111

Portadores de corpos vagantes
luzes do entardecer perene
afastados da vida
fazem do respiro ato
Rangem membros em desarticulações grotescas
lembranças de movimento nunca experimentado
entre barras cimento e aço
são o que resta da realidade nacional
No segredo que cada gesto justifica
fizeram de tudo pó
na imoralidade absoluta do poder que infecciona o mundo
Desmembrados na orgia da dor
os corpos permanecem
no limbo da indiferença
cheirando a carniça
Deseja a cidade toda o rugido da morte
Jaz a justiça no porão
camuflada agora com flores de plástico
Eu não esqueço!

(Anonimo)

Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. (Carlo Levi – Cristo si è fermato a Eboli)

Oggi è stata inaugurata una biblioteca. In un bellissimo parco nella zona nord della città, sorge finalmente un nuovo spazio culturale. Risponde a tutti i requisiti necessari, dall’accessibilità per i disabili, all’uso dell’internet free. Non ha l’aspetto delle austere e silenziose biblioteche  abituali, assomiglia invece ad una grande libreria, un spettacolare tempio della cultura e del tempo libero: nel parco, tra una corsetta in bicicletta e un gelato, tra una partitella e una bella sudata nella calura tropicale, ci si può soffermare nell’aria condizionata del padiglione, tra Tolstoj e Shakespeare, a riflettere sui massimi sistemi. Poi, o si prende la metropolitana lì davanti e si va a casa, o si ritorna a sudare. Tutta salute. Mens Sana in Corpore sano.

-Hai qualcosa da dire? Cosa c’è che non ti va bene stavolta? Cos’è ‘sta ironia velata, cretino?

Nel 2002 il governatore del momento schiacciava il bottone. Una esplosione immane segnava la fine del Carandirú, il carcere della città. La più grande prigione delle Americhe. Per qualche settimana lo avevano lasciato aperto alla visita dei curiosi. Si poteva passeggiare tra i suoi corridoi, i suoi cunicoli, le sue celle, i suoi sotterranei. Si poteva toccare con mano l’odore nauseabondo, si potevano sentire il sapore delle tenebre della reclusione, si poteva ascoltare il cemento e le sbarre di ferro, i portoni, i muri colossali, le garitte. Ovviamente, dopo aver trasferito i prigionieri. Il carcere vuoto. I turisti, la gente comune, la gente per bene, si sottoponeva a file enormi per entrare e immolarsi in fotografie macabre, in posa tra una cella e l’altra, proprio lì.
La biblioteca è totalmente informatizzata. Altro che schedario polveroso, con un click puoi sapere, sudatissimo, la localizzazione esatta del libro che cerchi e se sei un non vedente il computer te lo legge lui, Tolstoj. C’è pure lo spazio per i bambini, i libri di plastica, così si abituano fin da piccoli ai piaceri della letteratura.

-Cretino! Non vedo proprio cosa ci sia da ridire. Una biblioteca che apre, soprattutto qui, in questo paese così carente, è un evento su cui non si può ironizzare. È un fatto storico. Sai da quanti anni la biblioteca municipale è chiusa per eterni restauri? Almeno cinque. E in questa città dove si costruiscono solo centri commerciali, una biblioteca è una boccata d’ossigeno, è una tavola del naufrago. Pensa a quanti cinema hanno chiuso in questi ultimi tempi per trasformarsi in supermercati o chiese evangeliche! La biblioteca, e per di più in uno stupendo parco! E tu ci hai pure da ridire! Cretino!

Nel 2002 l’esplosione del carcere fece epoca. Misero pure delle telecamere nel cortile. Novemila persone evacuate. Infatti, il Carandirú arrivò ad avere novemila carcerati. Dicono che là dentro esistevano norme e leggi determinate dai prigionieri. Dicono che là dentro le celle si aprivano la mattina e si chiudevano la sera. Dicono che là dentro comandavano i gruppi criminali che qualche anno dopo hanno dominato la città, come nelle giornate del maggio 2006, quando morirono centinaia di persone tra attentati e vendette. Dicono che là dentro,  il 2 ottobre del 1992 scoppiò una rissa. Dicono che per paura che il tumulto dilagasse intervenne il battaglione antisommossa. Dicono che in pochi minuti morirono 111 carcerati. C’è chi insiste nel dire che furono molti di più. Perché i feriti vennero dilaniati dai cani, perché i prigionieri che aiutarono nella “pulizia” dei corridoi vennero a loro volta freddati con un colpo alla testa e fatti sparire.
È bello andare in bicicletta, un gelato, un panino, e Tolstoj al fresco. E ci sono pure salette riservate al pubblico adulto dove si possono consultare libri e riviste dal contenuto erotico. Urca che bello!
Ce l’avete voi una biblioteca così? Con quei bei giornaletti?

– Cretino, dodici milioni e mezzo di reais è costata! Mai come oggi i soldi pubblici sono stati
investiti così bene: cultura e tempo libero! E ai ragazzi non ci pensi? Non ci pensi ai bambini, in questa città che offre poco o nulla ai ragazzi, un posto così è quanto di meglio possa esistere. I giovani, un parco enorme, una pista di skate, una biblioteca!

Forse davvero in questa terra il male non è morale ma è un dolore terrestre che sta sempre nelle cose. Forse davvero è meglio chiudere gli occhi a un passato di morte e sofferenza per guardare al futuro. Forse è vero che bisogna spazzare via perfino i ricordi e ricominciare… Però le parole dell’Anonimo che ho letto da qualche parte mi fanno pensare. Soprattutto l’ultima frase col punto esclamativo.

Portatori di corpi vaganti
luci di un perenne tramonto
allontanati dalla vita
fanno del respiro atto
Cigolano le membra disarticolate grottesche
ricordo di movimenti mai sperimentati
tra sbarre cemento e acciaio
sono ciò che resta della realtà nazionale
Nel segreto che ogni gesto giustifica
hanno fatto di tutto polvere
nell’immoralità assoluta del potere che infetta il mondo
Smembrati nell’orgia del dolore
i corpi restano nel limbo dell’indifferenza
puzzando a carogna
Desidera la città tutta il ruggito della morte
Giace nel sotterraneo la giustizia
camuffata adesso con fiori di plastica
Io non dimentico!

Un enorme carcere dove vennero massacrate 111 persone, a raffiche di mitra, baionetta, e lacerate dai cani. Meglio un parco da andarci coi bambini che i ruderi di un tempo in cui il paese ancora non era “emergente”. Meglio la biblioteca al fresco che i lugubri corridoi trasformati nel giorno del massacro in corridoi di sangue.
Il Carandirù è oggi Parque da Juventude, che è un nome bellissimo e non c’è neanche bisogno di tradurlo. Dove erano lacrime e stridor di denti oggi sono risate e Tolstoj. Tanto, cosa vuoi che sia, del doman non v’è certezza…, lo sanno tutti, i giovani (e non i vecchi!) han poca memoria.