Un incontro

Meninos de rua

«La Storia, si capisce è tutta un’oscenità fino dal principio, però anni osceni come questi non ce n’erano mai stati. Lo scandalo – così dice il proclama – è necessario, però infelice chi ne è la causa! Già difatti: è solo all’evidenza della colpa che si accusa il colpevole… E dunque il proclama significa: che di fronte a questa oscenità decisiva della storia si aprivano due scelte: o la malattia, ossia il farsi complici definitivi dello scandalo, oppure la salute definitiva – perché proprio dallo spettacolo dell’estrema oscenità si poteva ancora imparare l’amore puro… E la scelta è stata: la complicità!».

[Elsa Morante, La storia]

Rio de Janeiro, quartiere di Grajaù, rua Henrique Morize 47: quella che era la casa di accoglienza di Macondo. Le suore pregano e io scrivo. Stamattina siamo andati a fare l’abbordaggio dei bambini di strada con il gruppo di educatori dell’associazione Amar. Si tratta di un’attività di avvicinamento ai ragazzi, l’inizio di un processo che cerca, oltre che portarli via fisicamente dalla strada, di togliere loro la strada dalla testa. Pioveva. Nelle giornate di sole si va tutti insieme a giocare a calcio dietro la fiera di São Cristovão ma con la pioggia non si muove nessuno e ci siamo spinti fino alla stazione Rodoviaria, nella zona del porto. Lungo la strada venditori ambulanti di tutti i tipi nell’acqua degli scarichi, su in alto due strade sopraelevate che si intrecciano in un rombare fastidioso di motori. Il mio intestino in subbuglio forse per il churrasco della sera prima. Il cielo bianco e bagnato non si vede, siamo entrati in un girone basso, lontano dagli hotel di Copacabana. I bambini sono rannicchiati dietro un pilone di sostegno della sopraelevata, in mezzo ad altre due strade, sotto coperte sudice. Dormono lì. È la loro casa, la loro base a cui tornare. Distribuiamo caffelatte e biscotti. Molti di loro hanno una bottiglietta di plastica vuota. Ci giocherellano, ma stanno attenti a non perderla. La usano per sniffare il solvente. Alcuni lo fanno sotto la maglietta o direttamente sotto i miei occhi.

Abitare dietro un pilone

Ma che ci facciamo noi lì? Siamo davvero i turisti della miseria? È un atto di sensibilità sociale, di attenzione ai problemi del mondo, di sete di giustizia andare a trovare i meninos de rua quando si svegliano sotto alla sopraelevata? Non sono qui per esercitare la mia pietà occidentale e ricca. Sono qui per provare a capire e a prendere coscienza di me, prima di tutto, credo. Forse dovrei pregare un po’ anch’io, come le suore di Grajaù. Potrei chiedere l’umiltà intellettuale.

Mi sono avvicinata ai ragazzini, loro sapevano che ero amica dei loro amici di Amar. Mi sono avvicinata e ho chiesto i loro nomi. Non sempre il nome con cui ti rispondono è quello vero. È una difesa, la menzogna. Ho provato a dire qualcosa nel mio portoghese zoppicante. Il rumore della strada non aiutava per nulla. Non sembravano molto interessati alla mia presenza. Sembravano piuttosto indifferenti, a dir la verità. Lontani, in un mondo assuefatto all’abbandono, abituato all’assenza, al non aspettarsi nulla da nessuno. Poi uno di loro mi ha fatto un cenno, mi sono chinata e mi ha baciato e abbracciato. Mi ha chiesto di portarlo a vivere nella mia casa. C’erano anche delle bambine, una mi ha chiesto se le potevo dare una giacca. Invece non avevo nulla da dare. Loro erano bambini dell’altra parte del mio mondo. Bambini che si nascondono nell’ombra della città, negli angoli fetidi e sudici, che non hanno una casa, né qualcuno che li abbracci, che si muovono leggeri ai margini di una civiltà che li rifiuta, quasi invisibili, che lottano per sopravvivere tra la violenza e l’oltraggio, che non sono nulla, che non devono rispondere di niente a nessuno, liberi e sfacciati. E io sono stata presa alla sprovvista. Sospesa tra la tentazione di chiudere gli occhi o di tenerli così aperti da farmi contaminare da quello che vedevo. Consolata dall’idea che la vita a cui appartenevo non fosse la loro, sedotta dalla prospettiva di tornare alla mia isola felice di benessere, certezze e pulizia senza alcun pensiero o dubbio che potesse scalfirla. Allo stesso tempo non potevo non essere testimone, come colui che di fronte allo scandalo non può tacere. Non potevo fare a meno di pensare che eravamo noi, quelli che nel mondo contano, ad essere responsabili di quello che succedeva lì.

Un giorno sull’autobus

Lascio Rio alle prime luci dell’alba tropicale. Sorvolo le terre rosse dell’interno nella direzione di Brasilia. Ripenso all’ultima settimana. Siamo andati tutti i giorni all’abbordaggio. Restare in un posto a fare una data cosa insieme con le stesse persone aveva generato quel leggero refrigerio dell’abitudine e del sapere già domani dove si sarà, placando l’ansia del viaggio e del movimento. Anche i ragazzini si erano un po’ abituati a noi, se così si può dire. Idaliana veniva da Minas Gerais. Arrivata a Rio si era persa e non riusciva più a trovare la sorella, con cui vorrebbe ora tornare a casa. La stai cercando? – le chiedo – mi sorride: no, ma lo farò domani. Ogni giorno mi diceva così. E sorrideva fissando un po’ me, un po’ la linea immaginaria della città, che era la sua casa eppure non le apparteneva. Un giorno sull’autobus che mi riportava a casa sono saliti alcuni ragazzini, scalzi e solo con un paio di pantaloncini addosso. Scherzavano tra loro, schiamazzavano: volevano scendere anche se non c’era la fermata. Al semaforo l’autista ha aperto la porta. Non so da dove è sbucato un uomo che ha acchiappato un bambino per un braccio, facendolo scendere. Un altro è saltato giù dal finestrino aperto. La scena si è ricomposta. L’inciso destabilizzante portato dai meninos, messo a tacere. Loro, i folletti che sbucano da ogni dove e spariscono come sono venuti, si muovono nella città come fosse un grande usa e getta. Disponibile al minuto, ricca e prolifica di espedienti da sfruttare. Da attraversare tutta senza mai fermarsi a guardare oltre la necessità del momento. Loro, gli scarafaggi della città, che si rifugiano negli angoli, nei buchi e negli anfratti della macchia metropolitana. E puzzano. Tra il loro odore e le zaffate di solvente la repulsione non è difficile. La società non li vuole e a volte arma il braccio della polizia per farli fuori. Sono incontrollabili, instabili, inaffidabili.

Nella baia di Botafogo

Jurona è ora un educatore di Amar, ma è stato un menino de rua. La sera della festa sulla baia di Botafogo abbiamo ballato insieme più volte, o meglio lui ha cercato di farmi ballare, portandomi al di là dei meccanici passi dei balli europei. Era una sensazione strana stringere a me un corpo e un’anima che era appartenuta, almeno per un certo tempo, alla strada. Cioè al burrone della civiltà, alla vertigine della libertà e della licenza, alla lama finissima della paura e dell’insicurezza, al gelo mortale di non avere nessuno a casa che ti aspetta, che aspetta proprio te.

Sull’aereo portano la colazione. Passa un documentario muto sui pesci. Lo scandalo è già lontano, si annida sotto la città, non chiede visibilità né ascolto: i bambini di strada non hanno niente da dire a noi, al mondo. Ma ne fanno parte, come noi. Condividiamo la stessa umanità. Considerare i meninos de rua figli nostri e della nostra civiltà è il primo passo, forse, di una scelta di responsabilità che non sia complice dello scandalo, ma sia ribellione, e abbraccio.