Vent’anni. E delirio.

“Per me il Natale non è la festa dell’accoglienza, ma della tradizione cristiana, della nostra identità.” (Claudio Abiendi, Coccaglio, novembre 2009)
“Da noi non c’è criminalità, vogliamo soltanto iniziare a fare pulizia.” (Franco Claretti, Coccaglio, novembre 2009)

Mi piacerebbe sapere, per curiosità, mica per altro per carità, mi piacerebbe sapere cosa facevano, dov’erano, cosa pensavano vent’anni fa, nel novembre del 1989 gli amici di Coccaglio.
Che anno ragazzi! Il muro di Berlino, la caduta dei regimi comunisti, le elezioni, i dibattiti infernali, l’inflazione astronomica del cento per cento al mese… che anno! Una volta a settimana si attraversava la città, per comprare le riviste importate.  Poco si sapeva qui di quello che accadeva nel resto del mondo. Eravamo occupati con le prime elezioni presidenziali libere dopo trent’anni di dittatura. Le riviste importate diventavano l’unico mezzo di informazione che illustrava il mondo e i suoi problemi, altro che internet! Il muro di Berlino e i regimi caduti li conoscevamo attraverso al propaganda politica avversaria: vedete, dicevano, vedete che il comunismo è andato a finire na lata do lixo da história, nel bidone della spazzatura della storia, e loro vogliono portarlo qui, loro e quelle maledette bandiere rosse. Sì, dicevano così, gli stessi argomenti usati trent’anni prima in occasione del colpo di stato militare, che continuavano (e continuano) a chiamarlo revolução, rivoluzione. Insomma, un casino totale. Che anno ragazzi! E a Coccaglio? Chissà…  Io, be’ io, ero diviso tra i due mondi. Appena arrivato da Roma, i capelli dei miei ventisei anni, atletico, alto, occhi azzurri, forte come un toro, bello come il sole, con una moglie che languidamente mi contemplava e senza una figlia che ad ogni momento mi ricordasse che sono proprio diventato un dinosauro brontolone fuori moda che si ostina a non volere nemmeno il telefonino. Sul tetto di casa mia in quei giorni, Roma, c’erano almeno due tiratori scelti. Giù in strada un poliziotto ogni venti metri. Gorbachov passava davanti al mio portone almeno due volte al giorno, per uscire e rientrare dall’ambasciata sovietica lì a due passi. Si sarebbe incontrato col Papa e poi con Bush (il padre di George W.). Lo vidi chiaramente e mi fece pure ciao con la manina. In fondo alla strada la curva a gomito obbligava la comitiva a rallentare quasi a passo d’uomo. E io, biondo, alto, capelli e niente pancia, lì, valoroso baccalà, a salutare Gorby e Raissa. Il giorno dopo, qui, a correre fino alla avenida Paulista a cercare le riviste importate. Sì va bene, il dibattito elettorale mi interessava molto, ma anche tutto quello che succedeva tra Berlino Roma e Coccaglio. Le elezioni erano un avvenimento che mobilitava masse di popolo enormi. Il paese in fermento aspettava dal nuovo presidente, chiunque fosse, la soluzione del problema dell’inflazione. Io, capelli e senza pancia, appena arrivato dall’asse Roma Berlino, e Coccaglio, non riuscivo a capirne un accidente: come fa una cosa costare tot alla mattina ed esattamente il doppio al pomeriggio? Come è possibile che per pagare il pane e il latte devo fare un assegno perché i soldi che ho in tasca non hanno nessun valore? Il mio primo stipendio fu di circa 70 milioni di cruzeiros! Più o meno mille euro. Non ci si capiva niente. E la corruzione? Ragazzi che roba! Il mio passaporto mi venne ritirato dalla polizia federale per un cavillo burocratico perfettamente risolvibile. Il tipo, ciccione, sudato con la camicia impadellata, disse (parole testuali): “vedi, il tuo passaporto è qui nel mio cassetto, se vuoi ne possiamo parlare…” e io, senza pancia, che non capivo, o non mi rendevo conto – e dire che venivo da Roma, quella Roma là degli anni ottanta, dove se non eri amico del Crapone Pelatone di quei tempi là, eri rovinato – (il Crapone e Pelatone di quei tempi là era poi amico del Crapone e Pelatone di questi tempi qua!)  io che guardavo con due occhi così il tipo della polizia federale, con due occhi così. Così come due occhi così li feci al Consolato italiano qualche giorno dopo, quando l’addetto commerciale mi consigliò che, per risolvere ogni problema economico e burocratico, dovevo rivolgermi ad un doleiro. Pistoleiro, lo sapete tutti cosa significa. Doleiro è uguale. Solamente che al posto che usare le pistole usa i dollari. Intrallazza con il cambio nero, il traffico di droga e di pietre preziose. Ne esistono molti anche ai nostri giorni, oggi, vent’anni dopo, sotto il naso e la barba del nostro beneamato presidente. L’addetto commerciale del Consolato italiano mi disse, nel suo ufficio, che dovevo rivolgermi ad un doleiro e che lui ne conosceva uno di fiducia. Poi volle sapere cosa stavo facendo qui, Brasile, dall’altra parte del modo, in piena crisi economica. Gli spiegai che mia moglie era brasiliana e che…, mi interruppe e (parole testuali): “le donne, le donne… le donne sono come il melone, qualche volta vengono bene e qualche volta sono marce”. Dice la leggenda che in quel momento dagli abissi della mia anima nacque il Grande Lombardo, che riempì di cazzotti l’addetto commerciale e lo lasciò sanguinante agonizzare per terra. La leggenda dice anche che io risposi “sta parlando di sua moglie, vero?” e che mi alzai e me ne andai. Che anno, ragazzi, che anno!
Chissà cosa avrebbe pensato Lula, se vent’anni fa, nel novembre del 1989, quando era il simbolo di tutti noi, in una campagna elettorale segnata da un potere economico mostruoso per fermarlo a tutti i costi, chissà cosa avrebbe pensato se gli avessero detto che vent’anni dopo, nel novembre del 2009, alla fine del suo secondo mandato, all’apice della popolarità interna ed esterna, oggi, a Brasilia, è avvenuta la prima di un film intitolato Lula o filho do Brasil, in cui si racconta la sua storia con gli attori-sosia, la sua storia gloriosa di predestinato salvatore della patria, padre dei poveri. Chissà cosa avrebbe pensato il Lula di allora a vedere il codazzo di ministri e porta-borse in prima fila, piangere emozionati davanti alla sua agiografia. Chissà.
E a Coccaglio? Nel novembre del 1989, a Coccaglio, paesino della bassa, a due passi da Brescia, era autunno inoltrato e freddo come oggi. Senza dubbio, né il Sindaco, né l’Assessore alla Sicurezza, erano quelli odierni. E senza dubbio il ridente paesello non era invaso da: marocchini, vuccumprà, negri, asiatici, cinesi, africani, mussulmani, allallì allallà, zingari, rumeni, albanesi e chi più ne ha più ne metta. Al massimo ci sarà stato qualche napoletano, magari un sardo. E che vuoi che sia un sardo, un napoletano! Oggi è diventato un inferno, signora mia. Non se ne può più. Non si può camminare per la strada, non si può più uscire la sera che ti vengono subito addosso per venderti le loro chincaglierie.
Mi piacerebbe molto, davvero, lo giuro, sapere dov’era, cosa faceva, cosa pensava, cosa mangiava, di cosa parlava vent’anni fa il signor Claudio Abiedi, Assessore alla Sicurezza del comune di Coccaglio. Mi piacerebbe stare un po’ con lui, come in un delirio, sedermi all’osteria, vino, quattro chiacchiere, così, conoscerlo, sapere chi è, cosa fa, comprenderne le ragioni, entrare dentro al suo cervello, capirlo e rassicurarlo, raccontargli di Gorbachov, del film su Lula, del consolato, del ciccione della polizia federale, di Roma di quei tempi là, di São Paulo di questi tempi qua, degli albanesi, e di me che sto scrivendo adesso, in una mattina di un caldissimo novembre tropicale, venerdì mattina, oggi non si lavora, tutti a casa, festa oggi domani sabato e poi domenica, tre giorni di ponte a commemorare o dia da consciência negra, il giorno della coscienza negra. Mi piacerebbe parlare con lui e il sindaco Franco Claretti che ha ideato l’operazione White Christmas, bianco Natale: mandare i vigili casa per casa in cerca di immigrati clandestini o col permesso di soggiorno scaduto. Perché lì, a Coccaglio, non esiste criminalità, lì vogliono solo fare pulizia e soprattutto  perché il Natale non è la festa dell’accoglienza, ma della tradizione cristiana, della nostra identità.
E qui, São Paulo, Brasil, cos’è il Natale?
E io, vent’anni dopo a che mondo appartengo?