Viaggio in Palestina

Un viaggio in Palestina dove più dei luoghi emerge la difficoltà di sopravvivere della gente. 28 Maggio 2008
Da tre giorni sono in Palestina.
Palestina: una parola grande. Cosa significa? Se dico Lombardia lo intendete, anche se dico Catalugna, anche se dico Paesi Bassi o Baschi.
Palestina no. Non si capisce.
Significa che sei andato in Israele e zitto zitto sei andato in una parte in cui già non è gradito che tu vada.
Quando dici: "Vado in Palestina!" Qualcuno ti dice: "Ah! In terra santa!"
E tu dici: " Ma cosa c'entra!" E invece poi scopri che c'entra.
A qualcun altro scrivi: "Sono a Gerusalemme!" E ti risponde: "Ah, ti sei fatto ebreo…" Ma no…. Che casino. C'è solo che da quando ero al liceo, quasi 30 anni fa, cerano le assemblee sulla Palestina. Poi le manifestazioni, i presidi, fino a Roma. Leggi e non capisci esattamente dove tutto ciò stia avvenendo, le dimensioni, le distanze. Vedi un servizio al telegiornale, vedi un film, senti nomi, ma è un tutt'uno: Jenin, Hebron, Ramallah, Kalandia, Tulkarem, Nablus, Gerusalemme est (da cui deduci che esista quella ovest, ma non capisci).
Poi leggi il programma e vedi che si va anche a Betlemme: "Ma cosa c'entra!" Ti dici in cuor tuo. A Betlemme è nato Gesù, te lo ricordi dal Catechismo, dalle messe di mezzanotte, dal presepio, da quelle emozioni. E poi vedi scritto "Monte degli ulivi!" Ma come? Dove è salito Gesù prima di farsi ammazzare: Sì, è lì, a due passi da Gerusalemme, dove andrai. Ci puoi andare a piedi. Non capisci più nulla. Ricordi il film-polpettone che avevi visto all'oratorio e che verso la fine quando si arrivava alle frustate a Gesù uscivi, era troppo forte. Si, si va da quelle parti, il Golgota, la croce, la madonna….
E poi ti torna in mente che la sera di Natale c'è il solito servizio in tv al telegiornale che arriva da Betlemme e che dice che quest'anno i pellegrini e i turisti sono pochi, che c'è un po' di tensione, si vende poco alle bancarelle, … E CERTO SIAMO IN PIENA PALESTINA! Ora lo capisco, ma mica te lo spiegavano in quel servizio.

L'aeroporto è quello di Tel Aviv, fantasmagorico. Pietra bianca, cemento armato, lastre gigantesche, vetrate, ma in realtà "l'arrivo" è iniziato prima. Tel Aviv è sul mare, non lo sapevo, è una grande e moderna città.
Se, come qualche presidente israeliano ha detto, Israele arriva dove arriva un nostro soldato, già a Praga dove facevamo un trasbordo, iniziava Israele.
Gentili agenti israeliani, uno in particolare, occhi chiarissimi, sorrisino sospettoso, sguardo di ghiaccio, il primo sguardo, sugli sguardi poi rifletteremo.
"Come mai? Cosa fate? Politica? Chi? Quando? Perché?" Le nostre risposte non accontenterebbero nessuno, ma è solo l'inizio della danza, è un aperitivo, è solo spiegarti che sono loro che fanno le domande, che SE VOGLIONO, da lì in poi ti potranno fermare in qualsiasi momento e che se ti lasciano passare è solo perché hanno deciso loro così.
Tu comincia a guardare per terra, stai all'occhio con la tua telecamera e macchina fotografica, spolvera il tuo inglese.
Poi si arriva a Tel Aviv, pochi controlli, un bel timbro nel passaporto: "Ma io non lo volevo…." Si ma non c'è alternativa, altrimenti non ti mettono nessun timbro e tu cosa mostri quando ti fermano a un check point? Va bene, vada per il timbro. Ma comincia la formula che poi ti accompagnerà spesso: "Se….. allora non….." "Se hai il timbro di Israele non vai in Libano… Se hai la targa gialla allora non vai a…. Se hai la targa verde allora non vai a Gerusalemme…. Se tu uomo non ti copri la testa allora non vai al muro del pianto…. Se tu donna non ti copri il capo allora non entri nella moschea…. Se non hai il permesso del Ministero allora non entri nella scuola del governo israeliano, anche se è solo per palestinesi…. Se tu palestinese lasci la tua residenza per tre anni allora non puoi più tornare…. Se …. Se …."
L'elenco dei divieti, degli ostacoli, delle CONDIZIONI, fanno entrare davvero in una selva….
Condizionamenti continui, come un topolino guidato. L'obbiettivo lo si scopre mano a mano, piano piano: VIA DI QUA!
Lo scopri da solo una mattina, camminando all'alba per Gerusalemme, l'obbiettivo non te lo dicono, te lo fanno dire a te, dopo una giornata di sensazioni, ad un certo punto ti si illumina la lampadina, credi di aver trovato la risposta: "Ma perché i palestinesi non se ne vanno via?! Andiamocene, tutti, lasciamoli soli col loro muro, col loro esercito, con i loro elicotteri, con i loro check point, col loro filo spinato, le loro mitragliatrici portate con leggerezza, mitragliette che gli dondolano puntandoti un piede, una gamba, la pancia." Sì, l'ho pensato. Ed era ESATTAMENTE quello che volevano gli israeliani, è quello che vogliono.
Ecco perché uomini, donne palestinesi ci hanno detto: "NOI NON CE NE ANDREMO!" E' lì il punto. To go or not to go. Ci hanno detto:"Non faremo l'errore dei nostri padri, quando nel '48 se ne andarono, credendo forse di tornare indietro: stanno ancora aspettando". Noi non ci muoveremo, resisteremo. Così sulle case distrutte loro piuttosto mettono le tende e prima o poi ricostruiscono la casa, e avanti. Estenuante. Pazzesco.
Presso l'autorità nazionale palestinese ci dicono che continua la lenta ma costante occupazione della zona di Gerusalemme: sono state chiuse diverse organizzazioni palestinesi, i coloni avanzano, con ogni mezzo, con la forza o col denaro. Tra i palestinesi chi cede e vende la casa deve andar via, i "suoi" lo considerano un tradimento. Ci sono strade solo per palestinesi e strade solo per israeliani: apartheid, va chiamato così: APARTHEID.
Dicevamo che qui c'è una selva di condizioni. Vero.
Eppure…
Eppure, come la follia può diventare normalità, come anche i carcerati risolvono mille problemi con arguzie, stratagemmi, ma soprattutto con una capacità di sopportazione che, vista da fuori, FAREBBE A PRIMA VISTA USCIRE DI SENNO CHIUNQUE, le persone sopravvivono, anzi: vivono.
Vivono da una parte con tre anni (TRE ANNI!) di servizio militare, vivono con guardie del corpo un po' ovunque, vivono con una mitraglietta a tracolla, sedute su una panchina prendendo appunti di studio o leggendo un libro con un mitra sulle gambe (l'ho vista coi miei occhi – lo sguardo -una ragazza sorridente che in questa posa si lasciava fotografare), vivono con un esercito tanto forte, presente e armato, tanto più ti avvicini al diverso. Tanto più ti allontani tanto più puoi fare la tua vita come se nulla fosse.
Vivono, dall'altra parte, come dentro un labirinto, senza sapere esattamente se e quando supereranno il prossimo scoglio, vivono in uno stato di ansietà formidabile.
Vivono realmente una condizione di semilibertà, a volte di vera e propria NON LIBERTA'.
"Vi accompagno fino a lì, poi io non posso….." "Voi andate, io non posso…" "Noi non possiamo…" NOI NON POSSIAMO. Consiglio ai palestinesi di dipingersi il volto e le mani di nero, così vedendo 100 neri in fila per passare davanti a tre soldati bianchi armati fino ai denti e che lasciano passare a singhiozzo, forse l'immagine sarà più chiara e ricorderà i nostri ultimi secoli dall'America al Sudafrica.
Amo la pazienza di tutti coloro che in questi giorni hanno cominciato a rispondere ad una qualche mia domanda dicendo: "Dunque, bisogna tornare un momento al '47, poi al '48… al '67…. all'82…. A dopo gli accordi di Oslo…" E via: è come imbiancare un muro nero: non ti immagini quante mani di bianco devi darci prima che diventi bianco, e alla fine non sarà ancora bianco. Così è questa storia: ognuno ricomincia, te la RI-RACCONTA, tu ne scopri un altro pezzetto, aggiungi un tassello.
E' come fare una ripida salita in macchina partendo in seconda: "Ti si spegne il motore e torni indietro, e ricominci e ricominci".
Uomini e donne: quanti e quante ne abbiamo incontrati in questi giorni? Tanti e tante.
Italiano-inglese-arabo-inglese-italiano…. L'inglese funge bene da tramite, la lingua del mandante, del fornitore di armi.
La domanda è una: "CHI PAGA IL CONTO?"
Vogliamo fare un breve elenco?
– Tre anni di servizio militare per ogni uomo israeliano, due anni se sei una donna.
– Armi, su armi, su armi: dalle più leggere alle più pesanti, da quelle sotto braccio ai passanti, a quelle dei soldati che la tengono a penzoloni, dalle camionette che abbiamo visto, agli elicotteri che, ci raccontavano, potevano sorvolare gli israeliani in spiaggia, mentre andavano ad alleggerirsi del loro carico di missili.
– Muro, muro, muro: fate un conto: 730 chilometri (quando sarà terminato, ma sono a buon punto) per 9 metri: 6.570.000 metri quadrati di MURO DI CEMENTO, se li stendiamo a terra sono circa 1500 campi da calcio uno a fianco all'altro, sono 100.000 dei nostri appartamenti medi. Voi direte: "il muro non è sempre fatto di cemento armato. In lunghi tratti è rete metallica elettrificata". E' vero, ma la cosa non mi tranquillizza. Per maggiori dati: www.stopthewall.org
– Torrette, check point, caserme, provvigioni per l'esercito, metal detector: quanti sono? Ci pensate alla ditta che fabbrica metal detector? Quando sente che si inasprisce il conflitto in Palestina, come quando sente il nostro ministro che dice "Ci vogliono più carceri!" Il suo padrone si frega le mani. Quanti sono i check point? Ci hanno detto 530…ci hanno detto 720… "In tutta la Cisgiordania!" Ma che cos'è la Cisgiordania, io conoscevo il Cisviaggiareinformati, ho sentito nominare la Giordania, anzi no: IL RE DI GIORDANIA! Che sembra di essere nelle Mille e una notte. Ma Cisgiordania… Poi scopro che è la stessa cosa di quando sentivo dire "West Bank" (Chissà se si scrive così, non è mica una banca…).
– E poi ci sarà da sostenere i servizi segreti, il Mossad, non costerà mica poco, un po' sparso per il mondo…
– E poi magari c'è da finanziare la parte palestinese che in quel momento ti fa comodo (e non è affatto detto che sia quella moderata….)
– Poi ci sono le spese dell'ONU: qui c'è un'agenzia apposta che si occupa delle scuole, dei servizi nei campi profughi: E SONO MILIONI I PALESTINESI IN CAMPI PROFUGHI! Dentro la Cisgiordania e fuori: Libano, Siria, Giordania…. E via soldi. A Hebron ci sono alcune decine di "osservatori" mandati da un gruppo di nazioni: tra le quali l'Italia, ci sono anche i turchi (mi domando se permetterebbero che si osservasse cosa succede a casa loro con i kurdi….).
– E poi i soldi per distruggere (famose le ruspe israeliane che tirano giù tutto: alberi, case, strade…) e per ricostruire: i palestinesi come formichine si rimettono subito a ricostruire, altro che Penelope…
Spese su spese insomma: ma ci dicevano che l'economia israeliana comincia a soffrirne, soprattutto lo stato sociale di un paese che ha ampie fasce di povertà, e vorrei ben vedere.
Poi c'è la striscia di Gaza. Capisci che cosa sia la striscia di Gaza dal tono con cui viene nominata: viene fatto un lungo sospiro mentre la si nomina, come dire: un disastro. 45 chilometri per 10 (quando è larga….). Un recinto. Lì ti dicono tutti: non si entra. Figurarsi non c'avevamo neanche pensato. Vedo sulla cartina che ho che nella parte a Sud della striscia di Gaza c'è "l'aeroporto internazionale"! Scappa da ridere. Ma quando mai ha funzionato?? A Gaza leggo che negli ultimi tempi nelle automobili mettono l'olio già usato per friggere, fa un po' di puzza, ma ci si muove.
Una volta un amico che è stato per anni in carcere mi raccontava di una lunga discussione fatta tra detenuti in cui alcuni sostenevano che la più grande mancanza era quella di una donna, altri dicevano che era il mare. A Gaza hanno tutte e due, eppure è un carcere! Non è solo un carcere a cielo aperto, come si dice di solito, ma anche sul mare! Un esperimento formidabile. L'unica speranza per Gaza sembra essere la deriva dei continenti. Più di un milione di persone (credo) assediate (ne sono certo). Cosa aspettiamo?
Insomma, non ascolterò più nessuno che cerchi di spiegarmi la situazione di quaggiù senza una cartina, è fondamentale. Credo si dovrebbe iniziare come in terza elementare prima con la cartina FISICA, che in questo caso credo sia peggio di un volantino di un gruppo armato. Una cartina fisica che ricordi a questa gente che questo SANTO DIO il mondo lo ha fatto così, poi sono arrivati 'ste merde degli uomini e lo hanno ridotto ad un corpo pieno di cicatrici, di ogni tipo.
Ho studiato per anni filosofia, ne ero innamorato, mi sono laureato ma avevo già la testa altrove, mi sembrava che la tensione ideale fosse intorno a me pari a quella che noto ora nelle frequenti discussioni di culinaria, non me ne fotteva più nulla. Ricordo però un testo di metafisica letto successivamente per dare una mano a Grazia che studiava pedagogia: questo stesso professore di Genova, il quale vendeva un po' di copie del suo libro solo perché era obbligatorio in quell'esame, dimostrava in 200 pagine l'esistenza di dio. Da vomitare. Ebbene, bisogna ammetterlo qui si è circondati da persone convinte, ripeto convinte, dell'esistenza di dio. E' una battaglia ad armi impari. Ricordo anche con i nostri amici preti in Salvador, si discuteva, si discuteva, ma alla fine loro avevano sempre in mano l'asso di briscola, era una partita truccata, persa in partenza.
A meno che, in qualcuno di loro si avvertisse in fondo in fondo UN DUBBIO! Sì, un dubbio! Che parola magica da queste parti, sarebbe la soluzione: un dubbio!
La potenza di Israele è in questo, la potenza e l'arroganza di Israele: NON HANNO DUBBI. Loro sono qui perché DIO l'ha detto più di DUEMILA anni fa. Figurati glielo ha detto dio e ora anche Bush, basta e avanza. Dei Caterpillar (ditta Usa, a proposito…).
Ortodossi e integralisti: non ho sottomano un dizionario per stabilire l'origine di queste due parole, ma pensate all'uso comune che si fa: "Non è proprio un metodo ortodosso per fare quella cosa…" Come dire: ortodosso sembra significare: giusto, corretto.
"Ma sei proprio un integralista!" Come dire: integralista sembra significare: fanatico, rompipalle, insopportabile.
Bene: gli ebrei vestiti di nero, che si aggirano vestiti come dei becchini, con buffe trecce, e chissà cos'altro che non sappiamo, seguiti, dietro, da mogli rapate a zero ma con parrucca in testa(così si deve…) e figli al seguito: questi sono ORTODOSSI.
Musulmani che non bevono, non fumano, vogliono le mogli coperte, fanno sposare giovani le loro figlie, ecc.: questi sono INTEGRALISTI.
Personalmente mi sembrano fanatici con una forte impronta maschilista (guarda caso) da una parte e dall'altra.
Ogni volta che c'è una risoluzione ONU due Paesi si oppongono (più magari l'Honduras che spera di raccattare qualche briciola, e pochi altri): Israele e Stati Uniti. Ci sono altri Paesi che stanno costruendo un muro al loro confine? In effetti il governo spagnolo l'ha costruito a Ceuta e Melilla le due enclave che possiede in Marocco. Anche lì le scene sono agghiaccianti, neri che si scapicollano per scavalcare, colpi che ricevono nel tentativo di farlo. Lo potrebbe dire un bimbo: "Ma il muro non era caduto?" Come dire: "Il re è nudo" Solo un bimbo lo dice nella storia.
Prima di partire il mio obbiettivo era uno solo: uscire dall'aeroporto di Tel Aviv, avevo un sacco di fantasie che potessero fermarmi, rimandarmi indietro.
Comincio a temere che ora mi facciano desiderare di rientrare in patria, facendomi temere di trattenermi qua! Caricandomi come un elastico perché io non rimetta più piede qua, rompicoglioni che non sei altro. Non so cosa succederà, so solo che ho già voglia di tornare: un'altra volta, in Palestina.

Giugno 2008, riprendo il diario: una settimana dopo il nostro ritorno:
cerco di andare in sintesi al problema: i Palestinesi sono segregati, spossati, sfiancati.
Si tratta di uno stillicidio, le morti violente sono relativamente poche rispetto alle "morti" lente che avvengono per "strangolamento". Il problema non è il terrorismo di alcune frange, di alcuni gruppi: questo è funzionale allo status quo, e comunque vi assicuro che se fossimo in quelle condizioni non so come reagiremmo, perché si è "accompagnati" verso la rabbia, la soluzione "esplosiva".
A Hebron ci raccontano come il 22% dei bimbi nasca sottopeso, sempre più le donne sono capifamiglia, il marito è morto, in prigione, a lavorare lontano, disoccupato. Non manca il cibo, ma spesso è difficile accedervi: è l'occupazione. L'occupazione crea disoccupazione….
Abbiamo incontrato delle donne straordinarie: donne palestinesi che cercano di comprendere e intervenire rispetto a quello che sta avvenendo all'infanzia e ai giovani che non hanno coordinate per vivere, crescere, sognare. Centri che rilevano e lavorano rispetto allo stress dei bimbi, alla droga che si allarga tra i giovani (rispetto ai giovani israeliani, i giovani palestinesi che si drogano sono 4 volte di più). Donne israeliane che da anni (sono ora in 400, www.machsomwatch.org ) stanno ai check point osservando quello che fanno i giovani soldati del loro esercito, riportando quello che vedono, denunciando l'occupazione, ricevendo insulti e attacchi dai loro connazionali. Una di loro raccontava come il suo impegno iniziò 11 anni fa quando negli stessi giorni ad un check point una donna palestinese, dopo anni di cure per avere un figlio, fu costretta di fatto a partorire prima uno e dopo anche l'altro di due gemelli che aveva nel ventre, morirono entrambe. Negli stessi giorni sua nuora partoriva i suoi due gemelli in un ospedale e ora lei è una nonna, mentre un'altra donna ha aspettato invano i suoi due nipoti, e la casa è rimasta vuota….
Entrambe le donne israeliane riconducevano la loro lotta contro l'occupazione all'olocausto, vissuto e sofferto dalle loro famiglie. Se qualcuno, dicevano, non fosse stato indifferente allora, forse le cose sarebbero andate diversamente. Le "sacrosante" parole di queste donne ebree, rodono all'ala dura nazionalista, sionista. Ci hanno portato un video che ho: si vede la resistenza di una delle tante zone rurali palestinesi dove la popolazione ha cercato di resistere al passaggio del muro che li separava dalle loro terre e prevedeva la distruzione di piante e piante di albicocche: l'esercito va avanti, con le ruspe, mentre di sottofondo si sente una vecchia musica popolare che parla della sofferenza del popolo ebraico…. Vedere sradicare alberi in quelle terre così secche fa un gran male, ancor più se si tratta di antichi olivi: c'è volontà nel fare tutto ciò, c'è un piano. Sanno come e dove colpire. Come sanno quando, costruendo il muro, non è bene chiudere subito tutto, potrebbero reagire male, violentemente. Vanno abituati: prima lasci un passaggio sempre aperto, poi fai dei controlli, poi lo chiudi qualche ora e ne apri un altro, poi alla fine…. chiudi tutto. Sempre ci sarà la giustificazione della "sicurezza" che tappa la bocca a chiunque.
In realtà né il muro, né i check point servono a evitare attentati (ce lo dicono le stesse donne israeliane): dentro un auto o un furgone non credo sia difficile trasportare quello che vuoi. Il muro serve solo a rendere insopportabile la vita ai palestinesi, a dividerli, a impoverirli, a esasperarli, a umiliarli.
Siamo stati all'università cattolica di Betlemme (una ventina di chilometri a sud di Gerusalemme), aperta a tutti i palestinesi, in gran parte musulmani, in gran parte ragazze. Negli ultimi anni è stata chiusa 13 volte per incursioni dell'esercito israeliano, dall'88 al '91 è stato il periodo più lungo di chiusura, durante la prima Intifada. L'ultima volta nel 2002 per 40 giorni durante l'assedio alla chiesa della natività, ricordo i telegiornali di quei giorni. Ci mostravano i segni dei colpi di artiglieria israeliani che l'hanno colpita. Ci spiegavano che, nonostante la scomodità, la fatica dei giovani palestinesi nello spostarsi, il loro "pensionato" è vuoto, perché sarebbe un frequente obiettivo delle incursioni dell'esercito, gli studenti preferiscono stare a casa, spostarsi.
Siamo stati nei centri educativi sostenuti dalla ONG che ci accompagnava: due centri educativi, due "doposcuola" in campi profughi: Shufat e Kalandia: non sono gocce d'acqua, sono borracce, ma borracce nel deserto. Centri preziosi che ostinatamente tengono alta la testa, laddove la disperazione e l'opportunismo abbondano. Volti e sguardi dei bimbi, delle educatrici che ci mostrano con gioia e orgoglio il lavoro fatto. L'ong italiana che ci accompagnava, www.ventoditerra.org si è dimostrata validissima.
La possibilità per loro di organizzare delle delegazioni che vengano in Italia, o comunque in Europa dà loro vere e proprie boccate di ossigeno. A luglio 14 ragazzini con 3 educatori e un medico del centro saranno in Italia ospiti in vari centri estivi, invitati a feste e incontri un po' ovunque. E' vita, è apertura, è altro da un orizzonte chiuso.
I racconti che fanno rispetto ai check point sono assolutamente simili a quello che io avvertii lavorando dentro a San Vittore come insegnante. Un giorno avevi 15 studenti, un giorno 7, un giorno 2…. Dipendeva da cosa? Dall'apertura o meno di uno dei 4 o 5 cancelli che dovevano superare. C'era una ragione? Una spiegazione? Una razionalità? No, la semplice affermazione di un potere che oggi ti lascia passare, domani no, perché tu ti ricordi chi comanda e da chi dipende la tua vita. Da una guardia. Da un guardiano. Da qualcuno che guarda e non vuole essere guardato. In Palestina i nuovi check point sono sempre più asettici, con guardie lontane che parlano attraverso un altroparlante (lascio questo curioso lapsus ALTROPARLANTE), gridando frasi in ebraico, dietro vetri scuri, da alte torrette…
Il muro separa, divide, mi mostrano un benzinaio: la sua casa è rimasta di là dal muro, in linea d'aria a 30 metri, ora è a un'ora di strada. Molte scritte che ricordano agli ebrei che cos'era vivere in un ghetto, molti murales, alcuni bellissimi.
Il popolo palestinese sta dimostrando una pazienza incredibile. Un'amica, stanca, dopo 3 anni e mezzo in quella terra, diceva che il popolo palestinese rasenta la "passività", la rassegnazione. Non oso giudicare. Mi vergogno.
Questa stessa amica mi racconta che ha lavorato nelle scuole palestinesi: gli-le insegnanti sono in una situazione difficile: alle normali condizioni di un insegnante brasiliano di una periferia di San Paolo (paga minima, 35-40 alunni per classe, scarsa valorizzazione, doppi turni, ragazzini difficili, scarsa autostima) si aggiunge il peso dell'occupazione, lo stress del percorso a ostacoli per arrivare al lavoro, la tensione delle incursione dell'esercito con i tuoi alunni che escono e "giocano" a tirar pietre alle camionette, o alla sorpresa di trovarsi un giorno la scuola occupata dall'esercito, l'incertezza del futuro.
E allora sempre questa amica raccontava dei percorsi fatti con gli insegnanti, del grande bisogno di questi di supporto, riconoscimento, possibilità di sfogarsi, raccontare, pensare modelli alternativi, uscire da spirali di violenza nelle quali loro stessi ricadono dando punizioni agli alunni. E allora mi raccontava dell'avvio di un lavoro con un bel gruppo di presidi, l'importanza del progetto, per poi non vederselo finanziato perché alla Farnesina, al MAE, dicono: preferiamo fare un POZZO, … ma del pozzo non c'è bisogno, bisogna fare formazione con i presidi, coi docenti,…. SI MA POI NOI LA TARGA DOVE LA METTIAMO? Merd…
Sono stato alla chiesa della natività a Betlemme, al santo sepolcro a Gerusalemme. Lì si incrociano i pullman di pellegrini che probabilmente nulla colgono di quello che succede intorno a loro. Compartimenti stagni.
Siamo stati sulla spianata delle Moschee e dentro le due famose moschee: Al Aqsa e quella della rocca. Siamo stati alla tomba di Abramo, in un'altra moschea, a Hebron. Credevo che, come in alcune situazioni di "tensione" nostrane, i luoghi di culto fossero possibile e sicuro rifugio. Ci mostrano la clinica nella spianata delle moschee, dove si raccolgono i feriti nei momenti di scontri, ci mostrano i segni dei proiettili lasciati sulle colonne, i bossoli di vari tipi di esplosivi raccolti in una bacheca. Ci raccontano delle incursioni, dei massacri, con decine di morti e centinaia di feriti raccolti nelle moschee.
Capisco cosa puo' aver significato a suo tempo "la famosa passeggiata di Sharon" sulla spianata: una vera provocazione, la voglia dello scontro.
Ma c'è un'altra cosa da capire: all'interno di quella che si "gioca" a chiamare terra dei palestinesi, ci sono oltre ai check point israeliani, ovvero continui controlli di un esercito STRANIERO, ci sono GLI INSEDIAMENTI, LE COLONIE. Ovvero bei villaggi, di recente costruzione, in genere sulle alture, per dominare, vedere ed essere visti, in mezzo al verde, perché lì l'acqua c'è, con israeliani che si incuneano nella zona "altra" appropriandosi del terreno. E avanti, e avanti… 450.000 israeliani vivono nelle cosiddette colonie. Una gran parte, 200.000, nella zona di Gerusalemme Est che è accerchiata, altri altrove, super militarizzati, come quella che abbiamo visto a Hebron, spesso in una situazione di tensione pazzesca, proprio perché si è lì con la "missione" di dire: veniamo avanti e voi VE NE DOVETE ANDARE. A Hebron 400 coloni sono difesi da 1500 soldati! A Hebron come a Gerusalemme molte zone del mercato arabo, strette viuzze nella parte antica, sono sovrastate (ovvero il semplice piano di sopra) da case abitate da coloni: i palestinesi mettono una rete che copre il "cielo" del vicolo e li separa dalle case sopra di loro perché i coloni tirano spazzatura, buttano di tutto sopra gli arabi, in segno di disprezzo, prepotenza, provocazione continua. A Gerusalemme Est, o nella parte vecchia, è un frequente vedere case con la bandiera israeliana perché sono riusciti a comprare una casa, o a occuparla, e guadagnare terreno, passo a passo, verso quella che diversi intellettuali israeliani chiamano PULIZIA ETNICA.
Sempre a Hebron, in una situazione di calma surreale, con militari che vanno in giro col mitra spianato, camionette che passano veloci, fili spinati, case diroccate, alcune strade deserte, quelle della colonia, incontriamo una donna statunitense: più di 70 anni, magra, cappellino in testa, distintivo e maglietta ben visibile: fa parte di una chiesa cristiana, viene da New York, sta tre mesi lì come volontaria, a guardare, a vedere quello che succede, a monitorare, insieme a due giovani volontari nord americani. Ci fanno salire sul tetto della loro casa, è un buon punto di osservazione ma ci dicono di non fare assolutamente foto e riprese verso i soldati. Ci raccontano. Quando la salutiamo l'abbraccio.
Alla sede del sindacato di Hebron ci raccontano come l'economia palestinese sia ancora più piegata dal muro: difficoltà nell'esportare e importare, difficoltà o vero e propria IMPOSSIBILITA' di andare a lavorare nella zona israeliana. Disoccupazione con percentuali insostenibili, economia di sussistenza, informale, aiuti, avvilimento. Gli israeliani controllano l'acqua, i rubinetti, controllano anche i concimi, impedendo alcuni prodotti per paura della costruzione di esplosivi, oppure vendono loro prodotti scadenti. In altre zone non si permette ai contadini di raccogliere le olive, sono morti dei contadini sotto il fuoco di coloni.
Nel frattempo in Israele manca la manodopera a basso costo palestinese: si recupera importando lavoratori dalla Romania o dal Sud Est asiatico!
Scopro che non sono pochi i palestinesi che parlano l'ebraico: lo usavano per lavorare nella zona israeliana o per rapportarsi al "padrone". Lavoro a Barcellona in una scuola trilingue: italiano, castigliano, catalano: trovo questa una formidabile apertura mentale, gesto di generosità, curiosità, disponibilità, rispetto, elasticità. Gli israeliani sono circondati da paesi di lingua araba: quanti sono quelli che studiano l'arabo? Sarebbe bello saperlo, temo pochi, troppo pochi.
Quante volte ci è stato detto: "Fino a qui …. poi dovrebbe", in quelle terre, diciamo così per indicare Palestina e Israele, non ci sono regole che vengano rispettate dai più forti, in questo caso gli israeliani. I confini non esistono, il rispetto neppure. Il muro, PAZZESCO, è stato condannato, vietato, dal tribunale internazionale dell'Aia, ma loro se ne strafregano. Vanno avanti.
Da qualche anno a Bil'in (vicino a Ramallah) ogni venerdì pomeriggio c'è una manifestazione pacifica contro il muro, lì si concentrano movimenti palestinesi, israeliani e internazionali contro l'occupazione, venerdì 6 Giugno durante la manifestazione è stato ferito un magistrato italiano, Giulio Toscano, dei giuristi democratici; stava facendo una ricerca sulla situazione dei minori nelle carceri israeliane (sono 11.000 i prigionieri politici nelle carceri israeliane!), un proiettile di gomma sparato dai soldati israeliani lo ha colpito vicino alla tempia. Ho sfogliato il Corriere on line per vedere se diceva qualcosa: nulla.
Per quasi tutta la settimana Hamas non ci viene nominata: lo facciamo noi in un paio di occasioni. Spiego in poche parole: Hamas è il movimento-partito islamico che, sull'onda degli scandali di corruzione del "governo" precedente e l'insoddisfazione rispetto ad accordi sempre più al ribasso e neppure rispettati dagli israeliani, ha partecipato alle ultime elezioni nei territori occupati palestinesi. Furono mandati in quell'occasione centinaia di osservatori internazionali (altra spesa incredibile) per dire che furono le elezioni più democratiche e trasparenti del mondo arabo (malgrado i check point che tanto per ricordare dove ci troviamo, complicavano la vita agli elettori). Risultato: vinse a sorpresa Hamas. Stati Uniti ed Europa (con qualche eccezione delle solite validissime democrazie scandinave, che guarda caso non mandano eserciti per esportare il modello) dissero il giorno dopo: "Spiacenti, ma non ci piace chi ha vinto, quindi blocchiamo ogni aiuto o finanziamento." Evviva le nostre democrazie. I palestinesi furono strangolati, per due anni i dipendenti pubblici non vennero pagati, fino ad arrivare agli scontri tra palestinesi stessi: con gli israeliani che guardavano compiaciuti dalla finestra. Oggi Hamas controlla la striscia di Gaza e, guarda caso, lì non si può' proprio andare: sono accerchiati, sotto assedio.
Finale: dico ad un amico catalano: "Sai ad un certo punto ho persino pensato: ma perché non se ne vanno tutti i palestinesi?" Mi risponde sorpreso: "Ma come fai anche solo a pensarlo: è la loro terra!" Buon catalano, affezionato alla sua terra, penso. Da tre anni vivo lontano dalla mia terra, prima in Brasile e ora in Catalugna. Sinceramente sto bene: penso alla mia terra, occupata da un connubio di mafia-capitale-politici corrotti-banche. Per ora sto bene qui, vedremo tra un po'….
Ma vorrei chiudere con una bella immagine: a Gerusalemme ho visto bimbi israeliani o palestinesi, certo in scuole separate, ma andare a scuola da soli, anche a cinque o sei anni, per mano tra loro, andare sorridenti a scuola o uscirne correndo, allegri.
Venerdì scorso ho mostrato ai bimbi delle prime elementari dove lavoro il video fatto in Palestina, raccontando, ascoltavano, capivano, chiedevano. Mercoledì prossimo lo farò con colleghi e genitori, la voglia di raccontare è tanta.

Andrea