Una guerra devastante

L’appello del Papa alla memoria di quanti hanno vissuto la terribile esperienza della seconda guerra mondiale a battersi contro "questa guerra" mi ha colpito più di tutte le invocazioni etiche al rispetto della vita che lo stesso Papa ha pronunciato nel corso del Suo pontificato.

L’appello del Papa alla memoria di quanti hanno vissuto la terribile esperienza della seconda guerra mondiale a battersi contro "questa guerra" mi ha colpito più di tutte le invocazioni etiche al rispetto della vita che lo stesso Papa ha pronunciato nel corso del Suo pontificato. Solo la memoria della sofferenza e del dolore può guidarci nel giudizio sul presente.
Il 16 aprile del 1943 avevo da poco compiuto sei anni quando in pieno giorno il cielo si oscurò e cominciò il primo bombardamento a tappeto delle "fortezze volanti" americane. Una bomba cadde nel cortile della mia scuola senza esplodere, un’altra, invece, colpì in pieno la scuola vicina, l’oratorio dei salesiani e fece morti e feriti fra i ragazzi della media e del liceo. Ricordo il pomeriggio di quel giorno come fosse ieri. Il cielo era diventato giallastro come quando sta per arrivare lo scirocco africano e mio zio irruppe nella mia stanza e si sedette senza dire parola. Aveva avuto la notizia della strage e temendo per me era corso dall’altro capo della città solo per potermi vedere vivo. Andò via dopo un lungo silenzio dicendo a mia madre che bisognava fuggire. Di notte partimmo, insieme ai miei cugini, con una carrozza affittata verso le pendici dell’Etna, e fino allo sbarco degli americani e alla ritirata dei tedeschi passammo notti e giorni dentro un "palmento" di contadini nascosti fra il fieno e coperti da pile di materassi.
Ciò che non sono riuscito a dimenticare è l’angoscia che provavamo quando si sentiva il rombo degli aeroplani qualche attimo prima dei bombardamenti.
È questo oggi mi sembra ancora di più il tema vero della guerra moderna: il terrore dei cittadini inermi, la loro esposizione totale al rischio di morte. Con la seconda guerra mondiale la guerra è diventata uno "strumento legale" per provocare il terrore di massa nella popolazione ed è venuta meno ogni distinzione fra militari e civili, giacché questi ultimi sono anzi più esposti dei primi.
È davvero singolare che nell’epoca della tecnoscienza trionfante, dell’universale riconoscimento dei diritti umani, delle macchine intelligenti e del razionalismo dispiegato quasi nessuno dei grandi intellettuali si fermi a riflettere su questo spaventoso imbarbarimento del conflitto militarizzato. Ed è singolare che nessuno rifletta sull’effetto neutralizzante che il terrore atomico bipolare ebbe negli anni della guerra fredda. Perché questa riflessione consentirebbe di porre il tema della guerra attuale su un terreno diverso dalle chiacchiere umanitarie e dalla necessità della trasformazione democratica dei tanti regimi autoritari che esistono nel mondo.
La guerra è stata sempre espressione di una estrema volontà di dominio di un popolo su un altro, di uno stato su un altro, di una parte del pianeta sull’altra. È sempre pura forza, pura volontà di potenza e l’unico modo serio di trattare il problema è quello di vagliare realisticamente i risultati che di volta in volta si producono o si possano produrre.
È chiaro, anzitutto, che questa guerra non serve a importare il nostro modello di democrazia nel mondo arabo o in mondi diversi dal nostro e delle nostre tradizioni.
L’impero sovietico è imploso perché il popolo russo si è rivoltato contro il regime sovietico e l’apparato burocratico, la nomenklatura, non è più apparsa credibile come ceto di governo. Viceversa l’impero sovietico ha tenuto fino a quando è stato possibile rappresentare al popolo russo l’idea dell’assedio minaccioso del mondo occidentale. Paradossalmente il comunismo sovietico è finito perché non è stato sconfitto mediante un conflitto militare e in uno scontro all’ultimo sangue.
L’uso della minaccia militare in un contesto di potenze asimmetriche, alimenta invece il terrorismo perché la guerra appare ormai sempre più una forma mimetica della stessa volontà di potenza, come direbbe R. Girard, e può essere neutralizzata o da una situazione di equilibrio di forze (come non si dà più dopo la caduta del muro) o da una grande politica, economica, sociale e culturale che modifichi i codici di comportamento dei popoli che hanno tradizioni diverse e potenzialmente conflittuali: cioè da una vera politica di "pacificazione" che attivi un processo di "reciproca educazione" al riconoscimento dell’altro.
Per queste ragioni il Papa vuole impedire che questa guerra appaia come uno scontro di civiltà fra liberal-democrazia e islamismo fondamentalista e autoritario. È realismo politico e non pacifismo ingenuo.
Non è neppure vero che la guerra americana servirà a rilanciare l’economia, come pure Geminello Alvi sembra ritenere, perché gli investimenti per la ricostruzione producono soltanto nuovi squilibri e boom effimeri in un pianeta così minacciato da una globalizzazione a senso unico.
Gli effetti devastanti di questa guerra sono già sotto gli occhi di tutti e si potrebbero risparmiare convegni, tavole rotonde e trasmissioni televisive se una volta tanto si facesse valere un approccio realistico senza ricorrere a verniciature ideologiche. Paradossalmente basta ascoltare il Papa e seguire le riflessioni di Sergio Romano, che non mi pare affatto un anti-americano per principio.
La strage di innocenti, la disperazione dei bambini, il pianto delle vedove sono armi per il terrorismo. La destabilizzazione dell’intera area non potrà che accrescere il rischio di una catena infinita di conflitti virulenti.
Lo stato di emergenza permanente ridurrà progressivamente la tutela delle libertà e dei diritti nel nostro mondo occidentale e finirà per ridurre anche la democrazia nell’illusione di farla espandere.
Credo che le grandi manifestazioni popolari di queste settimane non siano strumentalizzabili da nessuna parte politica proprio perché esprimono questi sentimenti e questi pensieri e più ancora un forte spirito di "scissione" dalle élites politiche che continuano a non essere all’altezza dei grandi bisogni popolari: primo fra tutti quello di non vivere nella paura del nemico.
Quanto alla legalità internazionale consiglierei di lasciarla perdere perché da sempre l’ordine mondiale è stato definito dai vincitori: l’unica possibilità di "pace" può darsi se si riesce ad avere un effettivo policentrismo e non un solo signore e padrone del mondo.
Per queste ragioni, anche se sono persuaso che i motivi del pacifismo francese e di quello tedesco non coincidono con i nobili principi che vengono enunciati nelle conferenze stampa, spero che Francia e Germania spingano gli altri paesi europei a convincersi che il mondo ha bisogno di una forte Europa autonoma dagli USA e coesa nel suo rappresentare un modello culturale e sociale ancora giocabile sulla scena del pianeta.

02 aprile 2003