Augustina

In quegli anni la miseria era presente in tutti i villaggi, come l’aria pura che vi si respirava. Là, nella zona est della Bolivia, al limitare dalla foresta amazzonica, la vita trascorreva tranquilla e in armonia con madre natura. La gente viveva di agricoltura, pesca e di quello che gli animali domestici donano all’uomo. Non una vita facile, ma dignitosa e rispettosa delle leggi della natura. Per questo tutti cooperavano alla vita del villaggio: bisognava curare l’argine del fiume e pulire il corso dei ruscelli per impedire inondazioni nella stagione delle piogge; preservare gli alberi che circondavano il villaggio per prevenire smottamenti; lavorare assieme la terra per una produzione che bastasse per tutti, anche per le famiglie in difficoltà. I bambini apprendevano a leggere e scrivere dagli anziani non c’erano scuole. Anche loro davano il contributo accudendo gli animali da cortile e avevano anche il tempo per giocare. La vita comunitaria era la base di una vita dignitosa per tutti.

Agustina aveva otto anni quando i genitori decisero che poteva lavorare per il signore della gomma. Sì, il signore della gomma si era presentato promettendo lavoro e denaro. Lavoro per i bambini perché erano più rispondenti al tipo di lavoro. E non era faticoso e solo per un breve periodo. Per questo la mamma acconsentì che Augustina fosse caricata su quel camioncino malmesso e fumante. Sarebbero rientrati dopo poche settimane, disse il signore della gomma. Il viaggio, verso le foreste del nord, fu un vero supplizio, due giorni di sobbalzi e polvere, accompagnati da stanchezza e sonno. Acqua e banane per colazione, pranzo e cena. Si accorsero subito che non stavano andando in gita. All’arrivo furono sistemati in una capanna, piccolina per starci tutti, però almeno così stretti si facevano compagnia ed entravano meno scarafaggi. Erano in ventotto, di due villaggi vicini tra loro, avevano tra gli otto e i dodici anni. Dormivano per terra e il bagno era dove più faceva comodo. L’acqua per lavarsi era a trenta metri, un piccolo rio di acqua cristallina e fresca. C’era anche una casetta in legno, piuttosto confortevole, per i due “caporali” e per un’anziana donna con funzioni di cuoca. Sapeva cucinare molto bene il riso, la mandioca, le patate, la cipolla e poco la carne, perché la cucinava talmente di rado che si era dimenticata la ricetta e risultava sempre dura. Ma ai bambini sembrava cucinasse bene, perché quando si mangia una volta al dì, tutto diventa più succulento e gustoso. Il cibo era scarso, però il lavoro era abbondante. Erano diventati siringueiros senza saperlo, lo avevano capito quando insegnarono loro il lavoro. Dovevamo incidere l’albero della gomma con un taglio obliquo e legarvi sotto un barattolo di latta per raccogliere la gomma che usciva dall’incisione. All’inizio erano impacciati, poi era diventato semplice. I bambini apprendevano in fretta, vivevano l’esperienza nuova come un gioco, si divertivano e sembrava facile. Ma più passavano i giorni più aumentavano gli alberi da incidere e i barattoli da svuotare. Erano arrivati a incidere cinquecento alberi cadauno. Naturalmente aumentavano anche le distanze per raggiungere il posto di lavoro. Le ore di lavoro erano sempre dieci, però con il tragitto a piedi in foresta ci rimanevano fino a quattordici ore, solo dopo potevano cenare. Alla madrugada (alba) distribuivano loro un po’ d’acqua e una focaccia di farina che doveva nutrirli durante la giornata, la frutta se la dovevano cercare in foresta. Tempo per riposare durante il giorno non ne avevamo. Tutti i giorni erano uguali, non c’era il riposo settimanale. Alla sera non serviva la camomilla per dormire. La televisione non esisteva. E il tempo passava. Ma non era per un breve periodo questo lavoro?

Non sapevano quanto tempo fosse passato, ma era sopraggiunto il periodo delle piogge. Mai avevano visto tanta acqua. E il lavoro in quelle condizioni era a dir poco disumano, erano costretti a passare molte ore con i piedi nell’acqua, non esistevano stivali per loro. E disumano era anche il trattamento riservato loro dai caporali. Erano divisi in due squadre, ognuna con il proprio caporale. Quello di Augustina era tremendo e l’altro, da quello che le riferivano, non era da meno. Al mattino era sempre meglio farsi trovare in piedi, rimanere a letto, magari perché febbricitanti, significava ricevere vergate. Era il periodo in cui avevano capito che stavano vivendo una condizione di schiavitù. Se all’inizio ad Augustina pareva un brutto sogno, ora si ritrovava molte notti a piangere e a pensare alla mamma e al papà, ai fratellini e alla gente del suo villaggio. La cruda realtà era fatta di solo lavoro. Avevano terminato di giocare e studiare. Si erano appropriati della loro infanzia, barattandola, come avrebbero saputo negli anni successivi, per pochi denari dati ai loro genitori, ingannando sia i genitori sia i figli.

Passati tre o quattro anni, il corpo di Augustina cominciava a trasformarsi, non a crescere (non avrebbe superato il metro e mezzo di statura) e il nuovo caporale, ne avevano cambiati un paio, aveva cominciato a interessarsi a lei. Le parlava con gentilezza, cosa strana per uno con il suo ruolo, a volte l’aiutava a trasportare i barattoli, a lei sembrava carino. Forse i primi brividi dell’adolescenza, forse quel sorriso quasi paterno, forse l’aria sempre fresca della foresta, forse quel ‘non so come spiegare’, ma il suo corpo si era ritrovato a subire un’altra trasformazione: era in attesa di un figlio. Quel figlio le aveva permesso di abbandonare la foresta e andare a vivere con il caporale. Per poco tempo. Alla prima occasione la fuga e il ritorno verso la regione d’origine, da uno zio, per cominciare una nuova vita, fatta sempre di lavoro e sofferenza, ma libera. Una vita umile piena d’amore per la famiglia, per Jorge Lorenzo e per i figli che insieme hanno dato al mondo.

Augustina si alza ancora alle quattro del mattino. Cucina ancora il pan de arroz, empanadas de arroz e cunapé nel forno fatto di argilla. Cucina tradizionale, ancora molto apprezzata dai clienti che la attendono al mercato. E questo tutti i giorni, nonostante i suoi ottantacinque anni, più o meno, di preciso sa solo che è nata il giorno del Corpus Domini. E ogni anno, al Corpus Domini, festeggia il suo compleanno attorniata da figli, nipoti, pronipoti, propronipoti, propropro…, tanti e di tutte le età.

É sempre bello ricordare e festeggiare queste persone.