Un metodo che sgretola gli ideali, la scuola come metodo di lettura del mondo.

Una lettura del mondo e degli uomini, il legame con il passato proprio e degli altri, la possibilità di costruire una nuova cittadinanza GERMANO ED ERLANDO
Parto da una piccola considerazione legata ad un racconto del mio bambino e l’altro a un fatto di cronaca.
Mio figlio Giordano è in seconda elementare, sa già cos’è la circoncisione perché il suo compagno di classe Erlando è stato in ospedale per la circoncisione. Ed è venuto a chiedermi che cosa voleva dire. La cosa che l’ha colpito era che si poteva fare del male a un suo compagno, ma che questo fare del male era fare un bene, una cosa importante per farlo diventare grande, per farlo entrare all’interno di una comunità, della sua comunità etnico-religiosa.
E ha capito, per esempio, che ci si può identificare negli altri attraverso la sofferenza e che per diventare grandi, appartenere ad un gruppo, si può passare attraverso una piccola sofferenza attorno alla quale si fa festa. Per spiegarlo però è stato necessario usare i termini nostri, è stato necessario fargli alcuni esempi di come dei momenti di sofferenza condivisa erano stati importanti per legarci alle nostre vicende familiari, di vicinato. È stato fargli capire che appartenere, diventare grandi, non può non passare attraverso dei dolori, dei piccoli passaggi di purificazione. Adesso Giordano lo sa; ora ospita nella sua memoria delle memorie antiche, dei significati simbolici che hanno a che fare con la storia personale di Erlando, islamico e albanese, ed è stata anche la storia della seconda B, la sua classe.
Nella sua memoria sta imparando ad ospitare delle memorie antiche, dei riferimenti, che io non potevo fare (nella sua classe si parlano sei lingue), a simboli, a modalità di appartenenza molto grandi. E questa è una cosa sorprendente. Nel processo di formazione, questi pezzettini di appartenenza condividente, pur nella differenza, pur nella distanza, che si è dato tra Germano ed Erlando va a comporre un’identità molteplice che Germano e Erlando portano in sé. Ed è solo uno dei pezzetti.

Come quando si è fatta la festa di Natale che, dopo aver discusso con i genitori e gli insegnanti, a seguito l’esperienza negativa dell’anno prima, dove si è fatta una classica festa di Natale e il 15% degli appartenenti della classe se ne sono stati a casa perché non potevano condividere quest’accentuazione religiosa, celebrativa, di identificazione, di appartenenza locale, abbiamo deciso di far la festa dei racconti. E i bambini cristiani, dei diversi cristianesimi che c’erano in classe, hanno preparato il racconto di Maria col pancione, di Giuseppe e della nascita di Gesù. Erlando e il gruppetto di bambini islamici hanno preparato una spiegazione del significato del digiuno, del Ramadam (tra l’altro i due periodi coincidevano). C’è stato anche il racconto di una bambina cinese. Ed è stato bellissimo vedere la drammatizzazione dei racconti degli altri.
La cosa interessante è che Erlando, alla fine della rappresentazione di Giuseppe e Maria rifiutati da tutti gli albergatori, una volta che Giordano è tornato a sedersi vicino a lui, gli ha detto. "Ma sai che al tuo Gesù è capitato proprio quello che è capitato a noi? Noi, quando siamo venuti in Italia abbiamo abitato per più di un mese in un garage perché nessuno ci ospitava". Nella memoria di Erlando, adesso, c’è il racconto di Gesù fatto dai suoi compagni di classe. E il Gesù di Erlando e di Giordano è il Gesù che ha vissuto le stesse esperienze di Erlando e della sua famiglia, non è quello rappresentato da chissà quali racconti. Pensiamo a quelli ricostruiti qualche tempo fa in Bosnia a rinforzo delle identità reciproche da scagliare contro gli altri per legittimare a posteriori il conflitto. Ma allo stesso tempo Germano ha scoperto che la storia di Gesù non era la storia della nonna, ma è la storia che capita a chi si scopre improvvisamente straniero. E quindi scoprirsi straniero nella terra e non possedere la terra è la modalità dalla quale partire per costruire la terra abitabile in fraternità. E il racconto di Erlando, il Ramadam, era proprio centrato su questo: restituire in qualche modo il tempo, non appropriarsi della terra, non appropriarsene neppure attraverso la forma del cibarsi dei doni della terra, questa accentuazione fortissima di ciò che abbiamo ricevuto in dono. Non è stato possibile toccare una goccia d’acqua o una briciola di pane nel giorno di digiuno a casa nostra, dopo che Germano aveva sentito da Erlando raccontare del Ramadam e del digiuno.

Capite allora che Germano, Erlando e i loro compagni di classe stanno vivendo la loro esperienza scolastica, il loro crescere pian piano come piccoli uomini e piccole donne, attraverso un incrocio, un’interconnessione, una ricerca complessa che non potrà non creare tensioni ma che, ci auguriamo, potrà essere molto generativa di appartenenze plurali, di parti di identità che sono già in dialogo, e poi in conflitto dentro di sé.
Erlando non ha sentito parlare bene di Cristo (e non aveva tutti i torti che glielo raccontava in quel modo), ma quel racconto ora è in "conflitto positivo" con quello che è successo in classe e con l’amicizia con Germano. E Germano ha sentito dei commenti terribili dopo l’undici settembre 2001. Il caseggiato dove abita Erlando ha tolto il saluto alla sua famiglia per due settimane, anche se vi abitano da diversi anni, anche se sono sempre stati benvoluti. E Germano ha sentito questi commenti anche da persone a cui è legato: i parenti, i vicini di casa. Questo confligge con l’esperienza che lui ha vissuto in classe.
Non è semplice vivere questa trasformazione umana che noi stiamo vivendo e che va anche nel segno di una identità molteplice, di un’appartenenza anche a spazi e tempi diversi, a riferimenti e tradizioni diverse. Quello che sta accadento in quel piccolo laboratorio della condizione umana è un incredibile recupero e ridiscussione di memoria, di apparteneza e tradimento, di nuove interconnessioni, di un nuovo viaggio attraverso gli spazi di vita e attraverso i tempi.
Alberto Verucci, un sociologo recentemente scomparso, insisteva molto nei suoi ultimi scritti sulle affermazioni di Fukoyama e la sua ideologia della fine della storia, dove si afferma che la storia abbia raggiunto il suo compimento nel regno del mercato e della libertà, non c’è altro da rinnovare e da migliorare, una prospettiva terribile. Diceva Verucci: può anche essere vero che raggiunti con evidenza alcuni limiti della sostenibilità dello sviluppo, dell’uso dei beni, dell’uso dei saperi e delle tecniche su certi livelli della vita non sarà possibile discontinuità. ma la grande discontinuità, la nuova condizione umana che si apre come nuova esperienza dell’umano nel nostro tempo, è proprio questo: la discontinuità nel riprendere parti di passato, nel rivisitarle, nell’interconnettere diversamente tradizione, che per come si sono date nella storia dell’umanità non hanno saputo darsi che separate le une dalle altre, perché non potevano neanche conosceresi in tempo reale, date le modalità di comunicazione. Però oggi riemergono, è come se rivivessero, è come se potessero essere rigiocate all’interno della storia delle donne e degli uomini in modo assolutamente nuovo, inedito. Lo vediamo nel piccolo, in quello che succede tra i nostri figli. I nostri figli stan facendo questo. Stan ridicendo l’avventura umana, stanno riprendendo, indagando quello che per loro è essenziale e quello che va superato, riaprendo un po’ i conflitti tra le storie, le tradizioni. Anche le storie delle parole: "circoncisione". Noi, vittime della biomedicina occidentale, la descriviamo in un certo modo, come ho fatto inizialmente anch’io. Probabilmente al di là del Mediterraneo non sarebbe stata la prima descrizione.
Questi viaggi inediti sono un po’ di fronte a noi e già dentro di noi.

SAN PETRONIO

Pensate a quel fatto di cronaca di quel gruppo di persone che è entrato in San Petronio a Bologna, filma, commenta e vengono subito arrestati e poi la cosa si sgonfia nel giro di due giorni1.
Provate a pensare a come molti lavoratori delle nostre zone, molti tecnici che vanno a lavorare in Arabia Saudita o in Estremo Oriente, entrano in una moschea o in una pagoda (se son donne entrano e subito vengono cacciate da certi posti), pensate ai commenti che farebbero istintivamente (e che fanno) davanti a certi dipinti, a certe scritte, possibilità di ingresso o di non ingresso, giudizi duri ascoltati dall’altra cultura. anche se normali e pienamente legittimi secondo la nostra. In modo di parlare che incrocia riferimenti diversi, pregiudizi. E non dico pregiudizi in senso negativo, tutti i giudizi che diamo sono pre-giudizi che piano piano provano ad avvicinarsi alla realtà. L’importante è metterli in movimento i pregiudizi, usarli come strumento, poi, a volte, cristallizzano e danno luogo alla guerra.
Le persone entrate a San Petronio vivono da molti anni in Italia, probabilmente hanno figli che frequentano le elementari, lavorano, rispettano le leggi, pagano le tasse, partecipano alla vita sociale e fanno riferimento, mantegono legami e appartenenze con terre lontane e con tempi lontani. Anche loro portatori di un’identità molteplice, composta, plurale che vive conflitti non ancora pacificati che alcuni li vuole tenere aperti, che accosta, semplicemente, senza aver risolti conflitti e appartenenze che sono anche contraddittori, per valori di riferimento, per prospettive. Potremmo leggere anche così quello che è accaduto dentro San Petronio. Poi i carabinieri che registrano e il magistrato che ascolta semplificano tutto, all’interno di un’unica prospettiva, profondamente malintendente.
Non sto dicendo che tutto è legittimo e che mi è piaciuto quello che ho ascoltato, come non mi sono piaciuti i commenti della gente della mia valle che sono andati a lavorare in Libia, non è il relativismo assoluto quello a cui dobbiamo andare, ma è una capacità di accettazione e lavorìo su di sé a cui dobbiamo essere disposti, a cui dobbiamo invitarci reciprocamente, oggi che cogliamo la nostra condizione umana così in discontituità rispetto a qualche decina di anni fa, proprio perché la nostra condizione umana ci espone e ci fa ospitare delle pluriappartenenze, delle rivisitazioni di tempi diversi, delle presenza di spazi diversi con i nostri gesti, con i nostri pensieri, con l’esercizio delle nostre responsabilità.

IL GUSTO DI "ESSERE NATI"
Io fino a non molti anni fa ho insegnato in un liceo scientifico e il momento più efficace di educazione alla cittadinanza lo abbiamo avuto casualmente con l’arrivo in Italia di Apo Leong2, un economista che dirige una O.N.G. a Hong Kong. Parlando (in inglese) ai nostri studenti di quello che stava facendo, hdisse loro: "se voi riuscite in qualche modo a far rispettare la clausola sociale ad alcune multinazionali che hanno delocalizzato da noi le loro produzioni, cambia decisamente la condizione della vita di molte donne, bambini e uomini." E si sono mobilitati su questo tema. Hanno spedito e fatto spedire lettere e e-mail alla Comunità Europea. Dopo sei mesi, attraverso Apo Leong, hanno saputo che la loro pressione è riuscita a far rispettare la clausola sociale in Cina ad una grossa multinazionale.
Il senso di una responsabilità assunta e di un gesto efficace (ma anche il gusto di avere espresso un gesto di alto valore simbolico) di questi ragazzi e queste ragazze di un liceo di periferia di una città periferica, ha dato loro la dimensione possibile di una cittadinanza planetaria. E insieme a questo ha dato il gusto di "essere nati".
Non c’è gesto di responsabilità collettiva espresso oggi, nelle nostre comunità, che non voglia per le persone essere legato con forza all’espressione di un significato. Cioè, nel mio gesto devo ritrovarmi pienamente. Se, nella militanza di qualche tempo fa, il mio gesto assumeva significato perché era partecipazione alle lotte del movimento operaio o si inseriva dentro questo grande sforzo verso la società socialista, o verso l’affermazione della giustizia sociale che aveva dei grandi movimenti o vettori storici, oggi non è più così. In po’ perché i grandi vettori storici che interpretano la storia e le grandi idee che descrivono con precisione il futuro, come futuro migliore del presente, non ci sono più, ma non ci sono più quegli uomini e quelle donne. Gli uomini e le donne che siamo oggi, direi grazie a Dio pensando a cos’è costata la militanza tra costi umani personali e costi subiti da altri, in qualche modo la qualità che oggi desideriamo vogliamo interpretarla subito. Il gesto dev’essere significativo del sogno di mondo che noi vogliamo realizzare. Soprattutto gli adolescenti non spiegano il gesto di oggi come significativo per il domani, perché nel gesto di oggi attui quella giustizia che auguri al mondo.
I lavoratori, i giovani, gli studenti che vanno in centinaia in Kossovo o in Bosnia o in Africa, non ci vanno perché così realizzeranno un mondo giusto, ma perché così realizzano un mondo giusto. E lo fanno perché ne va della loro vita e della loro dignità. E perché in questo gesto vivono una forma di nuovo inizio. Rimettono al mondo il mondo, per dirla con Maria Zambrano3, provano il gesto di un nuovo inizio. È come scoprire che l’azione del tuo gesto può essere un gesto nativo, sorgivo, può contenere la qualità che a te, ragazzo o ragazza dell’Occidente, ti è continuamente presente per la grande abbondanza di opportunità di vita che hai attorno e che ti fa problema. Certo narcisismo dei ragazzi d’oggi è una difesa dal rischio di senso di colpa: bisogna offrire un’alternativa. Provare a pensare che tutto ciò che ti è stato donato, grazie a Dio, è tanto. Non è una cosa di cui ti devi sentire in colpa ma è la grande occasione di una nuova destinazione, di una nuova ridonazione.
Questo vale per tutti i piccoli e le piccole che nascono al mondo e che hanno incontrato il palmo di una mano che ha retto la loro vita nascente impedendo che morisse subito.
Nasciamo tutti figli. Padri e madri semmai lo diventiamo. E le nostre paternità e maternità sono una fedeltà a quel primo gesto, che è un gesto da figli e che è un gesto che ci ha accolto. Il nostro primo protagonismo è stato un protagonismo recettivo e passivo, l’essere ricevuti in vita. Conservare questo è una cosa preziosa nelle nostre trame educative. Potrebbe essere una via d’uscita per quel peso che i nostri ragazzi e le nostre ragazze, ma anche noi sentiamo: essere dei previlegiati. Se dobbiamo essere dei previlegiati dobbiamo esserlo nel senso di debito. Previlegiati nel debito. Previlegiati nel ridiffondere tanto, previlegiati perché si può restituire tanto. È un concetto un po’ strano. In genere ci si sente previlegiati quando non si deve nulla a nessuno.

I SEGNI DEL CORPO
Questo lo avvertiamo già, con forza, nel nostro corpo. Eravamo partiti dalla circoncisione, dal corpo di Erlando. E poi dal corpo del Profeta che ha fatto sentire offesi e manifestare il senso dell’offesa filmato e registrato a San Petronio. In questi corpi migrati, e così segnati nel corpo, da una storia e da un’appartenenza al punto da apparire dei corpi estranei tra noi. Capelli, tagli degli occhi diversi che rimandano a memorie, che rinviano a paure, che rinviano a giustificazioni di sensi di colpa per secoli di colonialismo. Molto complesso questo gioco di meriti e di colpe, di giustificazioni e di legittimazione, di cui sono stati capaci tra gli altri, ripeto, tra gli altri, gli Europei.
I corpi segnano questo.
I nostri corpi, quando si mettono davanti a Internet, possono, quasi da subito, aver accesso a tutto il patrimonio di conoscenza dell’umanità. Tra non molti anni tutto sarà codificato, tutte le teche, tutti i musei. Il nostro corpo non smetterà di essere mortale di fronte a Internet. E questo scontro terribile e affascinante tra questo accesso alla vicenda, dei segni dell’umanità, della biosfera e il corpo mortale, riporterà, e già ci riporta a dover fare i conti con l’incopiutezza: non potremmo mai esplorare tutte quelle opportunità di accesso che Internet ci permette. Non ci basta la vita. Dobbiamo scegliere. Dobbiamo scoprire l’incompiutezza come valore e non come condanna. Del modo di ricaratterizzare in modo ancora unico e originale la vicenda delle donne, degli uomini, della vita. Questa volta con l’opportunità di percorrere anche tempi diversi, i tempi in cui si sono formati i simboli diversi, i miti diversi, a partire da un luogo solo, quello che mi ha cominciato a formare da piccolo.
Però quello che ha cominciato a formare Giordano da piccolo, Erlando da piccolo è già un tempo di pluriappartenenze e di spostamenti. Per Erlando anche fisici.
Come l’incompiutezza, la mortalità, il limite possono essere ri-vissuti come la grande occasione per un nuovo contatto con l’altro grande elemento che nasce dal nostro corpo che è vulnerabile, mortale che è subito anche desiderante? Quel palmo della mano e quel nostro corpo, così vulnerabile e subito esposto alla morte, ha tenuto in vita la fede in una promessa di vita. Ha mantenuto una promessa: era possibile desiderare. Lo slancio di vita ha avuto subito bisogno di appoggiarsi sul mantenimento di una promessa per essere sostenuto.
Il corpo di un adolescente che esplode di energia, ha questa incredibile capacità di sentire dentro di sé tutto il desiderio del mondo. Però il corpo di un adolescente si scopre immediatamente mortale. E l’elaborazione del lutto è uno dei tratti più delicati e profondi dell’adolescenza, per noi, qui da noi, oggi. Le due cose insieme ti scoprono nell’ incredibile possibilità e nello stesso tempo scopri che non potrai che realizzare una storia. E questo ti fa rendere conto subito che i tuoi genitori non staranno sempre con te, anzi un po’ devi farli morire dentro di te perché il tuo desiderio possa esprimersi nel tuo progetto di vita. Non potrai che lasciarli e esserne lasciato. Elaborare questi lutti non è semplice: è il costo del desiderio. È il prezzo da pagare perché l’altra dimensione, il desiderio di contatto con il mondo, possa essere coltivata. La bellezza del mondo entra dentro di noi attraverso la capacità di connessione con la sofferenza e la gioia, dice Simone Weil4. Della capacità di sofferenza che ti fa provare il tuo corpo e la capacità di gioia che ti fa provare la tua anima. Però hai bisogno di tutt’e due, tutt’e due sono interconnesse, il mondo ti si presenta attraverso tutt’e due questi canali. È la mano del tuo corpo che ti fa accarezzare un corpo sofferente. E questo è un punto di contatto fra la sofferenza e la gioia. Tra il desiderio che si fa cura e il limite, la vulnerabilità che cogli nella sofferenza. Quella cura che magari non salva, non guarisce, ma che dice anche il segreto di quello sforzo che ha fatto la medicina di guarire in ogni tempo e in ogni spazio. Buona cosa la medicina perché preserva la cura del corpo, non perché guarisce. Provando a guarire lo preserva, ma guai se pensa al contrario, perché vuol dire che pensa che vale la pena di curare solo se può guarire.
Questo corpo che ci espone, che ci resiste e che si tende, queste corpo che ci conduce in questa battaglia fra le pluriappartenenze, il confronto al dialogo, il filtro, il nuovo discorso di quei tempi e di quegli spazi che entrano già dentro di noi e dei nostri piccolini. È il nostro corpo che si fa campo di battaglia, oggi più di un tempo, per un tempo, per ogni tempo, come per ogni tempo, in ogni uomo e in ogni donna c’è stata la ricerca dell’umanità possibile, oggi si ripropone, per la prima volta, di nuovo.
La vicenda di mia nonna che si è svolta in un raggio di venti chilometri, è avvenuta tutta lì, abbiamo già detto tutto, eppure è stato l’incontro più importante della mia vita, che mi ha cresciuto in cascina, salvandomi la vita all’inizio quando l’ostetrica aveva detto: "andate a far suonare la campana di angeli", la campana che nelle nostre campagne si suonava per i tanti morti bambini.
Il nostro braccio, ma anche quello dei bambini, è grande come il mondo, è la nostra nuova condizione umana dentro il quale tracciare la nostra storia. È dentro il nostro corpo che vive questa nostra tensione, che vi vivoono queste memorie e queste appartenenze lontane in conflitto tra loro. Abbiamo la possibilità di sentire dentro di noi i dolori lontani, le gioie lontane. Non per come sono ma per come risuonano in noi.
Lo spiego con un racconto. Qualcuno di voi sarà stato in Bosnia dopo la guerra o nei campi profughi in Bosnia durante la guerra. Abbiamo sentito i racconti dei profughi. Abbiamo sentito l’odio verso i Serbi o verso i Croati, abbiamo avuto la tentazione di condividere quell’odio perché guardavamo negli occhi quella donna stuprata o quel ragazzino che ci racontava di come avevano fatto fuori il loro padre.
Ma noi non eravamo loro. E abbiamo fatto la fatica a provare a non condividere quell’odio, senza giudicarlo, senza far la predica che non bisognava coltivare l’odio. Noi eravamo i volontari che erano andati là. Eravamo importanti per la distanza nostra, paradossalmente per avere la capacità di ospitare quel dolore ma di non immedesimarci in quel dolore, non di sostituirci a quel dolore. Di ospitarlo e di rimanere distanti, perché di quello avevano bisogno loro. La sorpresa che uomini distanti, magari della stessa religione di quelli che gli avevano ucciso il padre, son rimasti fedelmente lì, e non capivano perché erano lì, cosa li muoveva a essere lì e ci han guardato negli occhi. Han provato a ricostruire con noi. "Questo è il seme che noi riconsegnamo ai nostri figli." mi ha detto una volta un bosniaco, unico quarantenne del campo profughi, con un tumore ai polmoni. Ma lo ha detto dopo tre anni che ci si vedeva. Dopo gli ascolti d’odio e i silenzi, i silenzi carichi di affetto, ma i silenzi.
Lasciare dentro di noi spazio per questo. Noi non è che assomigliamo di più alle vittime di quanto assomigliamo ai persecutori. Potrebbe essere un gioco psicologico sottile e facile incontrare la vittima e sostituirsi ad essa e di trovare una facile via di purificazione.
Noi abbiamo dentro i Bosniaci, i Croati e i Serbi. Da un punto di vista religioso siamo sicuramente più vicini ai Serbi, dal punto di vista religioso e ideologico e culturale siamo più vicini ai Croati, certo che non ci fa piacere avere più interconnessioni storiche con qualcuno che qualcun altro, e non deve farci piacere, e possiamo rigiocare questa appartenenza vissuta in tempi passati. Ereditiamo i nostri progenitori e ci mettiamo in contatto con i progenitori con cui sono entrati in contatto i nostri progenitori. In qualche modo torniamo a partecipare alle guerra, all’olocausto, alla conquista, dentro di noi, riscoprendo le radici e rigiocandole.
Una mia allieva, alla fine del liceo, cinque anni fa disse: "una delle cose più preziose che io mi porto da questa esperienza scolastica è di aver scoperto dentro di me delle radici dell’olocausto. Io mi sento colpevole di quello che è avvenuto nei campi." e lei è italiana, ha sempre avuto a che fare con la cooperazione internazionale fin da piccola perché la sua famiglia l’ha allevata così. È italiana, antifascista, di questa generazione, distante da quei fatti quattro o cinque generazioni. Sua nonna ha nascosto degli ebrei durante le leggi di persecuzione razziale. E lei si sente in colpa.
A noi è consentito questo, è consentito di ospitare le storie, le memorie e di provare la delicatissima sfida di far ospitare le nostre storie nelle memorie d’altri. E in qualche modo trovare delle vie di umanizzazione. È un modo di essere fedeli al nostro mondo e a tanti sogni spezzati delle donne e degli uomini, uscendo da un’idea della storia troppo evolutiva per rigiocarla quest’appartenenza storica. Io spero che Erlando e Giordano partecipino a una stagione diversa del dialogo interreligioso. Ma già sono oltre il dialogo interreligioso nel modo in cui loro si incontrano.

CARITÀ E GIUSTIZIA

Noi possiamo tener dentro i conflitti, le parti in conflitto perché sono parti nostre. Riconoscendo questo forse ci salveremo un poco dalla tentazione di fare giustizia, e dal decidere la parte giusta e la parte sbagliata, una volta per tutte. Di volta in volta sapremmo prendere la parte offesa, che è la parte giusta. Ma poi la giustizia scappa dal campo dei vincitori e se rischiassimo di prenderla una volta per tutte la parte, rischieremmo poi di trovarci slittati dalla parte sbagliata.
Allora questo processo va tenuto aperto continuamente. Anche qui tocchiamo il nostro grande limite: non possiamo fare la Giustizia, possiamo essere un po’ delle donne e degli uomini buoni e giusti, per quanto riusciamo. Un pochino costretti a partecipare a quel preziosissimo lavoro della costruzione di una giustizia che argomenta, che ridistribuisce, che difende, che tutela e che è importante che si faccia continuamente. Non è un lavoro che si fa una volta per tutte. E bisogna essere capaci di riportarlo al suo fondamento originario a quel palmo della mano di noi nati figli e figlie. Riportare all’affidamento la giustizia che facciamo e, a volte, disposti anche a trasgredire le leggi in cui si fa quella giustizia perché sentiamo che qualcosa eccede. Che non è possibile aspettare del tutto i tempi della giustizia. Che alla fine, anche quando è fatta giustizia, quando è stato pronuniciato un giudizio, l’umanità ha ancora da fare oltre quel giudizio. E non bisogna sostare nel giudizio, a quella piccola storia, a quel gruppo, rispetto al quale si è dato, eleborato un giudizio storico. Dopo che si è fatto ricomincia la storia.
Carità o giustizia? Carità – giustizia – carità. All’origine e alla fine non c’è la giustizia, c’è la carità. Se noi sostassimo nel giudizio ridurremmo le donne e gli uomini a pietre, le classificheremmo le, appunto, giudicheremmo. Dopo si deve riaprire la vita. Non è un perdonismo facile, la carità non sostituisce la giustizia. Bisogna rischiare di sbagliare nel fare la giustizia imperfetta.Il giudizio va dato, anche sui Serbi. Poi però ogni donna e uomo serbo si incontrano come se fosse la prima volta. Il bosniaco che mi disse dei semi da riconsegnare ai nostri figli, mi ha anche detto che le cose che ha subito lui e la sua gente non le hanno fatte i Serbi, le hanno fatte alcuni uomini serbi. Poi il giudizio sulle responsabilità politiche era chiaro, ma era anche già oltre il giudizio. Pensate se avessimo condiviso l’odio, non saremmo mai stati destinatari di questa frase.
Diventare donne e uomini giusti che non sostano nel giudizio, eppure sanno di dover subire il limite di doverlo subire o di doverlo dare. E soffrono di questo. Dovremmo soffrire nel condannare le persone. Stiamo male perché mandiamo la gente in carcere. E da lì si riparte con uno sguardo nuovo, perché anche in noi c’è la stessa umanità che porta qualcuno ad andare in carcere. Non siamo immuni, per questo dovremmo essere un poco più misericordiosi. Non sono immuni le nostre storie, le nostre tradizioni; le nostre parole non sono immuni dal male per definirci e per definire l’altro.
Allora da non-immuni possiamo usare tessere mortali e perdonarci reciprocamente e quindi essere desideranti. Accettare di essere mortali ereditati, continuamente capaci di metterci in gioco e rivedere l’altro sempre e continuamente nella potenzialità di un nuovo gioco con noi.


Note:
1 Fa riferimento a quanto riportato dalla stampa il 20 agosto 2002 dove un italiano e 4 nordafricani furono fermati dalla polizia mentre riprendevano con una videocamera l’affresco raffigurante Maometto all’inferno della basilica di S.Petronio a Bologna. Le loro voci registrate riportavano frasi del tipo: "Se non lo tolgono l’idolo farà saltare tutto", facendo scattare l’allarme di pericolo di atti terroristici.

2 Apo Leong presidente dell’Associazione Asia Monitor Center di Hong Kong per la difesa dei diritti sindacali dei lavoratori.

3 Maria Zambrano (Vélez Málaga, 1904 – Madrid, 1991), filosofa spagnola.

4 Simone Weil (1909-1943), filosofa francese di origine ebrea.

Ivo Lizzola docente al Dip. di Scienze della Formazione e della Comunicazione dell’Università di Bergamo
Dialogo tenuto durante il campo estivo di Macondo "Carità o giustizia?"", agosto 2002. Il testo non è stato rivisitato dal relatore.