Vicino all’anello debole

L’impegno concreto con i bambini di strada.
Grazie a tutti, buongiorno a tutti, io ancora non ho mangiato. Dirò buon pomeriggio solo dopo pranzo. Ringrazio tutti voi per essere venuti qui, nonostante in questo momento io sia un po’ triste, perché devo parlare della povertà e della miseria che esiste nel mio Paese. Ma anche così sono abbastanza contenta, guardo un po’ i fiori, il nastro, la carta, Brasile! È vero, verde e giallo! È un grande omaggio per noi.
Non voglio rubarvi molto tempo, perché non voglio essere la pietra nello stomaco di nessuno, io lavoro con i ragazzi e gli adolescenti di strada, in verità siamo in due a farlo, Paolo e io facciamo questo lavoro con i bambini di strada e nella favela. Uno appoggia l’altro, io, per esempio, vorrei parlare per molto tempo, spiegando quello che facciamo, il nostro lavoro, ma oggi è umanamente impossibile farlo.
Dirò solamente alcune parole, perché tutti i presenti abbiamo in mente una briciola del nostro lavoro. Non vi disturberete molto se leggerò questo breve brano che abbiamo scritto ieri sera, non c’è stato il tempo per impararlo a memoria, perché c’è unico problema: che l’Italia è semplicemente indescrivibile, qualunque posto in cui sono stata l’ha amato in maniera passionale.
“Non sono qui con degli estranei, sono molto emozionata per questo invito che Giuseppe mi ha fatto. Parlerò rapidamente. Io voglio essere la differenza, io voglio fare la differenza, io voglio perché posso, voglio perché ho i mezzi professionali e umani per diventarlo. Io voglio lavorare con, voglio stare con, decidere con, essere artefice del mio destino. Io voglio tenere le redini e le regole del gioco in mano, voglio usare la mia esperienza per rimanere con chi non è mai stato consultato, con chi, fin dall’inizio, ha avuto il diritto all’esistenza negato. Voglio restare vicino all’anello più debole della catena alimentare, sul quale si basa il nostro mondo, il bambino. Il bambino trasformato in ombra di sé stesso, obbligato a vagare senza metà per la vita fino all’annichilimento della sua incolumità fisica delle sue potenzialità di persona, svuotato della sua umanità. Voglio far valere il mio diritto di vivere in un mondo senza più miserie e senza la violenza che ne deriva, voglio scegliere, perché davanti alla situazione estrema scegliere è necessario. E’ per questo che non mi interessa scrivere la storia, ma rimanere con chi di questa storia è la vittima, voglio avere la risposta a tutte le domande, voglio controbattere ed indagare ad ogni domanda, voglio lavorare con: essere, stare, essere uomo e donna degni, essere finalmente cittadino e cittadina del mio Paese”.
Quello che voi avete sentito leggere, è già stato detto tutto dalle persone importanti presenti, ma non sapevamo che lo dicevano anche loro, che ne avreste parlato, non sapevamo che il Vescovo avrebbe detto che il popolo, avendo l’allegria e la felicità, poteva vivere più tranquillamente.
Solo per concludere: carissimo Giuseppe, ieri, quando hai detto, durante la presentazione del libro: “Quando ho visto i bambini di strada io ho perso una parte della mia umanità”. Noi abbiamo risposto: “io no, caro Giuseppe, non ho perso niente, neanche un po’ della mia umanità, perché ho il dovere di averne ancora di più per avere la forza di rincontrare l’umanità perduta di questi bambini”.

Edith Moniz, educatrice di strada