono il nostro spazio di esistenza, spingendoci con le spalle al muro?
Il sistema bellico distrae somme inimmaginabili dall’aiuto che dovremmo portare ai dannati della terra. Basti pensare che la guerra in Irak costa ai soli Stati Uniti, un miliardo di dollari la settimana. Un sistema d’allarme contro gli tsunami, come quello messo in opera dal Giappone, costerebbe, a quanto sembra, circa 20 milioni di dollari.

Libertà e responsabilità, spazio e confine

Lo tsunami è stata una tragedia umana che supera i confini della nostra comprensione, ma deve essere anche un segnale d’allarme e un monito per tutti. Dobbiamo continuare a tener presente che esiste un forte legame tra sistema di guerra, catastrofi e povertà globale
È fatale necessità che ciascuno di noi prenda posizione contro gli orrori che devastano la Terra e stanno preparando altri spaventosi conflitti, altri massacri, altri terrorismi.
Come? Non lo so, ma certamente occorre costruire nelle coscienze, oltre che il desiderio di libertà, un profondo senso di responsabilità. La libertà, certo, è la base per il riconoscimento della dignità e delle capacità della persona, ma se è lasciata sola, può sconfinare nell’egoismo della prevaricazione. Ecco, allora, la necessità di esaltare l’altra componente umana, la responsabilità. Essa nasce dalla coscienza e si nutre della morale. È sempre pronta a imporsi limiti e obblighi perché la presenza della persona nella società non sia devastatrice ma costruttrice. Se la libertà è il territorio in cui ci muoviamo, la responsabilità è il tracciato delle strade e, se si vuole, anche il perimetro o il confine.
La responsabilità è la consapevolezza del proprio limite e dei doveri che si hanno nei confronti del bene comune. Victor Franckl diceva : «Quanto più l’uomo sentirà la propria vita come compito, tanto più essa apparirà significativa».
Su questo, per stimolare la crescita di una coscienza responsabile, è molto esplicito Arnaldo De Vidi, quando, in Elogio del sapere critico, rivolgendosi ai giovani, scrive: «Ti dicono: “Caro giovane, il futuro ti appartiene. Sii perseverante negli studi. Impara a memoria i nomi di re e guerre. Lasciaci piantare ideologie sulla tua testa che a questo è adatta. Prendi il diploma: sarà il cannocchiale che ti permetterà di vedere lontano. Sii disciplinato, paziente, docile ed entrerai nell’ammirevole mondo nuovo”.
Ma io ti dico: il presente ti appartiene. Esamina l’insegnamento che ricevi. I libri di testo riportano cento fatti, quali altri fatti tralasciano? Ti propongono l’esempio degli eroi. E se, in realtà, fossero banditi? Ti dicono: “Il mondo è così”. Ma come potrebbe essere? Sogna. Fa emergere le tue idee come fiori d’acciaio».
Benedetto Croce, a sua volta, nel ricordare il nostro compito di tenere sempre aperto il dialogo tra le generazioni, aggiunge: «Ai giovani non c’è altro da dire se non: guadagnatevi la vostra verità…Nel passaggio dalle nostre alle vostre mani, le verità diventano rami secchi, e sta solo in voi la potenza di farli rinverdire».
Sono parole destinate a coinvolgere non solo i giovani, ma anche noi che apparteniamo alla generazione che li ha preceduti. Spesso siamo convinti che basti trasmettere e inculcare alcune verità che hanno alimentato la nostra formazione e crescita perché automaticamente siano accolte dalle giovani generazioni. Certo, un insegnamento appassionato e coerente e non una burocratica e formale esposizione di tesi e di comportamenti è un atto rilevante e fecondo (spesso, purtroppo assente nelle scuole, nelle famiglie e anche nelle comunità ecclesiali). Detto questo, rimane indubitabile che anche i giovani devono esseri non semplici recettori o ricusatori, ma artefici della loro adesione, scoprendo non solo nuove verità ma tenendo viva l’energia feconda che le antiche e alte verità contengono. È uno dei disagi più grossi e più gravi dei nostri giorni. Noi adulti in modo pedante consegniamo le verità e ci accontentiamo di prediche moralistiche dando l’impressione di aver tra le mani solo dei rami secchi.

Trovare la direzione

I giovani del resto non hanno nessuna voglia di ricercare, di rinverdire le verità che vengono loro trasmesse e si trascinano in mezzo ad una nebbia di banalità, di volgarità, di stupidità, lasciandosi contagiare. Bisogna che entrambi ritroviamo un fremito e un gusto autentico, nella consapevolezza che la verità è vita, è fecondità, è passione.
Albert Camus, in un pigro pomeriggio crepuscolare, ha scritto questa frase nel suo diario: «Se durante il giorno sembra che gli uccelli volino senza destino, a sera si direbbe che trovino sempre la direzione. Volano verso qualche meta. Così, forse, la sera della vita».
È così, quando si è giovani, si vola in tutte le direzioni. Le opportunità attorno a noi sono molte e non vogliamo perderne nessuna. Quando siamo vecchi ci rendiamo conto che una vale molto più di molte. «Purezza di cuore – diceva Kierkegaard – è desiderare una cosa sola». Chi ha molte speranze è un mucchio di cocci di vetro. Chi ha una sola speranza è una vetrata colorata di una cattedrale. La mia vetrata è una scena: l’albero e i bambini sull’altalena. È una scena paradisiaca. Mi sento felice solo ad immaginare la gioia dei bambini.
E. Cummings disse che «i mondi migliori non si costruiscono, nascono». Da dove? L’amore è l’unico potere da dove le cose nascono. Ecco cosa cerco di fare, sia come prete, sia come educatore: insegnare l’amore.
Certamente i teorici dell’educazione rideranno di me perché quello che a loro interessa è la trasmissione della conoscenza. A me non entusiasma per niente l’aumento della conoscenza: già conosciamo troppo, molto più di quello che usiamo.
Se usassimo un decimo di quello che sappiamo, il mondo sarebbe un vero spazio di educazione.
Sto cercando amici e colleghi che mi aiutino nel compito prioritario, oggi, della mia vita: piantare alberi e costruire altalene.

Pove del Grappa, febbraio 2005