Cielo

Dicono gli esperti che oggi l’umidità relativa dell’aria ha raggiunto i livelli del deserto del Sahara. 32 gradi in pieno inverno, niente male. Fino a una settimana fa ce n’erano otto, a mezzogiorno otto gradi sbattuti da un vento siberiano. Oggi 32. Ma in quota l’aria continua fredda e l’inquinamento prodotto dai sei milioni di automobili che tutti i giorni circolano per le strade, rimane in basso, ad altezza naso, schiacciato dall’inversione termica. La foto in prima pagina fa paura. Una vera cupola grigia-nera-viola avvolge la città che rantola tra catarri e occhi irritati da un inquinamento mai visto. E la campagna elettorale prosegue tra i soliti colpi bassi. Campagna elettorale in cui saremo chiamati a scegliere: deputati dello Stato; governatore; deputati federali; senatori; presidente della repubblica. Nessuno si azzarda a parlare di misure concrete per migliorare l’aria, sarebbero troppo impopolari. La politica bieca fondata sulla crescita economica e sul consumo non vede altra cosa che non sia l’aumento del prodotto interno ad ogni costo.

La strada, sono capace di farla ad occhi chiusi, conosco ogni buco, ogni ondulazione dell’asfalto, ogni tombino. Il mio amico osserva con due occhi così. Viene da un paesino della bassa padana e, pur essendo un uomo di mondo, le dimensioni lo spaventano assai: troppa gente dappertutto, troppi palazzi, troppe macchine. Le sue domande sono fatte di pause, riflessioni e silenzi. Sa tutto. Ha bisogno di pochissime spiegazioni per capire il funzionamento, il meccanismo dell’ingranaggio che produce il lusso accanto alla miseria, i centri commerciali di cristallo e le sterminate favelas. Il cammino che conosco da vent’anni ci porta fin là, in quel tratto duodenale di strada trasformato ora in un quartiere con annessi e connessi – derelitto e periferico fin che vuoi, ma quartiere in piena regola con tanto di servizi pubblici, luce, acqua e linea di autobus, unità sanitaria locale e… Fermi tutti! Qui, propri qui, doveva esserci un enorme terreno abbandonato. Sotto la collina. Un terreno che serviva per nasconderci i morti ammazzati, i chili di droga, gli ostaggi rapiti. Dov’è finito il terreno abbandonato con i rottami di automobili rubate, con i focolai di zanzare della malaria, della febbre gialla e della dengue – quella malattia tropicale che se ti viene la prima volta stai male e basta, se la prendi la seconda muori dissanguato – dov’è finito quel terreno abbandonato in cui correva la fogna a cielo aperto proveniente dalla favela sulla collina, formando un rigagnolo di lordume che veniva usato come acqua per irrigare gli orti comunitari… Dov’è finito? Era qui. Il mio amico vorrebbe fermarsi, vorrebbe scendere per rendersi conto delle mie parole, per toccare col respiro l’atmosfera irrespirabile e osservare con i passi la terra ora asfaltata, ascoltare con gli occhi le grida delle centinaia di bambini sempre presenti, sempre uguali da vent’anni ma oggi completamente trasformati. Il mio amico non capisce il mio stupore davanti all’assenza del terreno abbandonato, per lui la foschia che si insinua tra i palazzi e la distesa infinita di tuguri miserabili è una visione già troppo apocalittica a cui i miei racconti non aggiungono un gran che. Vorrebbe fermarsi, ma invento una scusa, dico che è troppo tardi e che non abbiamo tempo. In verità non voglio fermarmi, sono troppo emozionato. E poi potrei incontrare tutti gli amici e allora diventerebbe tardi davvero. Con una rapida manovra faccio dietro front e mi rinfilo in un traffico da tregenda per accompagnare il mio amico all’aeroporto. Gli racconto la storia di quel quartiere che ho saputo da un amico brasiliano e che non perde occasione di parlarne, come se gli appartenesse, come se fosse una storia sua e che a furia di ascoltarla la sento adesso come se fosse mia.

Di notte però non riesco a dormire. Penso al mio terreno abbandonato che non c’è più, alla fatica che si faceva per impedire ai bambini di non andarci mai. Una fatica sprecata. Ce lo avevano sotto casa, davanti a casa, un enorme terreno abbandonato, un enorme irresistibile sterpaglia… Non chiudo occhio. Mi sveglio e parto. Voglio rivederlo, voglio ritornare là, nel tratto duodenale di strada. Ecco. Si chiama CEU: la parola “céu” significa “cielo” ma in questo caso è una sigla: Centro Educacional Unificado. Non c’è bisogno di tradurre. È uno delle grandi iniziative del Comune in atto già dalla passata gestione che, per fortuna, l’attuale amministrazione ha continuato. Una enorme scuola a tempo integrale, dalle elementari alle medie, provvista di strutture sportive, piscina, biblioteca, teatro, sale polivalenti e spazi aperti multiuso. Una struttura aperta durante il fine settimana che organizza corsi extracurricolari non solo per gli alunni, ma per le loro famiglie e per chiunque voglia iscriversi.

Il mio amico brasiliano a cui accennavo poc’anzi, mi racconta sempre che un milione di anni fa l’unità sanitaria locale, incaricò il centro comunitario dove lavorava, nato in una baracca di tre metri per quattro senza finestre, di organizzare un avamposto. Qualche mese dopo quattrocento bambini vennero vaccinati per la prima volta in vita loro. Poi quella stanza ospitò i corsi di alfabetizzazione del comune e il comune si accorse che proprio lì, di fianco all’enorme terreno abbandonato vivevano migliaia di persone. Continua dicendo che piano piano in favela arrivò l’energia elettrica, e che le strade, i viottoli, passarono ad avere un nome ed ogni casa un numero civico; qualche tempo dopo apparve una fermata dell’autobus con autobus incluso! Oggi il terreno abbandonato è pieno di bambini, accompagnati dai genitori. Pieno di gente. La piscina, i campi sportivi… Il mio amico brasiliano in cuor suo sa che forse anche lui ha contribuito alla trasformazione di quel tratto duodenale di strada, non lo dice a nessuno perché sostiene che in fondo le cose succedono per una serie di coincidenze che vanno al di là del singolo individuo, che sono mosse da processi storici irresistibili, che le masse popolari sono… e le elezioni e il governatore e il presidente…, quando comincia io lo lascio parlare perché il medico ha detto che non può essere contrariato.

Fatto sta che oggi il terreno abbandonato, l’infernale terreno abbandonato, non c’è più è andato in cielo è diventato CEU.