Viaggio a Nyahururu

Resoconto di un viaggio in Kenia

Siamo arrivati il giorno 29 di marzo a Nairobi, a più di mille metri sul livello del mare. Il Kenya è un vasto altipiano con alte montagne che superano i cinque mila metri di altezza. E’ retto da una repubblica presidenziale. Ricopre una superficie vasta due volte l’Italia, ma ha una popolazione di soli trenta milioni di abitanti. Molte sono le popolazioni o tribù che compongono il Paese: Kykuiu, Masai, Turcana, Samburu…. A scuola si studia l’Inglese, ma la lingua del paese è il kishuaili che viene insegnato nel percorso scolastico. Nairobi è la capitale, segue Monbasa. L’economia è basata su agricoltura e pascolo.

Caricati all’aeroporto su di un furgone siamo partiti in direzione di Nairobi, destinazione lo slum (insediamento abitativo) di Korogocho per fare visita a padre Daniele che vive da anni in questo quartiere fatto di baracche, casupole, strade sterrate, rivoli scoperti per lo scolo delle acque bianche e nere, e di gente che ci vive giorno dopo giorno una vita; precaria nel lavoro e nella casa, minacciata dalla povertà e dal potere. Dopo l’incontro siamo partiti in direzione di Nyahururu, dove siamo rimasti fino al sei di aprile, viaggiando e sostando, conversando e tacendo, su strade sterrate e strade d’asfalto discontinue.

Il nostro convoglio era formato da quattro persone: Giuseppe, Fausto, Maurizio e Gaetano, quattro valige, e quattro bagagli a mano leggeri. Assieme con noi viaggiavano altre quattro persone: i genitori di padre Gabriele missionario a Nyahururu e gli zii, con le loro valige e borse e bagagli a mano. Giuseppe aveva ricevuto l’invito per l’Africa da parte di Luca Ramigni, che attualmente vive con la famiglia a Nyahururu e che Giuseppe aveva sposato undici anni prima.

Nyahururu è una città a tre ore di viaggio da Nairobi, direzione nord, collegata da una strada a volte piana a volte sconnessa, sempre dritta, tranne qualche breve deviazione.

All’interno di Nyahururu la strada si snoda come un torrente estivo in secca dentro una fila di case e negozi, modesti e dai muri colorati. Lo spazio tra la strada e le case è fatta di marciapiedi esigui, incompleti, di terriccio rosso e di sassi, che alla prima pioggia si trasformano in pozzanghere e terriccio molle. Oltre la strada e oltre le prime case, nell’espansione della città ci sono gli insediamenti modesti, che qui chiamano slums (sono come le favelas in Brasile, anche se il terreno offre più spazio tra le case, ma la povertà è uguale).

Perché sono andato in Africa e perché il Kenya e perché poi proprio Nyahururu? C’è una risposta ad una domanda di viaggio? Ci sono delle risposte comuni, anche se significative: a Nyahururu c’è un amico e c’è un progetto interessante, una possibilità di scambio tra noi e loro, ecc.. Tutte motivazioni vere ed interessanti; ma forse anche un poco banali o pretestuose.

Qualche anno fa quando è scoppiato il fantasma della globalizzazione, quando sulla bocca dei primi araldi si è pronunciata la parola globale e si è cominciato a fare i conti in tasca ai paesi ed ai continenti e si è andati ad esaminare i dati della Organizzazione Mondiale del Commercio, del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, e si cercavano con interesse e con devozione i dati di questi enti al di “sopra delle parti” come si usa dire, vi si leggeva l’arretratezza dell’Africa, il debito contratto negli anni, la necessità di pagarlo con altri sacrifici, e poi la inconsistenza del bilancio nazionale, l’ammontare degli scambi del paese a confronto con gli scambi nel mondo, esiguo, piccolo, inesistente, 1%, 2% se ben ricordo; qualcuno azzardava che se pur per una casualità fatale l’Africa fosse sprofondata la Finanza Mondiale non se ne sarebbe accorta; la Grande Finanza!!

Un’Africa diversa

Poi ho visto in questi anni, uomini e donne provenienti da vari paesi dell’Africa, e sì perché l’Africa è fatta di paesi, non è un amalgama informe e indistinto; ed ogni paese ha una sua storia, lingue diverse e culture ancestrali diversificate, ricche di umanità; allora ho sentito nuove storie, ho intravisto nuovi orizzonti e nuovi confini, ho sentito persone parlare senza chiedere elemosine, senza allungare la mano; persone che avanzavano i loro progetti e proponevano nuove regole di confronto; ad esempio nell’agricoltura chiedevano con forza un confronto alla pari, e non una economia agricola, la nostra, gonfiata dai contributi delle varie nazioni o dell’Europa, contributi che poi che indeboliscono il loro mercato per poi fare, ahi! la bontà pelosa, l’elemosina ai derelitti d’Africa!

Si era così profilato ai miei occhi una nuova Africa, ma anche una nuova idea di sviluppo e di vita, un nuovo orizzonte di speranza e non la solita proposta di intervento dall’esterno; che noi ne abbiamo fatti tanti, soprattutto di conquista militare ed economica e poi di imposizione culturale, e linea di sviluppo.

Con questa idea sono partito per Nyahururu. Con quale mi dirai, che non ho capito!?

Di verificare se i parametri, le misure che noi adottiamo, con le quali misuriamo la vita e la cultura e la speranza altrui, sono veri e fino a che punto corrispondono alla realtà. Le contrade che ho visitato sono povere, con una economia di sussistenza, una economia povera basata sull’agricoltura, l’allevamento del bestiame e il commercio. A Nyahururu c’è un mercato vivace dove si vende e si compera di tutto, e dove la gente affluisce, si ammassa, entra ed esce in tutto il giorno. Ci sono varie chiese nel paese, tra cui spiccano la cattolica e l’anglicana.

La gente del territorio di Nyahururu vive in case modeste, in vani angusti; un unico vano è sufficiente per tutta la famiglia, vivono in slum, che a differenza della città hanno molto spazio a disposizione, e la casa possiede anche un piccolo orto, dove può mantenere una gallina, una capra o una mucca. La gente si nutre dell’essenziale, la sobrietà è la caratteristica dominante, fino a rasentare la povertà, la miseria. Non è una scelta di vita, ma ne è una condizione materiale.

La terra è coltivata con la zappa, con un piccolo aratro trainato da una coppia di asini o da qualche raro trattore; la donna ha parte preponderante nel lavoro della terra oltre che nel lavoro domestico e nella cura della famiglia. Porta quasi sempre sulle sue spalle un infante raccolto nel grande scialle che lo ricopre e lo difende dal sole e dalla pioggia, dal caldo e dal freddo.

Ma veniamo alla cosa. Ho viaggiato in questi giorni sempre coi bianchi; Luca è un fisioterapista e ci ha accompagnato ovunque per le case e per i villaggi e per le Cliniche, che sono i luoghi di raccolta dei malati per la visita; d’altra parte la nostra conoscenza delle lingue era scarsa e non ci offriva alcuna opportunità di relazione senza un interprete. La nostra introduzione e conoscenza di Nyahururu è avvenuta tramite gli italiani. Ma è stata ampia, aperta e soddisfacente.

Il progetto della Saint Martin

Luca lavora all’interno della associazione Saint Martin, che si occupa dei disabili fisici e psichici del territorio, oltre ad avere un occhio per gli anziani, per gli ammalati di Aids e per i ragazzi di strada e contro ogni forma di violenza. Insomma un’attenzione per l’anello debole della società civile di Nyahururu. Tramite Luca abbiamo conosciuto padre Gabriele, responsabile della casa Saint Martin.

Padre Gabriele, un prete di Padova, che vive da qualche anno a Nyahururu ci presenta il disegno, le finalità e le motivazioni oltre che le modalità che fondano, costituiscono e muovono la Saint Martin, che si aggiunge al lavoro missionario fatto in questi anni dai Missionari di Padova assieme al clero locale e insieme se ne distacca per le modalità che sono anche la linfa del progetto, bene illustrate dal quadro di San Martino che copre la parete di una grande sala dell’edificio dove è situata la sede di Saint Martin: San Martino offre al povero il suo mantello, ma scende da cavallo, si mette alla pari; poi osservando bene il quadro ci si accorge che il povero cui San Martino offre il suo mantello ha gli stessi tratti del Santo: il benefattore riceve beneficio dal rapporto con il povero; sulla porta di ingresso della associazione sta scritto in inglese: solo attraverso la Comunità; e cioè l’operazione solidale si può svolgere solo attraverso la collaborazione di tutti; così la Comunità civile potrebbe trovare nella cura del povero e dello scarto sociale il senso della sua vita e della sua convivenza.

Chi e cosa ispira l’azione degli uomini e delle donne della Saint Martin? C’è a monte una scelta che nasce nel vangelo, ma il vangelo viene riscoperto, riletto nell’incontro con il povero e nella scoperta di una generosità che non è solo del cristiano o del sacerdote, ma di chi si fa prossimo, prendendosi cura dell’altro; e l’altro è lo scarto, che diventa la pietra su cui si fonda la Comunità.

Qualcuno potrebbe dire che tutto è già letto nelle scritture della Bibbia. Certo, ma la scrittura viene riletta a partire dall’incontro; come il Samaritano sulla strada da Gerusalemme a Gerico, scrive una pagina gloriosa, di cui il Cristo scopre la parola nuova, il significato e lo manifesta.

Il messaggio supera gli schemi della religione e ci introduce in un percorso di fede in cui è coivolto non solo il consacrato, ma anche la persona comune. Questo messaggio unifica, riunisce le persone che credono nella relazione. Nel territorio di Nyahururu ci sono circa duemila casi di persone con carenze fisiche o psichiche di cui tutta la comunità si può fare carico, con quello che ha e per quello che ciascun abitante è.

Ci saranno contrasti? Ci saranno oppositori a questa forma di vita? Ci saranno delle difficoltà interne? Ci saranno forse delle chiusure di settore o di setta? Le risposte a queste domande che subito formula il pellegrino ancora scettico hanno tante risposte. Ma intanto è pur vera l’importanza che una esperienza del genere ricopre. Uso la parola esperienza, anche se il termine non è sufficiente ad esprimere quella che in Saint Martin è una scelta di vita che parte dall’anello debole della comunità.

Qui il bene si realizza nella relazione; e la relazione non è dominio dei buoni ma lo spazio morale dove tutti operano, gli operatori e la gente comune, tutti coinvolti nell’attività di cura del povero, del malato, dello scarto della società, perché lì si possono ritrovare le energie per vivere ed il senso pieno della vita.

La scelta che fa la Saint Martin è insieme una scelta di fede perché attinge dal vangelo, è una scelta sociale perché interviene sul povero e sull’abbandonato, sul debole, ed è una scelta politica perché affronta la realtà non individualmente, ma assieme e pone come principio di vita e dinamica sociale lo scarto della società, la debolezza e non la forza. Ed è una scelta che può risolvere la solitudine e l’abbandono, la frammentazione della comunità e darle un senso, una direzione di vita.

Il riferimento al vangelo non è a priori, ma in qualche modo il vangelo viene scoperto nell’incontro del povero; il vangelo viene scoperto anche nella speranza e nella magnanimità che si manifesta negli altri; un po’ come i discepoli di Emmaus che scoprono le scritture dopo aver visto il Cristo, così quanti fanno parte di questa istituzione riscoprono il senso delle scritture e il loro senso umano e trascendente solo dopo aver incontrato e fatto spazio all’altro; che sono sia il povero sia la stima che altri, la speranza che altri e non solo i consacrati o gli “eletti” possono interessarsi e vivere per il debole.

Al disagio che abbiamo avvertito al primo impatto con Korogocho e poi di seguito a Nyahururu e nel paese in generale per le condizioni estreme di povertà, subentra questo filo di speranza, che va alimentato, che richiede tempi lunghi, e insieme la fiducia che la cosa può avanzare e può dare un senso e una direzione al vivere; non solo in Africa ma anche alla dispersione della nostra società.

Quando a volte diciamo che abbiamo bisogno di luoghi di incontro, sappiamo che i luoghi non sono solo le sale o le aule o le piazze, ma sono gli spazi di relazione e di solidarietà che possono offrire e costruire una unità efficace tra di noi. Andare in Africa oltre che incontrare amici e persone ha avuto questo significato. E l’idea di scambio alla pari con l’Africa ora diviene lo stimolo a vedere e scoprire come si possa qui tra noi trovare il punto di aggregazione, l’anello debole da cui partire. Non possiamo ricopiare quanto avviene a Nyahururu, ma l’idea, l’intuizione che là è nata può essere un buon viatico alla nostra ricerca.