Un uomo disarmato

La morte di Enzo Demarchi

Un sorriso puro, trasparente

Enzo Demarchi se ne è andato nei primi giorni di ottobre, senza che nessuno di noi all’ultimo gli fosse stato accanto. Eppure gli dovevamo tutti qualcosa. Il conto è rimasto aperto. Adesso che non c’è più, come ricordarlo? Innanzitutto per il suo sorriso. C’era una vita intera compendiata in quel suo sorriso puro, trasparente. Non era espressione di ingenuità, ma di un equilibrio frutto di una lunga ascesi intellettuale e della fatica quotidiana a farsi obbediente alle energie sorgive della vita. Enzo era un mistico, perché della vita accoglieva il mistero, che esclude la fiducia nei progetti personali e l’inseguimento di norme e modelli pre-stabiliti, da altri o anche da se stessi.
Aveva passione politica e culturale e un forte impegno sociale, anche se espresso in forme discrete. La sua passione e il suo impegno non si esaurivano nell’azione: andavano oltre, nella ricerca di un nuovo umanesimo che ne costituisse la ragione d’essere.

Sorella morte

Enzo, non riesco a immaginarlo morto, perché la morte era già da tempo entrata nella sua vita, attraverso la malattia, e ne faceva parte intimamente, serenamente. Sorella morte. Faceva corpo con la vita. Enzo ha vissuto la morte come momento ultimo e supremo della sua vita. Quello che fino all’ultimo lo ha interessato era la vita, anche se la vita portava dentro di sé la morte. Il limite. Era l’accettazione cosciente del limite che gli conferiva un sentimento di «pietas». Una «pietas» che aveva pervaso tutta la sua persona, che si traduceva in tenerezza e com-passione: con chi gli stava vicino e, soprattutto, con gli ultimi del mondo. Era attento al grido dei poveri. Era «francescanamente» attento alla vita, a riaffermarne il diritto dovunque venisse sacrificata o calpestata. E lui si lasciava scomparire dentro il flusso potente e silenzioso della vita, che non ha ragioni se non in se stessa.

A servizio della vita

Enzo non inseguiva ambizioni. Si poneva solo a servizio della vita. Aver cura della vita vuol dire saper vivere attraverso la vita degli altri, resuscitare gli altri dentro se stessi, resuscitarli dalla loro condizione di vittime della storia, anche della storia della Chiesa quando c’era bisogno. Vuol dire credere che la storia può essere fatta anche dai deboli e dai dimenticati. Vuol dire proiettare una luce su coloro che sono sconosciuti – anche a se stessi – abbattendo gli steccati con i quali le istituzioni, segregandoli, li nascondono. La politica per Enzo non era lo spazio di alcuna mediazione. Per questo finiva per essere inevitabilmente un «perdente».
In questa debolezza stava anche la sua vera forza. Perché, per non stare dalla parte delle culture dominanti, ci vuole forza. E ci vuole forza per cercare e valorizzare gli elementi fecondi delle altre culture, le culture dei vinti, dei deboli, soprattutto quando bisogna pagarne di persona il prezzo. La forza di Enzo non si traduceva in aggressività, nella volontà di imporsi agli altri. Era la forza dei miti, ai quali è stata promessa in eredità la terra. La forza di quelli che hanno fame e sete di giustizia, dei misericordiosi, dei puri di cuore. La forza di Enzo si radicava nel paradosso evangelico. Ne scrutava i segni nella storia.
La forza di Enzo era una forza disarmata. Enzo era un uomo disarmato. Culturalmente disarmato e perciò capace di accogliere la cultura degli altri, le ragioni degli altri. Ciò non significava essere arrendevole perché la sua forza nasceva dalla pretesa di una rivoluzione culturale che si facesse carico della trasformazione dell’uomo.

Lasciarsi ferire dalla situazione
dall’altro

Enzo era di una povertà fondamentale, che si mostrava come disponibilità a lasciarsi ferire dalla situazione dell’altro. Appariva come un uomo costantemente in cammino verso l’altro uomo, come un uomo che sa rinunciare ad un terreno proprio. Si offriva tutto intero all’insicurezza della vita, e all’insicurezza del pensiero. Ed era questa la sua più profonda religiosità. E il senso della vita, la fedeltà alla vita, per lui, stava tutto nel tenersi dentro una continua ricerca di senso. A vederlo, non l’avresti detto uno tanto «de-stabilizzato».
Il cambiamento del mondo, nel pensiero di Enzo, non poteva venire affidato alle guerre, di qualsiasi natura esse fossero, né al semplice sviluppo economico. Passava per il cambiamento delle coscienze. E così la tensione personale diventava automaticamente tensione politica e l’impegno politico si arricchiva della linfa interiore. Era un uomo «rivoluzionario», nel senso che dalla propria interiorità sapeva ricavare valori più avanzati, più profondi, più radicati, più umanamente «veri» che motivavano il suo andare oltre.
È in questo continuo oltre che possiamo continuare a camminare assieme ad Enzo.
Enzo Demarchi avrà avuto, come tutti noi, una quantità di difetti, una quantità di cose insopportabili. Ma io Enzo «l’ho voluto bene», come si direbbe qui in Sicilia. Gli ho voluto bene per tutto quello che ho cercato di dire, oltre che per tutte le ragioni inspiegabili che stanno all’origine di un’amicizia.