Un significato del mondo

La creazione dei significati è una cosa che solo gli uomini possiedono, la possibilità dell’essere altrimenti nelle cose Il compito è duro, perché prima di me hanno parlato persone che sanno trasmettere un’esperienza intensa e che testimoniano una storia. Chi di voi mi conosce sa però che io non mi arrendo. Il primo punto che voglio toccare è questo tema dell’educatore, io non mi sono mai, vi prego sempre di prendere le cose come profondamente motivate, non come occasionali, sentito un educatore.
Non amo neppure il termine, lo pensavo proprio mentre ascoltavo questo termine così ripetuto, anche nella presentazione, è vero che si è parlato di educatori non professionali, però è il termine che non funziona. Che stiamo facendo noi insieme? Questa idea aberrante che si possano prendere dei pacchi di sapere e metterli dentro la testa degli altri, questa idea che trasforma il cosiddetto rapporto fra maestri e allievi in una sorta di addomesticazione, in fondo di produzione di conformità o di conformismo, è esattamente il contrario di quello che io penso.
Io penso che stando insieme noi produciamo sempre insieme, non perché questo insieme sia una confusa aggregazione magmatica di tanti individui e persone, ma perché il fatto stesso di stare di fronte ai volti e di cercare con i movimenti delle mani, con attenzione a quello che sento nella sala, noi produciamo insieme un significato del mondo. Ciò che si deve apprendere si apprende insieme, si apprende questa esperienza, che è insostituibile e non si può produrre attraverso nessun trasmissione concettuale, attraverso nessun libro, cioè l’esperienza di produrre insieme un significato del mondo, perché questo è un significato del mondo.
Cos’è un significato del mondo? Dare un senso allo spazio e al tempo; noi stiamo insieme, sono io che apprendo, ma non nel senso che voi mi state trasmettendo, è la situazione, questa situazione produce, perché è la situazione in cui stiamo insieme, produce lo spazio mentale, è come se la nostra mente, in questo momento, realizzasse un contatto che non è soltanto quello verbale: c’è qualche cosa nell’aria. Sapete tutti che non sono un credente, ma quando immagino lo Spirito Santo penso ad una cosa che non si tocca ma è presente, come il campo gravitazionale, che nessuno riesce ad individuare, però tiene insieme i pianeti.
Lo spirito che è il significato di una situazione come questa non è prodotto da nessuno di noi individualmente, che non può essere trasmesso al di fuori di questa esperienza. Da questo momento ciascuno di noi ha appreso cosa significa produrre significati, cioè non dare per scontato, non ripetere un già visto, non stare dentro questa enorme tautologia. Questo circolo vizioso del ritorno sempre dell’identico, dell’eguale, ma rompere questa chiusura, questo accomodamento, attraverso il rischio di mettersi in cammino, come dice Giuseppe. La creazione dei significati è una cosa che solo gli uomini possiedono, noi possiamo dare, questo tempo poteva essere spesa da tutti noi individualmente e insieme in mille altri modi, noi stiamo verificando la possibilità dell’essere altrimenti nelle cose; la possibilità che non sia definito una volta per tutte quello che si deve fare.
L’occasione di Macondo è enorme, perché non è uno schema, non è un’applicazione, non è una ricetta, certo, ognuno parla con il linguaggio che ha appreso, che è sempre un limite rispetto a quello che si vorrebbe dire, ma quello che io vorrei dire è che ogni volta che sono qui, come dicevo ieri, non amo più fare cose in cui c’è molta gente: dodici Apostoli sono stati scelti ed erano già tanti.
Questa storia delle masse, uno dei grandi errori culturali del mondo moderno, non esistono le masse, le masse sono negli stadi, qui c’è qualche cosa che non è una massa, ci sono persone che sono tenute insieme da una specie di fluido, l’enigma dello stare insieme. Noi cerchiamo di interpretarlo, interrogatevi, ciascuno di voi con la vostra motivazione, forse qualcuno è venuto per sentire un Vescovo così originale, un padre Stoppiglia con la barba e gli occhi spiritati, come dico io, queste persone che vengono da tanti posti diversi; qualcuno è venuto per passare una giornata con i ragazzi che ha incontrato, qualcuno è venuto per rivedere amici, tutti questi significati abitano questo spazio.
Questo è l’apprendimento, apprendere ad apprendere, mica trasmettere definizioni, noi definiamo che cos’è un uomo? Chi lo può definire? Io sono molto suggestionato da frasi, da cui poi faccio arbitrarie estrapolazioni, dal Vangelo, dalle Sacre Scritture come dai testi. Sono convinto che una delle cose che Gesù sin da piccolo, quando si nasconde nel Tempio, davanti al Direttorato rabbinico ha contestato il prendere le parole alla lettera. Il letteralismo, come lo chiamo io, è una malattia di questo tempo, perché non ci fa cogliere l’oltre della parola, non ci fa cogliere la trascendenza della parola, che è un rimando infinito a significati che non si esauriscono mai, questa incessante, continua, faticosa creazione, non stare fermi.
Ecco, in questo senso io ho sempre interpretato il Vangelo e le Scritture ma come una pacificazione, quando ho fatto il sermone in un rito valdese, al matrimonio di mia figlia, sono stato costretto a cercarmi un testo, e ho cercato un testo strano, quello dove Gesù Cristo dice "Io non sono venuto a portare la pace ma la spada". Ecco uno dei significati che io, stamattina, provo, che proverei a condividere, è quello di essere inquietati, quello di non essere appagati.
Proprio per questo la seconda parola che voglio esaminare è: povero. Siamo sicuri che questo povero sia un’entità sociologica? Descrivibile con le categorie della sociologia moderna? O il povero è esattamente il contrario di quello che noi pensiamo? Non per fare anche qui della retorica, io, vedete, vengo da un percorso diverso, mi sono chiesto: perché i proletari?
Qui è accaduto, purtroppo, nella drammatizzazione della vulgata marxista di bloccare questa cosa in una sorta di figura emblematica, per cui anche quando l’operaio non c’è più si dice sempre che è il partito degli operai. Il concetto che era insito nella scelta dei proletari era che una trasformazione del mondo può avvenire soltanto da chi non ha nulla da perdere. Nulla da perdere.
Cos’è l’alienazione? Siamo tutti alienati sapete, si può essere alienati verso il successo, si può essere alienati verso il denaro, alienati verso la politica, tutte le volte che ciascuno di noi non si lascia abitare dal vuoto, ma viene intrappolato in quella che io chiamo la declinazione proprietaria, possessiva dell’individualismo occidentale, questo è alienato. Quando nei Vangeli si legge "Chi vuole guadagnare la propria vita la perda", o meglio "Chi perde la propria vita la trova", chi invece si accanisce a difenderla la perde, oppure quelle straordinarie pagine in cui si parla della stupida preoccupazione di avere possessi che garantiscano l’alimentazione eccetera, e si fa riferimenti ai gigli del campo e agli uccelli che trovano cibo senza che nessuno abbia seminato.
Cristo fa riferimento a questa ricchezza che è stata data agli uomini dal padre, per cui non hanno preoccupazione del possesso, che è una preoccupazione alienante. Io penso che c’è una povertà oggi, c’è qualche cosa che lede, che usa la povertà per trasformare gli uomini nella negazione dell’umanità, questo è il punto vero. Qual è il vero tema oggi della povertà? L’aver subito il furto dell’anima; io non penso all’anima nei termini soltanto della tradizione cristiana, anche i greci parlavano della psiche come di qualche cosa che non era riducibile al puro biologico.
Questo spazio, dentro il quale si forma questa domanda, questa interrogazione su chi sono io, questo essere in qualche misura problema per sé stessi, questa consapevolezza di non essere mai in grado di sapere le cose. Sono meravigliose le poesie di Spoon River, perché dicono che solo sull’epigrafe della stele mortuaria si sa chi è stato uomo, solo all’ultimo momento capisce qual è il senso della sua vita. Questa umanità che è essenzialmente l’interrogazione sul senso, che nasce da uno scarto; noi viviamo in uno scarto, lo scarto attuale è quello che io sento fra quello che vorrei dire e quello che dico. La sensazione permanente dell’inadeguatezza di ciò che si riesce ad esprimere rispetto a ciò che si vorrebbe condividere, la incapacità di far nascere una forma di trasmissione direi …c’è una psicanalista che dice che c’è un momento in cui la madre e il figlio hanno una mente unica. Queste menti si separano man mano che avviene il processo con cui la madre fa crescere i figli. Sentirsi non soltanto una presenza materiale, non soltanto dei corpi, ma una mente unica, non un generale intelletto macchinistico delle teorie di Marx, poi riprese da Toni Negri, ma una mente unica nel senso di un grande spazio simbolico, dove si può abitare questo scarto, costruendo i ponti.
Gli uomini sono costruttori di ponti, il linguaggio è un ponte; perché nasce la necessità del ponte? Nasce dal fatto che bisogna congiungere due cose che sono distanti, due rive che si fronteggiano. Io e lei, io e lui, le nostre differenze insopprimibili, ma anche il nostro bisogno della relazione, della relazione allo stesso tempo come memoria del passato, perché noi nasciamo dentro la relazione, viviamo, ci sviluppiamo dentro la relazione. Non si produce la relazione, si abita, nella memoria del gruppo umano, della madre, dei genitori, degli amici, dei vicini dei compagni, e si prolunga in questo riproporsi continuo della relazione, come spazio dentro il quale avviene questa possibilità di gettare un ponte.
Se chiedessero a me che cosa faccio risponderei "Getto ponti, faccio questo mestiere di mettere in circolazione strumenti per fare ponti". Vedete, noi per produrre ponti dobbiamo avere l’idea che ci sono due rive, che c’è un fiume nel mezzo, che non abbiamo – e questo è l’umano – l’immediatezza della relazione che caratterizza tutto il vivente nell’umano e che, proprio per questo, ripete da sempre, anche se in modo evolutivo, il suo rapporto con l’ambiente.
Uno studioso che mi ha sorpreso per questa strana conversione al contrario, Giovanni Gervis, che aveva lavorato a lungo con De Martino per scoprire la magia del sud, che aveva scoperto questa cosa incredibile, che molte delle malattie che oggi sono catalogate erano considerate invece nel sud un dono della divinità, che permetteva, per esempio, ad un tarantolato di essere anche uno che, con la sua epilessia, era in contatto con il mistero della psiche.
Adesso ha scritto che gli uomini debbono considerarsi simili alle api e alle formiche, che la vera perfezione dell’umanità sarà quando noi funzioneremo come api e formiche. Io vedo che questa è la catastrofe che sta accadendo oggi, il tentativo di ridurre gli uomini ad api e formiche, cioè a insetti o altri branchi di animali, che vivono secondo un automatismo. Avete mai visto un cavallo che mangia una fetta di pollo? Adesso magari con l’adulterazione dei cibi gli faranno mangiare anche questo, infatti impazziscono, perché il cavallo mangia la biada.
Questa per certi versi straordinaria plasticità dell’uomo, che è come se fosse continuamente in formazione, come se fosse continuamente partecipe in questo senso di un processo creativo; è vero che siamo corresponsabili della creazione, però non è scontato nulla, non siamo dati una volta per tutte. Possiamo concorrere, collaborare alla creazione perché siamo plastici. Come lo facciamo? Sentendo continuamente lo scarto, fra ciò che noi siamo, nella nostra limitazione, perché Stoppiglia diceva che la fragilità è una forza.
Sapete, io do un’interpretazione del Prometeo: quello che ha rubato a Zeus non è stato il fuoco, come si pensa, ma la coscienza di essere mortali. La coscienza di essere mortali significa la coscienza di essere limitati, significa la coscienza di essere, come si dice, di passaggio, di non avere niente di proprio, che permane, che dura, e proprio per questo c’è il bisogno continuo di trascendere, di trovare qualcosa che vada oltre.
La lotta del camminare sul confine: il confine è una figura decisiva dell’esperienza, chi non ha confini è perduto. Chi non ha confini è davvero nessuno, il confine è un’idea che si costruisce dentro lo spazio mentale, questa sensazione dell’inadeguatezza, della tensione, del tendere verso. La trascendenza è questo, la trascendenza ha il significato di Platone, oppure un luogo in cui Dio è seduto a guardare, sorridendo, le banalità che stiamo dicendo noi qui, tutti, in tutti i posti della terra; oppure dimenticandosi che siamo qui a soffrire. No, la trascendenza è l’esperienza che noi facciamo della nostra finitezza, perché quest’idea che Dio, il senso della vita, l’essere, possa essere immediatamente risolto nella dimensione quotidiana è veramente la disumanizzazione dell’uomo.
Il tentativo che stanno facendo, sarebbe lungo trattarlo stamattina, speriamo di avere poi dei seminari più approfonditi, di trasformare il cervello in chimica ed elettricità: le neuroscienze. Di costruire un modello dell’intelligenza umana come se fosse solo un computer, un’intelligenza artificiale. Il fatto di scommettere adesso il potere del mondo sulla riproducibilità tecnica della vita si riflette poco su questo fatto, quando Walter Beniamin fu colpito dalla fotografia disse che stava finendo l’aura dell’arte, perché la riproducibilità tecnica dell’arte diventava faceva scomparire il mistero, l’enigma dell’opera d’arte. Ha esagerato Beniamin, ma oggi sapete che vuol dire la riproducibilità tecnica della vita?
Significa che l’uomo si prepara a costruire la vita attraverso le macchine, attraverso la mercificazione dei frammenti dell’uomo, che diventano oggetti di proprietà. Una donna giovane, che ha scelto di vivere in Sicilia creando una cooperativa sociale, si chiama Ongaro, ha scritto un libricino sulle donne nella globalizzazione. Ha scritto una cosa che mi colpisce molto: "Tutto quello che sembra emancipazione della donna – dice questa giovane ragazza – è la sua trasformazione in oggetto di esperimento sociale. Il suo corpo è ancora di più oggetto di manipolazione nella misura in cui viene presentato come un diritto ad avere un figlio comunque sia, presto si passerà ad avere un figlio anche se ci siano due persone concrete che si amano". Che non sia più l’amore a produrre la vita, ma che sia la tecnica a produrre la vita: questa è una sfida terribile, perché rende davvero disumano l’uomo.
Io sono preoccupato, giustamente, sento con angoscia le cose che abbiamo ascoltato ieri e che ascolteremo oggi, la povertà, la tragedia, il degrado degli uomini; ma a me mette più paura il fatto che coloro che per mestiere, gli intellettuali, o gli scienziati, o anche gli imprenditori, stanno trasformando la manipolazione della vita nel nuovo petrolio dell’umanità, perché i brevetti sul genoma saranno una fonte di ricchezza inaudita, che sono passati dal vecchio punto di vista dei greci di mettere in qualche modo sotto controllo la natura, però sempre nel quadro di una impossibilità di dominare il cosmo.
Adesso invece stiamo facendo quello che, con una brutta frase, un filosofo francese Nancy, ha detto. "Stiamo facendo coincidere il mondo con il mondo". Quando il mondo coincide con il mondo non c’è nessuna frontiera, nessun oltre, nessuna possibilità di oltrepassare. Stiamo facendo coincidere il mondo con il mondo, e l’uomo con l’animale. È pazzesco! lo aveva capito, perché l’uomo si appassiona tanto alla sua restituzione all’animalità, ad essere qualcosa che vuole soltanto sopravvivere e non invece vivere? che può accadere a tutti noi è di diventare indifferenti. L’indifferenza è la fine dell’umanità, perché gli uomini hanno fatto grandi cose, anche grandi cose tragiche, anche cose terribili, ma le hanno fatte nella consapevolezza di una ambiguità, di una tensione, di una lotta anche con sé stessi. Anche il dilemma di servire una legge ingiusta e tuttavia di soffrire nel rapporto con una vittima; se l’uomo perde la coscienza di essere mortale, il senso del limite, l’uomo perde la sua umanità. Grazie.

Pietro Barcellona, docente di Filosofia del Diritto, Università di Catania