Della marcia Perugia-Assisi 2010

Domenica 16 maggio 2010 si è svolta la 49a “Marcia per la pace”, inventata da Aldo Capitini nell’ormai lontano 1961. Il suo obiettivo è sempre stato quello di dar visibilità al popolo della pace, quei cittadini di ogni età che da quasi mezzo secolo si ritrovano sulle colline umbre per vivere una giornata di speranza. Quest’anno in particolare si è voluto parlare all’Italia e dell’Italia, un paese che sta vivendo una crisi non solo economica, ma politica; non solo culturale, ma dei suoi valori più profondi e che mette a dura prova la convivenza civile. Non a caso il fronte della Marcia di oltre centomila persone, è stato aperto da un grande caterpillar che issava un’enorme scritta : “I diritti umani non si sgomberano” e subito dietro c’erano loro, le “vittime”: parenti di chi è stato ucciso dalle mafie o dalla violenza quotidiana della guerra, uomini e donne dall’Afghanistan, giovani scappati alle maglie della polizia politica iraniana e talebana, palestinesi e israeliani, africani e africane, iracheni, i ragazzi delle baraccopoli di Nairobi (che daranno un bellissimo spettacolo di danza), e ancora i testimoni delle guerre dimenticate della Somali, del Sudan del Saharawi e tantissimi altri ancora. Si vorrebbe aver tempo e parlare con ognuno di loro perché la testimonianza di vita arriva subito al nocciolo delle cose, non tergiversa, dice la sua ragione e spesso è una ragione che si fa Storia di tutti. Fra le istituzioni, moltissimi i gonfaloni delle 600 città che hanno aderito. É una presenza che rivela, ancora una volta, l’identità italiana legata a un territorio, a un “Comune”, l’ente locale più vicino al cittadino, una presenza che dà l’idea che l’istituzione può essere “diversamente presente” fra la gente.

Poi ci sono anche gli operai, che dai tetti delle loro aziende in chiusura sono arrivati fino alla Rocca Maggiore di Assisi, come quelli della Merloni di Nocera, della Basell di Terni e di tante altre piccole fabbriche che gonfiano le statistiche economiche, dimenticando che dietro i numeri ci sono persone con nome e cognome, famiglie con bambini che la disoccupazione dei genitori riduce alla povertà. Non sono mancate le carriole dei terremotati de L’Aquila, i rom e i sinti, i comitati che si battono contro la privatizzazione dell’acqua… tante presenze, insomma, individuali e in gruppo. Soprattutto tantissimi giovani: freschi colori sotto le mantelle antipioggia e gli ombrelli svolazzanti. Il cattivo tempo non ha fermato nessuno degli oltre centomila partecipanti che hanno marciato per 24 Km da Perugia ad Assisi, a passo ora svelto ora tranquillo, ridendo e scherzando, cantando…

Conosci Capitini? Ah sì quello della marcia… i più vecchi, i veterani, riferiscono dettagli, altri iniziano a capire, interrogarsi, forse studiare da un nome… la Marcia è un’iniziativa forte che come tutte le iniziative forti aggregano generazioni diverse attraverso un gesto significativo, un comportamento fisico esemplare, in questo caso, il camminare. Non si tratta, infatti, soltanto di fare sport. In questa giornata c’è un significato in più oltre al sacco da picnic e il piacere di un giro all’aria aperta. Camminare diventa la metafora del futuro: si vuol andare avanti, nonostante la fatica. Si vuol procedere, a piccoli gruppi, da soli, ma tutti insieme con i propri colori. C’è chi si ferma per bere, per gustarsi un panino, chi cerca un angolo toilette, chi telefona, chi balla e chi corre, chi rallenta il passo… soprattutto verso la fine. La Marcia diventa massa, ma non pensa come una massa, non si lascia percorrere dagli spasmi che le masse lanciano e che sembrano permettere agli individui di fare ciò che vogliono perché in tanti e coperti dall’anonimità. Questa massa per la pace, vuole la pace appunto, che ha i suoi valori come fari che illuminano, proprio come “T’illumino di più”, la settimana (dal 10 al 16 maggio) dedicata all’impegno contro la censura, per la libertà e il diritto d’informazione.

Ti è piaciuto il messaggio di Napolitano? Certo, già il fatto che un Presidente della Repubblica lo abbia inviato va stare meglio. Certo che sì, almeno ci sentiamo ascoltati. Ovvio che sì, ci si sente riconosciuti. É vero, è proprio questo il sentimento più diffuso e importante: sentirsi riconosciuti dalla più alta carica dello Stato e anche creduti nelle idee e i valori per cui si è alla Marcia. ”La Marcia della pace – ha Napolitano nel suo messaggio – si conferma anche quest’anno un appuntamento di grande significato per quanti quotidianamente sono impegnati in difesa di fondamentali valori umani e sociali… I numerosi giovani e gli stranieri immigrati coinvolti nei percorsi di formazione nell’attuale edizione rappresentano una preziosa opportunità per riaffermare e attuare concretamente l’insieme dei valori e dei principi che i padri costituenti posero a fondamento della convivenza democratica. Valori e principi la cui proiezione universale è efficacemente sintetizzata nell’obiettivo della marcia di quest’anno: promuovere un impegno coerente per la pace e i diritti umani”. E conclude infine il messaggio: ”I diritti inviolabili dell’uomo che risiedono nella Costituzione repubblicana (e in particolare negli articoli 3, 10, 11 e 22) richiedendo alle istituzione e ai cittadini l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, tolleranza, accoglienza e inclusione sociale, pone nel contempo questi diritti e doveri alla base della pacifica coesistenza tra i popoli e le nazioni”.

E dopo la Marcia che si fa? Si continua a camminare! A correre! Perché? Perché le cose da fare in Italia sono tantissime. Dove? In ogni luogo. Là dove abitiamo. Là dove passiamo. Là dove ci incontriamo. La Marcia allora prosegue? Sì. Tutti ne sono consapevoli. E Flavio Lotti, coordinatore della Marcia, lo ribadisce all’inizio e alla fine: “Abbiamo bisogno di una marcia quotidiana. Non di eventi ma di un lavoro giorno per giorno e abbiamo necessità di fare tutti un grande investimento educativo. Insieme per superare divisioni e distinguo in quella che non è una passeggiata, ma un laboratorio di riflessione politica che, ad ogni marcia, costruisce un’agenda che nasce dai seminari e laboratori preparatori, luogo di elaborazione di un’agenda politica della Perugia-Assisi. Agenda per suggerire alla politica, se non le soluzioni, il metodo per affrontare le crisi che attraversano l’Italia e il mondo”.

La Marcia, dunque, è stato solo un momento in una catena d’impegno civico che dalla militanza individuale quotidiana di “prima” si riversa in quella di “dopo” questo evento di gioia e visibilità collettiva. La camminata era stata anche preceduta dal Forum della Pace (14 e 15 maggio) a Perugia, con oltre cinquemila fra giovani, gruppi, associazioni, amministratori e giornalisti, venuti da ogni parte d’Italia. Durante il Forum altri due incontri importanti: il Meeting nazionale dei giovani per la pace e il Meeting nazionale delle scuole di pace che erano 140 di ogni ordine e grado. L’idea era di capire cosa significa “far pace” e anche “con chi”. Fare pace con: la Costituzione, la Scuola, la TV che distrugge la sera ciò che la scuola costruisce al mattino!, lAfrica, la Legalità e la Giustizia, l’Afghanistan, l’Iran, con la Terra Madre, con la Politica, a Gerusalemme, con gli Immigrati, con i poveri, con il Lavoro e con l’Informazione e la Cultura. Quattordici percorsi proposti con sette Piazze di riferimento, che per un giorno cambiano nome e diventano “Le sette piazze dei Valori”: non violenza, giustizia, libertà, diritti umani, pace, responsabilità, speranza. In ogni piazza un laboratorio propone studio e animazione sul proprio “valore”: una grande esperienza didattica che ogni partecipante può portare a casa come buona pratica scolastica e di convivenza civile. La Marcia conclude queste giornate di studio, confronto, pensieri legati a esperienze spesso difficili, dall’Africa all’Europa dell’est, dal Medio Oriente all’America latina….

Al Forum, vera e propria Università della pace, si sono incontrate tutte le generazioni, ma soprattutto i giovani delle scuole secondarie invitate….Che portano risate di freschezza che scrosciano accanto alla pioggia, dentro la pioggia insistente e grigia… L’attenzione verso le testimonianze, strumento privilegiato di conoscenza al Forum, è grandissima. Le storie di vita, sempre forti e pregnanti, coinvolgenti e commoventi, mettono la persona di fronte alla persona, l’individuo di fronte all’altro che per empatia e com-mozione si identifica nella sua possibilità di vita.  Noi abbiamo seguito il Seminario “Facciamo pace con gli immigrati”. S’inizia con il video racconto di Dagmawi Ymer, rifugiato politico etiope che narra la sua odissea  dall’Etiopia, dove frequentava il secondo anno di giurisprudenza, attraverso la Libia poi fino all’Italia. Voleva costruire qualcosa nel suo Paese, invece nel 2005… 2000 morti e ventimila arrestati ad Addis Abeba gli suggeriscono la fuga. Sottolinea, infine, la gioia di poter parlare liberamente in Italia. Oltre a lui, sfilano con poche scarne ma indelebili parole, che si scrivono nell’anima, gli altri testimoni. C’è Pape Diaw dal Senegal, qui da 30 anni che dice: Nessuno sceglie dove nascere, ma può scegliere dove vivere. Come far pace con un emigrato? Evitare il noi e il loro. Porsi come persone senza aspettare le leggi. Quando s’incontra uno straniero dedicategli due  minuti, due soli minuti. Bisogna ricominciare a parlare. Parlare di meno, parlare tutti: potrebbe essere un nuovo slogan di rinnovata democrazia. Occorre ricominciare a praticarla, fin dal bar dove chi ti serve, spesso, allo straniero da del tu e all’italiano del lei! C’è Mimosa che viene dall’Albania, qui da 19 anni. Dice che si parte per cercare una vita più civile e invece si è afflitti da molte difficoltà. Si è pentita di essere andata via dal suo Paese, ma non ha più potuto ritornare indietro, perché nel frattempo i figli vanno a scuola e per loro forse sarà possibile una nuova vita in Italia. Ha avuto poco tempo per imparare la nuova lingua, cosa che succede soprattutto alle donne straniere che devono occuparsi della famiglia e non possono studiare. Per sentirsi meno sola, ha fondato l’Associazione albanese delle Marche, ma auspica l’imparare a essere cittadini del mondo. L’ex presidente delle Comunità islamiche in Italia, Muhammad Nur Dachan, medico in Italia da 44 anni, comincia con una quasi preghiera: nel nome di Dio unico che ci ha creati bianchi e neri, ricchi e poveri, ma tutti fratelli e sorelle, noi siamo i creati, Lui è il creatore. Dice che la Legge Italiana permette anche agli stranieri di vivere come italiani. E che gli stranieri non devono lasciarsi imprigionare dal senso di inferiorità anche se sono malguardati. Li invita quindi ad aiutare i nuovi arrivati, a diventare anello di una lunga catena di solidarietà che va dal primo arrivato come lui all’ultimo… Parlano ancora la filippina Paulita e Germeyo della Costa d’Avorio, che fa il “vigile extracomunitario” a Padova, dove il Comune ha previsto questa figura nei suoi sei quartieri, per ascoltare lagnanze di convivenza e problemi vari. Prima, racconta Germeyo, dice di aver incontrato diffidenza ed esser stato considerato uno spreco di denaro, poi lentamente i cittadini hanno preso fiducia e ora i vecchi raccontano loro anche la solitudine che provano: i “vigili extracomunitari”, forse, sono i soli ad ascoltare perché ne hanno patita tanta. E altri altri altri raccontano… storie storie storie…. che si accumulano nell’anima dei presenti e diventano politica perché Perugia dà loro la visibilità a essere piazza aperta e in discussione, in cammino, anzi… in Marcia!

Chi, tuttavia, ha commosso la platea è stato SAUAD KHAKSARI, giovane giornalista iraniano, esponente della generazione che in quel paese sta lottando contro l’assolutismo di Amadinejad. È stato fatto fuggire dal suo paese, via Istanbul, da colleghi italiani. Più volte imprigionato – l’ultima per sei mesi – presenta un video con immagini delle manifestazioni che hanno contestato le ultime elezioni del presidente iraniano e che hanno causato cento morti. Unico commento: Bella ciao, una canzone che gli sembra esprimere lo stato d’animo dei giovani che non combattono in montagna come durante la Resistenza al nazifascismo in Italia ma nelle piazze di Teheran. Dedica questa canzone al suo professore, ammazzato perché sospettato di terrorismo, così come viene chiamato il dissenso in Iran. Invece, era solo un bravo professore e un bravo giornalista che raccontava la verità.

Gli “stranieri”  – ma come chiamarli ancora tali dopo aver sentito le loro storie? – chiedono di poter parlare di sé, di non essere solo numero da statistiche, neutro e asettico, che non conturba anzi… fa massa quantitativa usata politicamente. Siamo usati politicamente – dicono – perché gli “stranieri” sono un tema caldo per raccogliere voti da parte dei partiti. Le nostre vite invece non interessano. A loro proposito si è parlato di respingimento, ma il 90% arriva con visto regolare poi caso mai diventa clandestino dopo, quando non rientra. Molti vengono da paesi legati storicamente  all’Italia  come la Somalia, il 10% arriva via mare. Si dimentica che non si arriva qui per curiosità, ma come ultima scelta obbligata. Si dimentica che il diritto d’asilo è sancito dall’art. 10 della Costituzione anche se non è mai è stato disciplinato sin dal 1948, da quando la nostra fondamentale Carta è entrata in vigore.

La vita ricomincia da zero, dicono in molti, quando si approda in Italia. Tutti dicono: vorremmo incontrare gli italiani ma dove? Non ci  sono  luoghi. In Italia si coltiva idea di essere invasi, quando altri paesi europei hanno da decenni molti più stranieri di noi. Ma aver paura di 5 milioni di stranieri in Italia significa entrare in guerra con loro o almeno in preallarme. Con l’ultimo Pacchetto di Sicurezza, molti studenti stranieri, divenuti maggiorenni, devono tornare al paese d’origine dei genitori, anche se sono nati in Italia, si trasformano in clandestini… nel paese che avevano cominciato ad amare. Perdono i diritti, anche se proprio tutti non li avevano: nei musei per esempio entrano gratis solo gli italiani! La legge è importante, ma in Italia si sta svolgendo una parabola discendente. Nel 1998, la prima legge sull’immigrazione era molto avanzata. Si riconoscevano agli stranieri i diritti sociali come l’accesso a scuola e i servizi sanitari. E’ stato il momento più alto di registrazione di accoglienza. Nel 2000 è entrata in vigore la Bossi Fini e nel 2009 il Pacchetto Sicurezza: si è passati da una restrizione all’altra fino a ridurre gli stranieri in stato di precarietà permanente, preludio alla loro criminalizzazione, con il paradosso che se uno straniero perde il lavoro magari dopo quindici anni che è in Italia perché la sua fabbrica chiude, diventa clandestino se non trova un’altra occupazione in sei mesi.