Una vita per altre vite

Un ricordo della pediatra Maria Bonino

Ad un anno dall’epidemia di Marburg in Angola

Pavimenti consumati dalla soluzione 0.5 di varechina e acqua, che per mesi ha disinfettato tutte le corsie dell’ospedale pubblico, l’unica vera struttura sanitaria presente ad Uige, la provincia piu a nord dell’Angola. Lampade, letti, sedie, bilance, in alcuni reparti tutto oggi é completamente arrugginito, distrutto dalla varichina. Molti muri sono anneriti perché i lanciafiamme dell’esercito hanno risparmiato poche cose, molte reti ed armadi sono stati bruciati nell’ampio cortile dell’ospedale. L’epidemia di Marburg, la febbre emorragica che da ottobre 2004 a novembre 2005 ha travolto il nord dell’ Angola, (l’ultimo caso si é registrato a fine luglio 2005 ma il termine dell’epidemia e stato proclamato dal governo angolano il 7/11/2005) ha causato la morte di 227 persone, tra cui anche la pediatra Maria Bonino che lavorava per la ONG Italiana medici con l’ Africa CUAMM, 16 infermieri dell’ospedale di Uige, e molti, moltissimi bambini.

Era il 24 marzo 2005. Giusto un anno fa. Un anno che per gli abitanti della provincia di Uige significa un tuffo in un mondo diverso. Un anno fa c’erano mascherine, camici, fuochi per bruciare i resti ospedalieri. Mesi di paura, di morti incomprensibili, di mancate allerte, di silenzi delle autorità locali. Fino a poco più di un anno fa Maria Bonino lavorava nel reparto pediatria. Una lotta quotidiana, una vita per altre vite la sua, una vita fatta di 11 anni di lavoro in Africa, gli ultimi due nel nord dell’Angola. Gli ultimi mesi poi, di spesi a fronteggiare una febbre emorragica non dichiarata, a viverla di fronte ai bambini morenti, in corsia, assieme alle famiglie disperate, a studiarla con i colleghi del Cuamm, nella casa di Uige.

Oggi restano i racconti di chi i mesi del Marburg li ha vissuti sulla propria pelle, nel proprio cuore. Oggi restano i non racconti Alcune sensazioni non le puoi comunicare a parole, al massimo le trasmetti con gli occhi. Quel burrone che ti scavano dentro, quell’erosione lenta e veloce allo stesso tempo, é difficile da descrivere. Cosa significa ritrovarsi nel bel mezzo di una epidemia senza conoscerla, senza sapere come difendersi?

“Qui”, dice Michela logista Cuamm, “vivere durante l’epidemia di Marburg significava non fermarsi mai, agire di giorno, cercare di capire cosa stesse succedendo di notte”. Le due pediatre del Cuamm, Serena e Maria, dopo 12 ore trascorse in corsia si riunivano in casa davanti alle cartelle cliniche di pazienti deceduti e discutevano animatamente confrontando i dati raccolti con quelli dei libri e dei documenti medici scaricati da internet.

“Il numero dei morti iniziò a salire vertiginosamente a fine febbraio 2005 – riprende Michela – Anche qui, dietro i nostri uffici, la settimana successiva ad un funerale si registrarono 17 decessi tra i familiari del morto. Il profilo dell’epidemia era sempre più chiaro, il contatto con i cadaveri, previsto dalla tradizione locale prima della sepoltura, era una delle fonti di contagio. Non volevamo più consegnare i corpi dei bambini morti ai genitori, ma la direzione sanitaria non ci appoggiava. Scene strazianti, discussioni tra dottori e familiari, tu che cerchi di salvarli, loro che giustamente aspettano il corpo del morto”.

I mesi più difficili sono stati quelli che hanno preceduto la dichiarazione dell’ emergenza. “Aspettare. Quanti significati può avere la parola aspettare? Qui significava vita e morte – Aggiunge Dolores, medico Cuamm in Angola da 8 anni. – Aspettare le conferme di qualche cosa che avevamo già intuito, eravamo di fronte ad una febbre emorragica. Solo con gli esiti dei campioni testati dal Central Desease di Atlanta, a marzo 2005, l’attesa é finita ed abbiamo avuto la certezza, era scoppiato il Marburg”.

Il Cuamm, cosí come le altre ONG internazionali evacuano il personale impegnato nella zona mentre Maria Bonino, febbricitante, viene portata in aereo a Luanda. Non ce la farà, la febbre emorragica la uccide il 24 marzo 2005. “Per noi un vero e proprio shock – ricorda Chiara, tecnica di laboratorio e logista ad Uige– Maria era un po’ il nostro focal point, riusciva sempre a tenere i nervi saldi, a capire in anticipo cosa stesse accadendo. Nei giorni immediatamente seguenti alla sua morte noi del Cuamm ci siamo uniti moltissimo, quasi a voler continuare la sua battaglia. Non occorreva parlare, eravamo perfettamente coordinati, e nessuno si tirava indietro, qualsiasi cosa occorresse fare”.

Intanto la situazione ad Uige precipita. I pazienti dell’ospedale fuggono dalle corsie, anche i medici e gli infermieri locali se ne vanno. L’ospedale pare davvero essere uno dei focolai dell’epidemia. Ma l’allarme internazionale é scattato, ad aprile tornano ad Uige le ONG internazionali e personale governativo con equipaggiamenti idonei a fronteggiare la febbre emorragica. La città capoluogo, nonostante si inondata di finanziamenti, resta per settimane nel caos.

2006, Uige. La vita pare tranquilla. Nessuno dimentica, tutti hanno pianto uno o piu morti a causa del Marburg. Ma con la morte qui in Angola ci si convive, é una presenza quotidiana, se ne parla e la si vede, ogni giorno, portarsi via qualche bambino, una donna, un anziano. In fondo si impara ad accettarla come una presenza costante e quindi normale. Anche l’ospedale di Uige ha ripreso a funzionare a pieno ritmo. Le sue mura rosse, le autoambulanze parcheggiate senza ruote, i camici verdi degli infermieri accolgono ancora una volta il personale medico e paramedico del Cuamm, che qui nonostante tutto, non ha rinunciato a lavorare.