Territorio, genitori e percorso educativo

Coltivare la speranza

Per conoscere le dinamiche che si accendono all’interno di una famiglia è cosa buona conoscere il territorio dove vive. Oggi il territorio è quello delle immediate adiacenze alla casa di residenza, ma si apre oltre quell’orizzonte grazie ai vari mezzi di comunicazione, dalla macchina al treno, dalla televisione al libro. Il rapporto educativo familiare è un processo di contaminazione reciproca tra ambiente e famiglia, anche quando i genitori hanno chiaro in testa il processo educativo che vogliono avviare con i figli.
Il rapporto genitori e figli è una relazione dinamica; la crescita, la formazione della personalità dei figli non avviene a scatti e per interventi straordinari, ma attraverso il flusso di gesti e parole quotidiane. Da qui nasce la necessità che anche la relazione sia costante e non sia mai sostituita da altri istituti, anche se è naturale ricercare un aiuto, un consiglio all’esterno, che non può mai essere determinante.
Vorrei partire da alcune considerazioni di ordine generale, che tutti abbiamo modo di sentire, quando l’argomento cade sui rapporti familiari: i giovani sono insicuri, rimandano le grandi decisioni, non comunicano con i genitori, con gli adulti, hanno paura del futuro; sono sconsiderati; la famiglia è caricata di una responsabilità e di un peso che non è in grado di portare, la carriera scolastica è interminabile, non ha uno sbocco definito; la scuola, la parrocchia, i partiti, la società in genere demanda alla famiglia il compito primario della formazione, senza ricevere gli aiuti necessari, morali ed economici. Sono considerazioni a volte pertinenti, a volte superficiali spesso improprie, che indicano un malessere ed una insofferenza. Proviamo a vederne le cause, e quali sono le proposte possibili.

Benessere e lavoro

Un obiettivo importante della società è il benessere che si raggiunge attraverso il consumo di cose utili, meno utili, importanti, superflue, di uso continuo, ma anche di usa e getta. Si consuma il presente perché solo così la macchina produttiva e riproduttiva funziona. Il benessere è garantito dalla quantità di consumi. La preoccupazione costante dei genitori è quella di garantire il benessere dei figli. A loro è affidato il compito di procurare ai figli ogni cosa: il vestire, l’alimentazione, il divertimento, gli oggetti del divertimento, che non stimolano la creatività, ma attutiscono la noia della solitudine. Debbono poi creare le condizioni perché il figlio possa riuscire nella vita, avere un avvenire sicuro, emergere possibilmente; per questo lo avviano alla scuola, alla palestra, alla musica, al teatro, all’apprendimento delle lingue, del computer, e mille altre cose perché sia pronto nella lotta per la sopravvivenza e per la vita; perché non abbia a soffrire quel che loro hanno attraversato.
Per questo motivo il lavoro, che è uno strumento per raggiungere il benessere, per garantire ai figli il loro futuro prossimo diventa un valore assoluto; i genitori, gli adulti sono stimati per il lavoro che fanno; il valore di una persona, il giudizio che viene emesso è legato al lavoro che svolge, al tempo che dedica al lavoro, all’interesse con cui si dedica al lavoro. Questo vale per il lavoro dipendente e per il lavoro autonomo. Il padre, la madre dedicano la massima parte del giorno al lavoro, perché ai figli non venga a mancare nulla, ed abbia un inserimento nella società e nel mondo del lavoro all’altezza della lotta che si prospetta.

Educare ai sentimenti

Diminuisce il tempo dedicato ai figli; è pur vero che i genitori lavorano per i figli, ma offrono ai figli degli oggetti; manca il tempo e mancano le parole della comunicazione, che viene affidata a terzi, o alla televisione; i ragazzi ricevono dalla televisione molte informazioni, e molte emozioni, senza avere l’adulto che li accompagni nella formazione, nella educazione del sentimento. Diventano un buon contenitore, ma non hanno di sé e della realtà una percezione completa: manca loro la conoscenza dei sentimenti, non sono educati ai sentimenti di dolcezza e di rabbia, di attrazione e di ripulsa; e quando ne sono invasi non sanno come attraversarli, perché non hanno la percezione del futuro e non ne conoscono gli sbocchi; e nasce in loro la paura e con la paura la mancanza di fiducia in se stessi.
Da ragazzo, da adolescente il figlio viene a contatto con un ambiente in cui prevale la competizione: nel gioco, nello sport, e poi nel lavoro; per questo i genitori cui manca il rapporto coi figli cercano di offrire delle sicurezze esterne: una professione, un conto in banca, una casa; sicurezze che sollevano il figlio dalla paura del futuro, che non sa affrontare perché non ha la percezione del tempo interiore, e dunque l’incerto, il precario lo disorientano.
Le risposte esterne, gli oggetti acquietano le ansie, ma non gli offrono lo strumento per affrontarle; ha bisogno di risposte interiori, di risposte che puntano al senso del vivere, e quindi vanno oltre il cerchio ristretto del quotidiano, anche se devono passare attraverso la monotonia del giorno per giorno.
In questa situazione di ingombro, di difficoltà è facile che l’adulto abbia a cercare un capro espiatorio: gli uomini politici, gli uomini di chiesa, la scuola; e questi molto spesso danno risposte astratte, oppure alimentano la lotta privata per interessi di parte, per il proprio particolare ed affossano le richieste di aiuto; e gli adulti non trovano nella società gli strumenti per comprendere i tempi e per divenire parte significativa nel processo educativo.
Tutto questo li porta a scaricare sui giovani la loro frustrazione. In una società in cui prevale la competizione fino alla guerra, il culto dell’immagine fino allo spegnimento della ironia e della satira, quando la realtà è sostituita dalla notizia, e lo scalpore prende il posto della ricerca, quando la curiosità è bandita, l’adulto perde la speranza, trasforma la sua responsabilità in autoritarismo e di conseguenza impone all’adolescente di adeguarsi ai tempi, grida che non c’è spazio per la parola e per i sentimenti; che a ciascuno è chiesta la riproduzione; ed è bandita la creatività e la figliolanza, intesa come apertura alla vita e non alla predestinazione.

Proposte di percorso

Non ci sono soluzioni a questa crisi; non ci sono soluzioni facili, ci sono forse proposte che ricostruiscono il percorso educativo, il processo di formazione. E per innescare un processo educativo bisogna ricostruire la speranza, che si alimenti non più di cose, ma che ponga al primo posto l’uomo e la donna, una speranza che non faccia riferimento esclusivo all’io, ma alla persona intesa come relazione con l’altro.
In questo mutamento di direzione prendono rilievo le virtù umane della relazione; ed ai genitori spetterà il compito di educare i figli alla lealtà, alla generosità, all’amicizia, all’onestà, alla giustizia. Se la parola bene comune ha perduto il suo significato, è vuota, se la società identifica il bene individuale con il bene di tutti, allora la mia verità è la verità oggettiva, il mio bene è la giustizia sugli altri. Per questo oggi la politica è un teatro in cui conta chi ha più voce, ed ha occupato i centri di potere. Il popolo è trasformato in massa, e la massa viene quantificata a vantaggio dell’obiettivo di chi comanda; del suo potere privato.
È in una situazione come questa che il giovane ha bisogno di speranza, e di futuro. Le grandi costruzioni, le ampie architetture sociali non sono sufficienti a smuoverlo dalla sua pigrizia e paura. Le indicazioni generali di percorso non lo scuotono. Ha bisogno dell’adulto che gli dia fiducia, una fede in sé che colleghi la sua forza interiore alla razionalità e gli consegni la parola che lo rinsaldi nella stima di sé. Allora il giovane parte; e parte sulla strada che gli segna l’uomo che riscuote la sua fiducia; la partenza lo entusiasma, perché avverte tutta la carica umana che lo percorre e tutte le speranze sono in lui, nel suo petto: ma che non sia un avventuriero colui che gli consegna la fiducia e la stima.
Per questo l’adulto ha bisogno di dare tempo al giovane e dare fiducia alle energie che sono in lui, ed avere la trasparenza della parola che non mente. Muoversi nella verità e prendersi cura del più piccolo.
Non posso soffermarmi su questa ultima affermazione, solo due righe per aprirne il significato; si chiede all’adulto di essere testimone di quel che dice, che la sua parola non sia vuota, che non sia un semplice consigliere che non assume la responsabilità nel processo educativo e che anzi si sente al di sopra di quel che insegna per mantenere solo un ruolo autoritario: fa quel che ti dico, senza chiedere spiegazioni. In secondo luogo l’adulto deve accogliere il giovane nella sua fragilità, vale a dire con il suo bisogno di essere atteso e di comprendere le luci e le ombre che lo accompagnano; il bisogno di sentirsi figlio dell’uomo, per liberarsi degli antagonismi, e scoprire la sua identità nella voce e nel confronto con l’altro. Libero e responsabile, non facitore (brutta parola) di se stesso, ma nato di donna, definito ed insieme indeterminato, capace di riprodurre, ma anche di creare; capace insieme ahimè di uccidere, ma anche di amare nella giustizia.