Buoni propositi

Mi sento realizzata, sono così felice… so che sto facendo tutti questi sacrifici per amore e allora ritrovo la forza e il coraggio di andare avanti: non è facile abbracciare questi bambini così diversi senza trasmettere loro la mia ansia di essere una brava mamma. Con l’aiuto di Dio ce la farò perché so che è stato Dio a farci incontrare: io e mio marito, là nella pianura e i bambini qui ai tropici… all’inizio pensavo di prenderne solo uno poi invece li ho adottati insieme. Non me la sono sentita si separarli. Ho pensato che l’adattamento sarebbe stato più facile se venivano in due. Sono così carini. Hai visto le foto che ti ho mandato, vero? Hai visto che sorriso? ti riempie il cuore di gioia. Ho solo paura che siano un po’ malati…, a volte li vedo un po’ così, forse spenti, l’occhio un po’ vitreo… ma all’orfanotrofio gli danno da mangiare? Siamo qui da due settimane, è il periodo di adattamento, per fare conoscenza. I documenti sono tutti pronti,hanno pensato a tutto, la trafila è stata lunga ma ci hanno pensato loro, così quando siamo arrivati era tutto a posto e abbiamo potuto dedicarci esclusivamente ai bambini. Partiamo alla fine del mese. Per adesso ci parliamo a gesti, per forza… è una lingua così diversa. Devi vedere come sono affettuosi. Quando penso a quello che devono avere sofferto, mi viene da piangere, deve essere stato terribile…”

Non è nella politica e nemmeno nell’economia che la corruzione affonda i suoi cardini. Non è nel sistema dell’amministrazione pubblica o negli uomini in divisa che entrano sparando nelle favelas. Il pozzo nero è la magistratura. Sono i giudici. Una casta di intoccabili che manipola e costruisce indagini e processi a seconda delle convenienze del momento. È risaputo, è pubblico e notorio. Lo sanno tutti, lo so io, lo sa il mondo intero che giustamente si scandalizza davanti all’arbitrarietà sfacciata con cui sono condotti i processi contro i mandanti e gli assassini di attivisti, di sem terra, dei molti religiosi che alzano la voce in favore degli oppressi. Come fa un giudice a condannare un amico con cui gioca a tennis nel club esclusivo e che magari è fidanzato della figlia di suo cugino? Come fa un giudice a condannare un suo vicino di casa, uno la cui fazenda confina con la sua? Come si può esigere che appartenenti alla stessa casta, allo stesso stile di vita, le cui famiglie condividono i momenti di svago, possano improvvisamente mettersi ad investigare processare e condannarsi tra loro?
Il famoso battibecco tra due membri della corte suprema è emblematico: un acceso dibattito divide le opinioni, dal dibattito agli insulti, dagli insulti alle minacce, dalle minacce alle risposte velate di doppi sensi e accuse: “… io non sono un kapanga delle tue fazendas…” Kapanga è il pistolero al servizio del padrone, colui che mette letteralmente fine a qualunque tipo di conflitto tra i lavoratori e il fazendeiro. Un giudice della corte suprema dice all’altro “io non sono un tuo kapanga a me non puoi dare ordini in questo modo, modera il tono della voce perché altrimenti…” Si immagini adesso cosa succede nei tribunali dei paesini sperduti nell’interno del paese. Si immagini cosa succede nei nostri tribunali qui in città sovraccarichi di pratiche e scartoffie. Noi in tribunale ci siamo stati tante volte. Noi i giudici li conosciamo per nome e di alcuni di loro siamo stati in casa ci abbiamo preso un caffè e bevuto un martini. Conosciamo il meccanismo e sappiamo come funziona. Abbiamo visto bambini condannati a otto anni di galera per aver rubato un pacchetto di caramelle. Abbiamo visto ragazzine rinchiuse in cella con delinquenti e assassini per venire usate come schiave sessuali per mesi (un favore del giudice alle cosche locali). No, non sono eccezioni, è l’intero sistema che è corrotto, demoniaco, l’intero sistema, il male assoluto.

Buoni propositi

Okay: anno nuovo vita nuova. Prometto solennemente che a partire di oggi, a partire da queste poche e parche linee, mai più sparlerò, mai più calunnierò, mai più mi permetterò di cianciare su persone, associazioni, congregazioni e ong straniere che operano sul territorio nazionale. Mai più a partire di oggi, e da queste parche e poche, userò di ironia e sarcasmo per denigrare l’immagine e l’operato di tanta gente che, piena di buona volontà e ottime intenzioni ha deciso di sbarcare in queste desolate lande e dedicare la vita al prossimo bisognoso. Mai più, lo prometto, mi azzarderò a criticare, con saccenza di chi pensa di saperla lunga, i propositi le intenzioni e le azioni di coloro che amano tanto la nostra terra da venire ad insegnarci a cambiare in modo tale da assomigliare al concetto che hanno di noi, all’iconografia ufficiale con la quale siamo conosciuti e a cui dobbiamo attenerci per non deluderli. Mi comporterò e parlerò e scriverò con eterna gratitudine e riconoscenza verso chi dona la sua vita per noi e ama i poveri. Perché i poveri bisogna primi di tutto amarli, amarli tanto, amarli molto per insegnare loro come fare a non esserlo più, ma allo stesso tempo fare in modo che mantengano quella umiltà così tipica e pittoresca, caratteristica dei paesi del sud che – come è noto – sono diversi da quelli del nord, hanno un’altra storia, altre esigenze e perfino un’altra morale e un’altra etica. Una morale e un’etica desiderose di imparare in totale umiltà ad essere riconoscenti nei confronti di sani principi e valori che associazioni ong e congreghe varie vomitano su di noi affinché possano “imparare ad essere poveri” (citando le loro testuali parole) in modo tale da poter dialogare con la nostra realtà così diversa. Un esempio di diversità? Pensate: permettiamo di far adottare i nostri figli negri (scusate, scusate tanto, questa parola non si può più dire è diventata una offesa, ho sbagliato, bisogna togliere di mezzo la G e dire: neri), dicevo, i nostri figli neri da coppie bianche (si può dire bianche?) e trasportarli nella terra dei cotechini e del recioto. Che fortuna hanno quei bei negretti (si può dire negretti? È il diminutivo di negri: magari al diminutivo è permesso, non lo so, aiutatemi vi prego, sono via dall’Italia da tanti anni e non so più niente)! Partire per l’Europa ed avere una vera famiglia di sani valori e principi cristiani in una vera atmosfera di amore ed unione che la neve suggella in un quadretto di tiepida tenerezza. Che fortuna! Vivere il vero spirito di Natale, senza malinconia senza più gelosia. Sessanta mila euro. Sessantamila. 60 mila. 60.000 euro. Ambedue, entrambi: trenta a testa. Un affarone. Sono costati sessanta mila euro. La nostra morale, attraverso le leggi, dice che l’adozione è gratis, perfino quella internazionale: gratis. Eccetto le spese burocratiche di normale amministrazione: la carta da bollo, un paio di timbri e il viaggio di trasferimento a carico dei genitori bianchi (si può dire bianchi?). Invece, sessantamila euro, trenta a testa. Ho visto vendere e comprare bambini per molto meno: basta parlare con la persona giusta, entrare in favela e uscirne con una bellissima negretta (si può dire? Negretta è un diminutivo femminile, si può dire?) di qualche mese appena, nuova nuova e già tanto carina, per la modica cifra di duemila reais, circa 800 euro: una bazzecola. E non è reato! (ecco la nostra etica: non è reato perché la madre nera negra mulatta scura meticcia disperata vende la figlia per far mangiare gli altre sei fratellini e la madre bianca a sua volta compra la neretta ascoltando la voce di un amore incondizionato) Non è reato perché siamo un popolo spinto dalla necessità, magari un po’ animalesca, di sopravvivere sempre e comunque. Ho visto vendere e comprare neretti (va meglio?) per una “cesta básica”, lo scatolone con i generi alimentari di prima necessità: riso, fagioli, olio, zucchero, sale, latte in polvere.

Dicevo dunque, che i due bambini di 30 mila euro cada uno, vivono ora felicissimi con padre madre e nonni: che bello, vanno a scuola, imparano Garibaldi e Giulio Cesare, siedono accanto ad altri bimbi importati, magari mussulmani! in un colorato clima interculturale di tolleranza dialogo e rispetto alle differenze, al giorno d’oggi tanto importante. Vanno in parrocchia a catechismo e il sabato agli scout: una sana educazione con saldi principi morali. Qui invece vivrebbero nel fondo di un orfanotrofio, o dimenticati in una favela in mezzo ai topi e la droga, con un futuro garantito di lava vetri ai semafori. I 60 mila euro sono adesso nelle tasche della ong che ha organizzato l’affare (sì ragazzi, proprio quella ong che state pensando, quella lì, quella seria, quella che ha già fatto da tramite per centinaia di adozioni, quella che conoscete perché ha aiutato tante coppie, tante famiglie, tanti neretti). Una piccola parte sono stati elargiti a mo’ di ringraziamento a un paio di funzionari del Tribunale dei minori che con tanta solerzia si sono occupati del caso e, con un occhio di riguardo, anche del giudice. Quanto costa l’amore di una mamma, l’orgoglio di un papà…? Sessantamila euro? Solo sessanta mila? No, l’amore di mamma non ha prezzo! Altro che, figurati! L’amore di mamma è infinito e non bada certo a spese. Da duemila reais a sessantamila euro, poco importa: la felicità di una famiglia, il futuro di due piccoli cuccioli neri (senza G) bisognosi, ecco quello che veramente importa!

Scusate, mi sono perso, mi sono lasciato prendere la mano dall’entusiasmo. Prometto di non farlo più, prometto di non entusiasmarmi con niente, prometto che d’ora in poi a partire da queste poche e parche linee, se devo raccontare qualcosa lo farò di forma pacata e serena, dicendo la verità, soltanto la verità, nient’altro che la verità; e quando dovrò enfatizzare i contrasti che in buona fede (in assoluta buona fede, è chiaro) vengano a formarsi tra gli indigeni locali e gli stranieri volenterosi che dalla loro santa patria dirigono l’operato delle associazioni congregazioni e ong operanti sul territorio nostrano, lo farò con grazia e amore. Lo prometto. E con questi buoni propositi auguro un prospero anno nuovo a tutti.

Adesso basta, da oggi in poi dovete parlare in italiano, anche tra di voi. Siete in Italia e qui si parla italiano che è la lingua di vostro padre e di vostra madre. Non voglio più sentirvi parlare in portoghese, vivete qui con noi già da tanto tempo, andate a scuola, avente tanti amici e ormai l’italiano lo sapete. Adesso anche in casa, sempre, sarà solamente in italiano che parlerete. Capito?

São Paulo, Brasil sec XXI

Edith Moniz

Paolo D’Aprile

Não está na política tampouco na economia que a corrupção afunda os seus alicerces. Não está no sistema da administração publica ou nos homens de farda que entram atirando nas favelas. Na fossa, no degrão mais baixo está a magistratura. Os juizes. Uma casta de intocáveis que manipula e constrói inquéritos e processos conforme as conveniências do momento. Sabe-se, é publica e notório. Todo mundo sabe, eu sei, o mundo inteiro sabe que justamente se escandaliza frente a arbitrariedade descarada com a qual são conduzidos os processos contra os mandantes e os assassinos de ativistas, de sem terra, dos muitos religiosos que levantam a voz em favor dos oprimidos. Como será que faz um juiz para condenar um amigo com o qual joga tênis no clube exclusivo e que talvez está noivo da filha do primo dele… como será que faz um juiz para condenar um seu vizinho, cuja fazenda faz divisa com a sua… como é possível exigir que os pertencentes a mesma casta, ao mesmo estilo de vida, cujas famílias compartilham momentos de lazer possam improvisamente começar a investigar processar e condenar-se entre eles…

O famoso bate-boca entre dois membros da corte suprema é emblemático: um aceso debate divide as opiniões, do debate ao insulto, do insulto as ameaças, das ameaça às respostas veladas de duplos sentidos e acusações: “…eu não sou um kapanga das suas fazendas…” Kapanga é o pistoleiro a serviço do patrão, aquele que poe literalmente um fim a qualquer tipo de conflito entre o trabalhador e o fazendeiro. Um juiz da corte suprema diz ao outro: “eu não sou um seu kapanga, mim não pode dar ordens desta forma, modera o tom de voz porque senão…” Imaginemos agora o que acontece os tribunais nos grotões do pais. Imaginemos o que acontece nos nossos tribunais, aqui na cidade, superlotados de calhamaços e papeis. Nós nos tribunais estivemos muitas vezes. Nós os juizes os conhecemos pelo nome e de alguns deles estivemos na casa para tomar um café e beber um martini. Conhecemos o mecanismo e sabemos como funciona. Vimos crianças condenadas a oito anos de prisão por ter roubado um pacote de balas. Vimos minas fechadas em celas com delinquentes e assassinos para serem usadas como escravas sexuais meses a fio (um favor do juiz às mafias locais). Não, não são excessões, é o inteiro sistema que é corrupto, demoníaco, o mal absoluto.