(Vi racconto) il romanzo della mia vita

Dove siamo arrivati?

El pueblo entiende la poesia
altrochè, altrochè
el pueblo entiende la poesia
se ce n’è, se ce n’è
el pueblo entiende la poesia
sempre che ce ne sia.
[Mercanti di Liquore]

Incipit

Ritaglio il mio primo scampolo da supplente nel giorno che il calendario della segreteria didattica dedica a San Severino Boezio, martire filosofo messo a morte da Teodorico. Non ho la pretesa di portare il titolo di filosofo, tanto meno di poter rischiare l’osso del collo nel liceo artistico di Padova. Ma questa chiamata contiene una forza notevole di consolazione…
Le classi che mi sono state affidate si muovono come formiche all’interno di un edificio in cui nessuna di loro possiede una propria aula, una propria casa: le discipline strettamente artistiche vengono ospitate in aule dedicate, luminose, ingombrate da tavoli inclinati, modelli di gesso, nature morte (talvolta vive), grandi fogli bianchi in attesa di ispirazioni. Le altre materie, chiuse nello scatolone della "cultura", sono nomadi tra le aule rimanenti, segnate da un numero.
Ciao prof! è il sipario che si apre. I più intuiscono che la differenza di età non è per nulla ampia e ci giocano sopra; altri si rimangiano un tu appena sfuggito, seccato dalla gomitata del compagno di banco; tutti, all’inizio, osservano diffidenti per capire se reciterò la parte del professore, o quella del supplente, o ancora quella dell’amicone. Quando rifiuto la domanda di rito che dovrebbe dare il via alla rappresentazione (Vuole sapere dove siamo arrivati?) rimangono disorientati. Incuriositi quando provo a portarli con me sul quel terreno sdrucciolevole che è la poesia, per poi incontrare, se si è fortunati, la filosofia.
In molti ci stanno, si concedono. Alcuni sfuggono, più disincantati che rinsaviti, ma pare concedano un secondo appello.

Fatica. Del pensiero?

Accompagno alla prima lezione di italiano una persona ospitata dal progetto in cui lavoro. Il test sostenuto pochi giorni prima rivela l’assoluta estraneità al nostro idioma: nella sua testa un’appena sufficiente base d’inglese galleggia nel mare dei dialetti nigeriani delle campagne di Benin City. L’italiano si rivela estremamente ostile quando si fa lingua scritta ed è arduo passare il concetto che il verbo andare c’entra qualcosa con l’indicativo presente io vado. Le maestre del Centro Territoriale Permanente attendono i loro alunni sulla porta dell’aula, sornione. Sono anni che dedicano le ore del pomeriggio a orde di cinesi, africani, bianchi dell’est, accogliendoli come scolaretti di prima elementare. Nei loro pazienti atteggiamenti di pasionarie dell’intercultura questa giovane forza-lavoro scopre uno dei lati gentili del nostro paese: persone capaci di ascoltare i loro balbettii, di ripetere una frase due dieci cento volte, di indagare con pudore modi di dire e piatti tipici, trasformati in cartelloni a dar colore alle pareti. Al di là della porta verde gli studenti "veri", bimbi delle elementari, si abituano a vedere questi extracomunitari con i libri in mano e non solo in una tuta blu o all’angolo di una piazza.
Il mio lavoro in cooperativa porta il titolo di "accompagnamento in percorsi di protezione sociale" e molto spesso si rivela meno metaforico di quanto possa sembrare. Così, al termine delle ore di lezione, ho accompagnato la persona a me affidata alla fermata dell’autobus, per poi compiere insieme il breve tragitto verso un secondo mezzo pubblico, per tarare i tempi e gli spazi del cambio.
Clara è uscita con noi dalla classe e con noi ha percorso il primo tratto di strada. È molto più anziana dei suoi compagni d’aula, i capelli brizzolati raccolti da un cerchietto, gli occhi grandi e un po’ tristi. Le prime parole scambiate mi indicavano una erre liquida che ho classificato come albanese. Mi sarei vergognato di questa superficiale supposizione: una deformazione non voluta mi ha costretto a cercare fuori dall’Italia l’origine di chi vuole imparare l’italiano.
Clara invece viene dalla Calabria: l’uno di fronte all’altra, in autobus, mi ha fatto il riassunto della sua vita. Seduta di sbieco, la borsa a tracolla, una schiena curva di lavoro e mani gonfie, cerca la giustificazione al suo non saper ancora scrivere in italiano, dopo sessant’anni quasi di vita. Messa alle dipendenze prestissimo, nella sua terra, non venne ritenuta adatta a studiare l’abc dalla trionfale ignoranza di un padrone di casa che nella vita era solo preside di scuola media. Presa la vita in mano fugge letteralmente verso il nord, dove trova – ventenne – una nuova famiglia più attenta, che negli anni settanta la manda alle serali. Ma gli insegnanti si accontentarono di qualche principio politico e della sua buona volontà e arrivò al diploma di terza media senza saper usare la penna. Ora condivide questo nuovo inizio con giovanissimi stranieri, lei al termine della vita lavorativa, loro al suo principio. Ma perché? «In fondo so firmare – dice – e leggo spesso gli articoli del giornale; ma così, se voglio, posso scrivere il romanzo della mia vita».

Paese significa storia
e storia significa lingua
impara la tua direzione
da gente che non ti somiglia
[Mercanti di Liquore]