Una lingua di fuoco

Che cosa si prova a partecipare al carnevale di Rio de Janeiro? Possiamo intuirlo dalla lettera che l’autore ha inviato agli amici e che ci ha concesso di pubblicare. Cari amici,
Ci sono momenti nella vita degli uomini dove si verificano eventi straordinari, per così dire epocali, eventi che rimuovono montagne, scuotono le fondamenta della Terra, si avvicinano alla prospettiva apocalittica della ricapitolazione in Cristo, eventi che rovesciano case, fanno straripare fiumi, sciolgono le nevi, bruciano foreste, eventi che si conficcano nella memoria degli uomini, come un chiodo nel muro, e non ne escono più, eventi che si associano a date che restano scolpite nella pietra: l’11 Febbraio é una di queste. Qualcuno ricorderà l’Apparizione della Madonna di Lourdes, qualcun altro la firma dei Patti Lateranensi, ma vi prego di dissociarvi da queste date ormai rese insignificanti da ciò che da oggi per noi é e sarà sempre "l’Evento". Ciò a cui mai nessuno avrebbe osato credere si é srotolato come un tappeto profumato e si é incendiato come una palla di fuoco.
Da dieci giorni la Passarela do Samba di Rio de Janeiro é avvolta in una nube misteriosa e il cemento, che ha visto così spesso posare i piedi di vorticose mulatte, discinte morene e turbinose bionde in abiti sempre più virtuali, continua a bruciare in una lingua di fuoco inestinguibile. Nessuno riesce a spegnerla. Che si tratti forse del fuoco dell’inferno? O forse dell’irruzione dello Spirito Santo?
Ma voi, miei cari, sapete bene che é accaduto qualcosa di più e di meglio. Sapete che, veloce una folgore e bello come un fiore, sono apparso laggiù tra mille colori, nella mia lussureggiante "fantasia" (il costume) verde-rosa, con "samba no pé". Il mio volto si é come trasfigurato in una luce soave, i miei occhiali si sono dissolti e io ho perduto il mio profilo intellettuale e la mia espressione ecclesiastica, assumendo una nuova fisionomia, ben più rivoluzionaria e trasgressiva.
la fantasiaChi avrebbe mai pensato che le mie consuete scarpe "marron" lucidato, che indosso quotidianamente tra i corridoi anonimi della mia scuola, avrebbero potuto essere sostituite da quelle rosa-shocking prodotte nella più purulenta della "favelas"? Chi avrebbe mai creduto che i miei maglioncini rigati in stile dolomitico Anni Settanta potessero essere dismessi a favore di un esuberante giubbino a fasce colorate e di spalle abbondantemente piumate? E chi mai ancora avrebbe potuto immaginare che i miei pantaloni perfettamente stirati con riga indefettibile avrebbero potuto essere sostituiti da altri con frange sgargianti e con falde disordinate? E infine chi mai avrebbe potuto ritenere che la mia ormai scarna e inappuntabile pettinatura a riga tradizionale potesse essere sconvolta da un cappello ornato da triplice ombrello e piuma rivolta verso il cielo e che un altro triplice ombrello piumato sostituisse nelle mie mani la valigetta da lavoro in tela blu notte?
Ma c’é di più, cari amici. La carne inondata di sudore, quella carne così tanto aborrita e detestata, si é presentata al mio timido cospetto, con i volti e i corpi di 80.000 assatanati che mi ballavano e mi cantavano sopra la testa. Come un ciclone inaspettato, avanzavo ritmando il samba, ritmavo cantando l’inno dell’amata scuola della Mangueira, che naturalmente si sarebbe laureata campione, cantavo osservando con occhio infiammato dalla voluttà e dal piacere ogni angolo dolce e piacevole e infine osservavo la mia vita che entrava in quel Sambodromo.
Sfilare sulla Passarela do Samba é facilissimo: basta imparare a sambare, pagare la "fantasia" e conoscere gli amici degli amici per entrarvi. Per me é stata un’impresa leggendaria e disumana e molti di voi sanno perchè.
Ancora una volta dalle cose complicate emergono verità semplici e dolcissime: sono contento di avere sfilato e nient’altro. Ci sono emozioni da bambini che si provano a più di quarant’anni, forse perché sradicate proprio quando si é bambini. Però, quando si vivono da adulti, rappresentano un’istanza prorompente di liberazione e perdono la dimensione dello scherzo, diventando invece cose tremendamente serie e comunicando messaggi violenti. Ho capito perché un "favelado" non potrà mai rinuciare alla sfilata e farà sempre di tutto per strappare con i denti la sua "fantasia": in questo modo esprime il suo istinto della vita e la sua volontà di riscatto. E io, se e quando sarò a Rio, sfilerò sempre, come loro, non potendo farne a meno.
Io e i "favelados" che hanno sfilato con me non abbiamo quasi niente in comune. Ci associa soltanto una consapevolezza: abbiamo qualcuno che ci ha rubato qualcosa della nostra vita.

favela di Mangueira