Una nuova opportunità per Lula

Lula ha vinto le elezioni presidenziali brasiliane per la seconda volta. Bruna Peyrot ci racconta questa campagna elettorale e le sfide che aspettano iltrentanovesimo presindente della Repubblica Federale brasiliana.
Lula è stato rieletto 39esimo presidente della Repubblica federale brasiliana fino al 31 dicembre 2010 con il 61% dei voti validi cioè pari a 58 su  126 milioni di votanti: un record storico assoluto che conferma il carisma della sua personalità contro ogni scandalo che ha colpito il suo partito, il Pt (Partido dos trabaladores).
Che avesse stravinto lo si sapeva già diciotto minuti dopo la chiusura ufficiale in tutti gli stati (che per i fusi orari di questo immenso paese comporta fino a due ore di differenza), grazie al conteggio dei voti che è enormemente velocizzato dal voto elettronico. Fra le curiosità che si posono raccontare, una: la cittadina di Fruta de Leite, nel nord del Minas Gerais, è la più "lulista". Quasi il 90% ha votato Lula!
Nel suo discorso di commento alla vittoria, oltre a confermare la scelta del popolo  e dell’inclusione sociale come primo obiettivo, Lula ha dichiarato: Siamo stanchi di essere una potenza emergente. Vogliamo crescere e le basi ci sono".  Lo sviluppo del paese cioè un’economia che produca rendita e vita migliore per tutti è già stato l’obiettivo del suo primo governo. Se oggi si interrogano soprattutto le classi popolari, sono in molti a rispondere che possono comprare più cose al supermercato di "prima", dell’era delle liberalizzazioni forti di FH Cardoso. Questo sviluppo "semplice" tuttavia non basta più. Occorrono maggior informatizzazione, informazione, professionalizzazione di una di una manodopera come quella brasiliana molto giovane, flessibile e spesso inqualificata, eccetto alcune isole felici, come San Paolo a Belo Horizonte, i centri più industrializzati.
E proprio nella cintura della metropoli paulista, a San Bernardo do Campo, Lula ha atteso fin quasi a sera, l’esito delle elezioni, nella città che lo ha visto crescere con le dure battaglie sindacali degli anni settanta e ottanta contro la dittatura. Dal dodicesimo piano di un comune condominio dove ha conservato l’antica casa,   era apparso alcune volte  per salutare la gente comune e i militanti che si erano affollati sotto casa  per portargli buon augurio e festeggiare il suo compleanno, 61 anni, la maggior parte dedicati alle lotte sociali. Per cui a ragion veduta può ancora affermare che "Da qui è cominciato tutto… e ora siamo orgogliosi della semina fatta". "Questi frutti, continua ancora Lula, nel discorso della vittoria, sono raggiunti dalla mano e sulle tavole di migliaia di brasiliani… Sette milioni di cittadini hanno superato la linea della povertà".
Ora il  compito di Lula sarà quello di trasformare questo successo in capacità di riformare il suo paese nel profondo, riducendo le ancora enormi diseguaglianze sociali, magari con  quella "força do povo" (forza del popolo, ndr), come recitava lo slogan della sua campagna elettorale. Quella forza – che non comprende solo le  classi povere, ma anche parte delle piccole e medie convinte della necessità di un Brasile moderno e realizzato in un pieno stato di diritti umani – che si è dispiegata soprattutto nell’impegno di campagna per il  secondo turno. Di nuovo la militanza è scesa ai crocicchi delle strade e ha organizzato "camminate" per le città. Di nuovo ha parlato delle sue speranze e discusso animatamente  intorno a una cachaça e un pão de queijo (pan di formaggio) di cosa significa l’orgoglio brasiliano. E non sono stati tanto, come parte della stampa italiana sostiene, gli spin-doctor a determinare la vittoria del secondo turno, quanto questo coinvolgimento dal basso di chi, oltre che votare il Pt si "sente" anche petista di nuovo.
Il partito dei lavoratori, infatti, ha vissuto due ultimi anni difficili, duri, mentre il "suo" governo era inquisito da tre Commissioni di Inchiesta (Cpi): Bingos (sale da gioco illecite), Poste e Mensalão (mensilità pagate a chi sosteneva le leggi che il governo portava all’approvazione del Parlamento) e cadevano alla grande le teste dei suoi fondatori: Dirceu, Genoino fino al ministro dell’Economia Palocci. Il Pt ha sofferto per la scoperta di non essere indenne dallla crisi etica, di non essere più un modello di immacolata moralità. Forse, aggiungiamo noi, ha scoperto solo di essere più umano, meno preso dall’ideologia di una ormai tramontata purezza rivoluzionaria. A ben pensarci questa crisi è stata sana, per due motivi. Il primo perché a ridimensionato il ruolo storico di un partito che è costretto a non pensarsi più il salvatore del mondo e quindi a sviluppare capacità di dialogo e mediazione sia interne che esterne. Il secondo è che per la prima volta in Brasile si è parlato (e anche punito) della corruzione dello stato alla luce del sole. E questo certamente  ha aiutato la democrazia a crescere, a guardarsi in faccia, a ricomporsi e soprattutto a leggersi in modo vero.
Di questo dovrà tener conto Lula nel suo secondo mandato. La giovane democrazia brasiliana ha bisogno di riforme politiche che la rendano governabile nel rispetto delle diversità, della pluralità dei partiti e delle pratiche amministrative e di governo. Lula dovrà tener conto di due poteri: i governatori degli stati, figure centrali nella  progettualità di un paese continente come il Brasile. Dei 27 eletti 14 lo appoggiano, ma la maggioranza sono del partito alleato Pmdb e 12 sono dell’opposizione. L’altro potere è il Congresso, cioè il Parlamento, che nel primo mandato era stato "gestito" con pratiche non proprio ortodosse. A questo proposito, Lula ha già dichiarato che assumerà in prima persona l’incarico dei rapporti con il Parlamento stesso. E inoltre, fino a dicembre farà consultazioni per formare il nuovo governo, i più quotati sono  i già ministri Dilma Roussef della Casa Civil, Tarso Genro delle Relazioni Istituzionali e Thomas Bastos della giustizia.
Si dice anche che lo stile governativo di Lula sarà quello di una
"coalizione  presidenziale": più spazio alla società civile, con scelta di collaboratori di chiare competenze tecniche. Al primo mandato invece avevo scelto  dirigenti regionali e leader di partito che non avevano  però saputo garantire una base adeguata in Congresso e nello stesso tempo avevano sguarnito il partito dei suoi quadri migliori.
Insomma, prima della "Posse", dell’insediamento ufficiale del primo gennaio 2007, le analisi su Lula, il Pt e il suo governo si sprecheranno, spesso anche senza contestualizzazioni, spesso ancora proiettando, nel caso dell’Europa, le spertanze di Sinistre o Centro Sinistre deluse.
Questo secondo mandato in ogni caso ci sembra sia una grande opportunità per Lula di per alzarsi a livello di grandezza storica, Per fare questo dovrà trovare un giusto equilibrio fra azione politica e sociale, fra carisma personale  e costruzione di percorsi decisionali che coinvolgano entità colettive  e individui. Insomma, non solo economia ma un progetto socioculturale per un Brasile davvero nuovo. Lo slogan del suo primo mandato era la mudança, il cambiamento. Ora deve dimostrare di saper davvero far cambiare le cose.
Un’ultima considerazione si impone: queste elezioni sono avvenute in un clima di assoluta normalità. C’è sempre l’idea, soprattutto in America latina che qualcosa debba succedere. E in passato sovente è anche stato così. Questa è stata una campagna elettorale radicalizzata,  ma solo sul piano politico, non quello sociale. Non ci sono stati conflitti aperti, strade piene di manifestanti, sullo stile cacerolazos argentino o  quello dei Circoli bolivariani di Chavez. Si  sono assaporate queste elezioni con emozione. contenuta.  Anche i mercati, al contrario del 2002 si sono mantenuti calmi. Nessun appello contro Lula, nessuna messa in guardia delle sue potenzialità rivoluzionarie. Da molto tempo non c’era in realtà un clima così tranquillo in una elezione per il presidente della repubblica. E la sovente invocata – e temuta – classe media non è corsa a cambiare reais in dollari, sicura che sia  con Lula che con Alckmin il Brasile avrebbe avuto lo stesso problema: quel suo procedere in economia, come si dice qui, a tartaruga, visto che il Brasile è il paese dell’America del sud che è cresciuto di meno. Ma i tempi sono tranquilli e senza minacce esterne: Lula è considerato un uomo del dialogo anche dai potenti vicini Usa. Il momento è dunque buono per flessibilizzare l’economia e garantire più sicurezza, un concetto e uno stato sociale del quale sentiremo presto riparlare soprattuto nelle grandi città congestionate.
Dialogo, sicurezza, economia aperta, politica estera di unione sudamericana, inclusione sociale, buone pratiche governative: sono dunque le parole che indicano per il prossimo quadriennio l’intenso programma di Lula.