Un sogno

Ho fatto un sogno. Ero convocato tramite lettera ad una riunione del consiglio municipale di pubblica sicurezza. È un organo della società civile al quale i cittadini possono partecipare sia  singolarmente che organizzati in associazioni; non ha potere decisionale ma segnala problemi  suggerisce procedure e provvedimenti da adottare. Nacque nei primi anni ottanta dopo due decenni di dittatura militare. Allora si pensava che era un modo di facilitare la trasparenza dell’operato delle forze di polizia passate da un rigido controllo militare a quello civile. Alle riunioni è di prassi la presenza di un comandante, un colonnello, insomma uno importante, uno che il potere ce l’ha davvero. Ho sognato che c’ero anch’io. Seduto tra persone a cui sta a cuore la convivenza civica tra gli abitanti della città e del quartiere, ascoltavo attentamente l’accalorato dibattito, che in realtà dibattito non era: ogni intervento esprimeva la stessa opinione del precedente in un susseguirsi di applausi e affermazioni di consenso. Sognavo che presi la parola per esprimere il mio dissenso riguardo il consenso altrui. Fischi e proteste. Il consenso, indignato col mio dissenso, arrivò a dire: (a dir la verità non so bene se fosse una affermazione o una sorta di augurio, un desiderio) vorrei vedere se capitasse a tua sorella o a tua madre. In quel momento, nel sogno, pensai a lei, mia madre. Da piccolo mi portava nella scuola dei bambini handicappati (in quel tempo si chiamavano così) per giocare insieme a loro, oggi quando può mi porta al campo nomadi dove lavora, là nelle periferie opulente e sempre più tristi delle città del primo mondo. Io qui nel terzo, lei là nel primo. Vorrei vedere se capitasse a tua madre. Nel sogno, per non tirare in ballo madri e parenti, rispondevo ascoltando dentro di me i suggerimenti che provenivano dal profondo di anni di lavoro e di esperienza. Anche così non riuscivo a placare gli animi sempre più accesi. Nel calore della discussione (che poi discussione non era: io continuavo calmo e pacato senza mai dare sulla voce a nessuno, facendomi interrompere ad ogni momento da quel consenso totale a cui ho appena accennato e perfino da coloro che, presi dall’impeto di una quasi vendetta, arrivavano ad usare parole decisamente poco amichevoli e per niente adatte al luogo e alla circostanza: la mia tattica era quella del silenzio ad oltranza, sarei tornato a parlare quando mi avrebbero ascoltato) qualcuno arrivò addirittura a dire che la vera causa del problema erano quelli come me (forse disse “te e quelli come te”, non ricordo) che al posto di pensarla in sintonia con il consenso, esprimevano un dissenso complice. Chiesi di spiegarmi il significato, il senso, che cosa intendesse dire con la parola “complice”. Il consenso disse che comportandomi così come mi comportavo, ossia manifestando il mio dissenso, favorivo coloro che erano gli avversari, i nemici del vivere civile. Favorendoli diventavo immediatamente complice. Un sillogismo perfetto. Tornai a domandare in che modo favorivo i nemici del consenso. Mi fu risposto che i nemici li difendevo col mio dissenso e il mio dissenso li rendeva forti e sicuri di sé, il mio dissenso era la loro difesa, il mio dissenso li spronava li rendeva pronti ad agire: quelli come me erano i diretti responsabili delle azioni dei nemici. Insomma, nel sogno capivo così: esistono tre personaggi: il consenso, il dissenso e i nemici. Se il dissenso dissente, il consenso lo considera alla pari col nemico, forse il nemico stesso: nemico e dissenso diventano così una cosa sola. Il sogno continuava sempre più confuso. Mi sembra di ricordare che feci richiesta di mettere agli atti il mio dissenso totale in relazione alle affermazioni dichiarate e alle decisioni prese dal consenso comune. Mi sembra di ricordare che nel sogno avevo una gran voglia di andare al commissariato e denunciare il consenso per aver detto che ero complice dei nemici, poi pensai che forse era meglio di no perché al commissariato avrei incontrato il capo del consenso e la discussione sarebbe continuata con chissà quali conseguenze. Nel sogno andai a casa, nelle strade della notte calde e polverose, qualche nemico, anzi molti nemici osservavano il mio camminare stanco e deluso, per fortuna non mi attaccarono, forse riconoscevano in me il loro complice. Forse allora era vero quello che il consenso aveva appena affermato con tanta veemenza. Forse se il consenso fosse passato per quella strada i nemici avrebbero attaccato. Io passai, arrivai a casa sano e salvo. Suonò la sveglia. Ormai era mattina e dovevo andare a lavorare.
Per arrivare alla stazione della metropolitana passo davanti a un antico monumento. Oggi più nessuno sa che quello è un antico monumento. Ci si passa davanti in fretta perché tutti sanno che lì non è posto da soffermarsi ad osservare, non è posto da stare con gli occhi per aria.
Nel famoso film Chaplin dorme tra le braccia di una statua. Tra le colonne dell’antico monumento, che nessuno riconosce più come tale, ho contato 27 nemici. Il più vecchio ha diciassette anni. Il più giovane quattro. Non mi sono fermato, come Chaplin stavano tutti dormendo. Non mi sono fermato. E ho fatto bene. Ci pensi se mi vede qualcuno, fermo, proprio qui tra i nemici, nella tana del lupo? Cosa penserebbe di me?