Cristo Redentor, braços abertos sobre a Guanabara

Minha alma canta, vejo o Rio de Janeiro. La mia anima canta, vedo Rio de Janeiro. Sono i verso di una stupenda canzone di Tom Jobim, sommo cantore e poeta di questo paese straordinario e della Cidade Maravilhosa per eccellenza.
Oggi si contano i morti. C’è chi dice 250, o forse molti di più. È bastato un giorno di pioggia, un giorno solo in cui si è riversata sulla città la quantità di acqua prevista per il mese intero. Una ad una le montagne hanno ceduto. Sono crollate come burro sciolto. La terra in furia travolge centinaia di palazzi, case, casette, tuguri, baracche, favelas intere. Quartieri come Santa Teresa, meta del turismo di mezzo mondo, vengono invasi da tonnellate di terra e fango. Il mare avanza sulla immensa spiaggia di Copacabana arrivando a lambire l’asfalto dell’avenida Atlantica con onde di quattro metri di altezza. Ma è nella città di Niteroi, dall’altra parte della stupenda Bahia de Guanabara, il grande golfo della città, che si consuma l’epilogo di decenni di oppressione. Sì perché anche se cercano in tutti i modi di affermarlo, non è colpa della pioggia. Anche in questo caso i responsabili hanno un nome, un cognome e un indirizzo conosciuto.
Immaginiamo allora un grande deposito di spazzatura che fino al 1981 raccoglieva l’immondizia di milioni di persone. Una vera montagna di merda alle cui pendici vivono centinaia di persone raccogliendo i resti, commestibili e non, utili per la loro sopravvivenza. Il comune decide di porre fine a tanta bruttura e ricopre di terra la montagna di lordume. Adesso sì che va bene. Adesso sì che è una vera montagna. La terra dà al luogo l’aspetto tipico del territorio locale. Il comune costruisce la strada che arriva fino in cima. E fino in cima la stessa gente che viveva alle sue pendici costruisce ora la sua casa. Il comune continua i lavori di infrastruttura, porta la luce e l’acqua. Lo stato fornisce i mattoni e il cemento per edificare abitazioni che non siano baracche di lamiera e compensato. Si forma un vero quartiere. Passano gli anni, e ci si dimentica che la montagna sulla quale sono sorte centinaia di case è in realtà un monte di merda. A valle ogni tanto si notavano sgorgare dalla terra fontanelle di liquame, ma chi è già entrato in una favela sa benissimo che questo è un fatto normale. Un primo allerta: qualcuno si ricorda le origini della montagna, gli studi della commissione di esperti lo confermano. Il comune invece dichiara che l’area è perfettamente sicura e che non c’è niente da temere. Poi la pioggia. Ed infine alcune esplosioni. È il gas metano accumulato dal lento decomporsi della montagna. È notte quando la frana ingoia centinaia di persone. Qualcuno riesce a fuggire avvisato dal rumore degli scoppi e da un provvidenziale sesto senso. Molti altri invece no. Si scava ormai da tre giorni senza sosta.
Un fotomontaggio mostra il Cristo Redentor con le lacrime agli occhi. La città è in ginocchio. Il Cristo Redentor, le braccia aperte sulla Guanabara, oggi, piange impotente le lacrime dei suoi figli più deboli. Senhor, misericordia!