Tra speranza e disperazione

vita di

Una donna nell’Angola del 2005, a tre anni dalla fine della Guerra civile.
Se dovessi fare un appello alle donne angolane, direi «Liberatevi. Liberatevi studiando. Studiate per trovare la vostra identità, rispettarla e farla rispettare.  Studiate per crearvi una coscienza, per capire la realtà in cui siete immerse, per viverla, e non farvi vivere». Esther Lehimeume Castro, 38 anni, sposata, 2 figli, immatricolata nella facoltà di Storia nell’Università pubblica di Luanda, lavora al Ministero de Geologia e Minas dal 2000.

«La mia giornata tipo è simile a quella di molti altri angolani, donne e uomini che hanno ripreso a studiare dopo la fine della guerra civile, nel 2002.  Mi alzo alle 6.00, preparo i bambini e li porto dalla nonna, perche alle sette è ancora presto per andare a scuola. Dopo un’ora immersa nel traffico, arrivo in ufficio e ci resto fino alle 16.00. Un salto a casa e poi alle 17.30 diretta all’Universita’, dove le lezioni finiscono alle 22. Cena, studio di un paio d’ore, di più in prossimità degli esami e alle sei di mattina tutto ricomincia».

Frequentare l’università per Esther significa sperare. Sperare in una vita migliore, accesso ad ospedali e medicine, studio per i figli, possibilità di crearsi una piccola pensione. «Nella cultura angolana i genitori invecchiando pretendono  il totale supporto dei figli; io non vorrei essere per loro un peso, vorrei che potessero crearsi una famiglia propria senza essere angosciati dalla situazione economica dei genitori». Studiare nell’Angola del 2005, un’Angola strozzata dalle multinazionali del petrolio, dei diamanti e del cemento, uno dei Paesi più ricchi dell’Africa subsharaiana e, al contempo, uno dei Paesi piu poveri, dove i veri poveri superano il  64% della popolazione*,  studiare in questa terra significa lottare per costruirsi non solo un’autonomia economica ma anche  una reale libertà di coscienza e pensiero.

. «Le elezioni politiche – riprende Esther – sono alle porte, dovranno svolgersi  entro la fine del 2006. Dovremo decidere se l’esecutivo neoliberale del Presidente Edoardo Do Santos, sostenuto dal MPLA, il Movimento Popular da libertacão de Angola,  ci ha soddisfatto, riconfermandolo, o optare per l’opposizione dell’ UNITA, União Nacional pra a Indipendecia total de Angola,  e dei partiti a lei alleati.  Non possiamo votare quello che i nostri mariti o i nostri fratelli ci suggeriscono: al di là delle differenze di partito abbiamo bisogno di sviluppare una coscienza política autonoma, che ci consenta di avere piu spazio in Parlamento, nei Ministeri, nelle decisioni di governo». Un peso che oggi e’ ancora limitato. E non si tratta solo di poca consapevolezza, ma anche di uma limitata rappresentatività. Su 220 parlamentari solo 35, ovvero il 15.5%, sono di sesso femminile. Il voto fino all’indipendenza dai portoghesi, nel 1975, era un diritto solo per gli uomini. «Abbiamo iniziato timidamente ad avvicinarci alle urne, e nel 1980 la prima donna è stata eletta al Parlamento. Ma siamo ancora poco rappresentate. E molte, moltissime,  non  potranno votare. Nonostate da alcuni mesi sia stata avviata uma nuova campagna di registrazione, nei campi di rifugiati e nelle periferie delle città, vicino alla frontiera molti sono ancora gli Angolani, sopratutto donne, privi di documenti, cittadini uomini che semplicemente non esistono, e, quindi, non possono votare»

In Angola le scuole elementari sono frequentate dal 27% delle bambine e dal 32% dei bambini*. Gia’ a 7/8 anni molti minori lavorano tutta la giornata perché  la priorità è mangiare, non saper leggere. Il materiale scolastico, in primis i libri, è caríssimo, nulla costa meno di 30/40 dollari. E costoso e difficile è anche il raggiungere le strutture scolastiche, a volte edifici in muratura al centro di città e villaggi, spesso vere o proprie capanne o semplici lavagne appese ad un albero. «Nella mia come nelle altre Università la presenza femminile sta crescendo, e le ragazze, in media, ottengono i risultati migliori – riprende Esther-. Ma siamo, nonostante tutto un’elite. Per la  maggior parte dell’universo femminile angolano, venditrici ambulanti, contadine, colf,  cameriere, non sarà mai possibile mettere piede all’Università. Molte di loro a tutt’oggi non sanno ne’ leggere ne’ scrivere, e non hanno tempo per apprendere. Sulle loro spalle grava il peso di tutta la famiglia, vedove di guerra o mogli abbandonate si ritrovano da sole con numerosi figli e nipoti da gestire». Solo il 40% delle donne angolane ha un impiego formale, nel settore pubblico o privato, mentre il 60% sopravvive com lavoro informali, a dire totalmente in nero e decisamente mal pagati».

Per Esther andare all’Università significa poter trovare, in futuro, un lavoro migliore. Durante i 30 anni di guerra civile ottenere una laurea era quasi impossibile, veri e propri sbarramenti istituzionali, esami insuperabili per volontà política, il tutto per impedire il formarsi di un ceto medio colto, autonomo sia a livello intellettuale che economico. Poi l’apertura della prima Universita’ privata, la UCAN, ovvero l Universita’ Cattolica  Angolana, e di seguito di altri 4 atenei non pubblici ha movimento il mercato contribuendo ed aumentare il numero di laureati.  Adesso molti angolani, moltissimi uomini e donne lavorano notte e giorno per mantenere la famiglia e al contempo poter pagare le rette mensili delle Università.

Essere mamma, in Angola, è difficile. E non si tratta solo di diffcoltà economiche, ma anche di stili di vita. «Dopo il periodo coloniale e uno psuedo regime socialista ci siamo immersi nell’economia neoliberale. Petrolio, diamanti, legname, cemento, non sono gli unici protagonisti della nostra economia. La ricostruzione, lo sminamento, gli aiuti internazionali, l’apertura di un nuovo mercato, completamente ricettivo poiché incapace e in parte impossibilitato nel produrre beni di prima necessità, l’informatica e il settore automobilístico, ecco i nuovi business di questa nazione. Arrivano i soldi, almeno per una piccola parte della società e arrivano anche diversi modelli di vita, che si apprendono dalla tv e non sui libri».
Alcuni bambini sono senza scarpe, altri le comprano nel negozio della Barbie (!!!!) che ha aperto circa sei mesi fa, molti alunni mangiano solo a scuola, altri entrano in aula sommersi di dolci. Per uma mamma è difficile gestire le differenze, le ingiustizie radicate che i figli incontrano sin dai primi anni di esistenza.

Essere donna in Angola, significa spesso non aver tempo da dedicare a se stesse. «Se avessi almeno un’ora al giorno, senza famiglia, senza esami, senza lavoro fuori e dentro le mura domestiche, cosa farei? Inizierei a studiare inglese. Lo parlo, ma non bene, e sempre con la senzazione di non essere all’altezza, di essere inadeguata. Ho superato su molti fronti questo senso di inferiorità; ma l’incapacità di utilizzare bene questa língua è frustrante. Ma ne sono sicura, mi ci dedichero tra due anni, dopo la laurea. E magari potrò anche aprire una piccola attività, uma seconda rendita per integrare il mio stipendio»
    
*Human Development Report 2004, UNDP,  United Nations Development Programme