Tà Tà e Bonasera!

Eppure c’è qualcosa che mi dà fastidio. Non molto, solo un po’, quanto basta per sentirmi… infastidito. E dire che ci sono abituato. Praça da Sé, la piazza centrale della città, è stata per anni come la mia seconda casa. Ci ho passato giorni e notti memorabili. Le sensazioni strane di allora erano relative alle situazioni umane con cui entravo in contatto, alla disperazione della miseria, della droga, della violenza. Oggi è diverso. Oggi è mezzogiorno, la piazza è il solito brulicare, il solito via vai. Eppure c’è qualcosa. Cammino un po’ senza meta per far passare il tempo. L’appuntamento con gli amici è fra due ore.

I soliti venditori ambulanti di chincaglierie utilissime.

I soliti predicatori dell’apocalisse distribuiti a non più di venti metri l’uno dall’altro, interpretano i versetti della bibbia alla lettera. Arringano la folla. Ogni tanto si insultano reciprocamente.

Un paio di suonatori ambulani a squarciagola con le loro canzonette americane tradotte in portoghese e adattate allo stile campagnolo.

Un imitatore di Michael Jackson.

Un barbiere. È sempre lui, da vent’ anni in quell’angolo della piazza taglia i capelli a prezzi stracciati. È semplice: ti siedi su una sedia e tieni in mano all’altezza del viso uno specchietto minuscolo. Il barbiere in cinque minuti ti fa barba e capelli, Figaro qua Figaro là, tà tà e bonasera, avanti un altro.

L’ometto dei tatuaggi. Era un po’ che non lo vedevo. Si sistema vicino a Figaro, un generatore per far funzionare l’apparecchio, un secchio d’acqua per lavare gli aghi, uno sgabello per far sedere il cliente, un’altro per lui, un catalogo di tatuaggi, teschi, dragoni, donnine scollacciate. Scegli la figura più bella, siedi, scopri il braccio o la schiena, ecco tà ta e bonasera pure a te che il tatuaggio è pronto, sotto a chi tocca.

Qualche anno fa c’era un dentista, si piazzava a pochi metri da lì e che se non stavi attento ti faceva il tà tà e bonasera completo in due minuti.

Sono stanco, è mezzogiorno e comincio ad aver fame e gli amici non arrivano. La scalinata della cattedrale. Mi siederò li. Tanto si siedono tutti. C’è l’alternativa del muretto, ma è completamente occupato. Centinaia di persone immobili come statue ci passano sopra la loro giornata, la loro settima, il mese, l’anno, i decenni, la vita. Le panchine sono senza schienale e allora tanto vale sedersi sui gradini. Il fastidio rimane. Non è il barbiere, né l’imitatore, neanche il dentista, i predicatori, neppure l’uomo dei tatuaggi e né il muro occupato e neanche lo scarafaggio amazzonico che mi passa sui piedi e si ferma a guardarmi e quasi quasi gli faccio una carezzina perché forse mi ha riconosciuto… niente di tutto questo. Il fastidio, quella sensazione un po’ così che mi lasciava con quell’espressione e quella faccia un po’ così, continua lì, sconosciuto ma presente. Dottore, Dottore!

La sua voce non me la ricordo, ma la sua faccia sì, e anche il suo nome: Josimar. Carissimo Josimar, quanto tempo, come stai. Dottore, che piacere vederla. Dimmi Josimar non ti ho mai più visto, dimmi, racconta, come stai ti sei ripreso, come è andata l’operazione, cosa ti hanno detto, racconta.

Anziano, capelli bianchi, faccia segnata da una vita durissima che non gli ha mai fatto alcuno sconto. Orfano, emigrante, trova a São Paulo il lavoro che tanto sognava. Un incidente e di seguito la malattia. Arrivano le crisi economiche degli anni ottanta, la iper-inflazione, le privatizzazione selvagge dei novanta. Josimar sempre più malato viene definitivamente escluso dal mondo del lavoro, e dal mondo degli affetti, delle relazioni, dal mondo. Senza una lira non rimane che la strada. Capelli bianchi, movimenti lenti, un filo di voce. La malattia fa il suo corso. Josimar racconta che trova le cure necessarie nell’unità sanitaria locale che a suo tempo gli avevo indicato e che, grazie all’instancabile lavoro di Tia Edith, aprì le porte ai meninos de rua e agli uomini di strada “residenti” nella zona centrale della città. Oggi però il catetere gli dà fastidio. Il catetere e la borsa per l’urina appesa ai pantaloni, il catetere che gli esce sul davanti e va a finire nella borsa per l’urina. Dottore, lo sai che hanno chiuso i tre ristoranti popolari del centro dove si mangiava per un Real? E io mi devo fare tre chilometri a piedi con il catetere e la borsa piena perché si riempie subito e mi tremano le mani a causa delle medicine e che quando la svuoto mi sporco tutto e non posso entrare a mangiare e mi tengono fuori. Secondo me mi hanno messo il catetere un po’ storto perché mi dà fastidio… me lo vuoi controllare per vedere…

No, Josimar, qui non si può siamo sui gradini della chiesa, in piazza, è mezzogiorno, c’è il barbiere che mi fa il tà tà, lo scarafaggio, non si può, qui no.

Allora andiamo là dietro al muretto, vicino all’omino dei tatuaggi, vicino a Michael Jackson, mi calo le braghe e tu mi guardi dentro e mi sistemi il catetere per benino, vieni dottore, fammi sto favore, dài, tu in due minuti mi rimetti e posto e mi togli pure quella specie di roba dura e bianca che mi intoppa il canale e mi brucia e mi fa male, vieni dottore, fai in un attimo, una robetta da ridere, un tà tà e bonasera. Sai dottore, ho fame. Ce l’hai un Real? Un real, dottore, un real e vado al ristorante.

Josimar, è stato un piacere rivederti dopo tanto tempo, mi dispiace per il catetere, la borsa piena, la roba bianca che ti esce e ti intoppa il canale, ma adesso devo proprio andare. Stammi bene, ciao.

Mi allontano un po’, i miei amici non arrivano, sono quasi le due, ho fame. Dietro la cattedrale c’è un bar. Entro. Anche Josimar ha fame come me… ed io per un principio assoluto, una di quelle regole dogmatiche – oltre a non controllare e pulire il catetere – non gli ho dato neanche una moneta per andare al ristorante popolare a tre chilometri da lì. E il fastidio, quel fastidio continua. E non è stata la proposta di Josimar, né il ritardo dei miei amici. Trangugio un toast per ingannare lo stomaco che a questo punto comincia a mischiare in un orrendo pastone le informazioni visuali olfattive ed emotive arrivate dalla piazza. Torno sui gradini con lo stomaco e il cuore in mano. Chiamo Josimar. Si avvicina barcollando. Nonostante il catetere e la borsa, nonostante il tremore alle mani, la barba di tre giorni, nonostante la fame, sorride. Forse ha intuito, scende i gradini, e si avvia al mio fianco. Guarda il biglietto da due Reais che gli ho messo in mano.

Grazie dottore, grazie. Così posso mangiare anche domani. E ricordati dottore, se hai bisogno di me sai dove trovarmi, sono sempre qui, e se vieni tra una settimana ti posso restituire i soldi. Adesso ho solo questo da darti… – fruga nelle tasche e trova una caramella – prendila è buona…

Ciao Josimar è stato bello rivederti.

Torno a grandi passi verso la cattedrale, forse i miei amici sono arrivati. E il fastidio continua. Non è il Barbiere, il Tà Tà, Michael Jackson… e neanche la statua enorme di padre Anchieta, il fondatore delle città, il sacerdote gesuita che riuscì a sancire un accordo tra gli indios e i bandeirantes, gli esploratori e cacciatori d’oro e di schiavi. No non è la statua di padre Anchieta, non è l’ometto dei tatuaggi, non è la statua di San Paolo patrono della città, non è il predicat…. Um momento! Un momento! Fermi tutti! Fermi Tutti! La statua di San Paolo ai miei tempi non c’era, la settimana scorsa non c’era, ieri non c’era! Una statua nuova che ieri non c’era, tutta dorata, grande. L’hanno piazzata proprio dietro a padre Anchieta, tra il barbiere e il dentista. San Paolo, dorato… sembra un po’ Garibaldi… ma cosa vuoi che sia, anche se assomiglia… a Che Guevara, forse? È vero un po’ gli assomiglia, forse per lo sguardo volitivo, mascelluto… Dorato… Dorato? San Paolo Dorato? Ma sì, chettefrega, dorato va di moda, è pure bello, così, tutto d’oro nella piazza della sua città. E l’hai vista la lapide sul piedistallo, andiamo a leggere, vieni, leggiamo: “In occasione dei duemila anni della nascita del Santo, patrono della città, la diocesi di San Paolo nella persona dell’arcivescovo ringrazia il monumento realizzato dall’iniziativa di (….) e di (…) e donato dalla compagnia MVCS durante la gestione del Presidente Mondiale (…), del segretario (…) e dei consiglieri (…) (…) (…)”

Urca, che bella scritta… Ma la compagnia MVCS non è quella che fa la pubblicità con quella musichetta… Sì è proprio quella, carina, divertente, vero? E che c’entra con San Paolo l’apostolo delle genti? Il primo nome citato (…) non è quel deputato che… Sì è lui, proprio lui, quello che há fatto… Ma che c’entra con San Paolo, Saulo di Tarso che è stato scaraventato giù dal cavallo… E quel secondo nome della lista e il terzo e il quarto, non sono quelli che…. Sì. Li hanno immortalati sulla statua di San Paolo e rimarrano insieme per giorni, settimane, mesi, anni, davanti alla cattedrale nella piazza dove c’è il barbiere il dentista e il catetere di Josimar!

Il santo e il deputato insieme dorati tutti e due e io col mio mal di stomaco e la statua nata in un tà tà e bonasera e i miei amici che non arrivano.

Perchè ho quel senso di fastidio non l’ho ancora capito, forse è stato il toast trangugiato… o lo scarafaggio amazzonico o l’imitatore di Michael Jackson o i predicatori…. ma… chissà… però, che bella statua!