Dicono

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La gravità inaudita dei fatti di Rio dovrebbe far intervenire gli organismi nazionali ed internazionali, dovrebbe provocare la curiosità della stampa mondiale e di ogni individuo libero. Invece si è creato un clima di consenso universale che soffoca sistematicamente la realtà. Dalla mia poltrona di casa posso affermare che le notizie divulgate sono manipolate per conseguire fini illegali. Lo faccio sulla base dell’esperienza vissuta a San Paolo e dalla lettura delle poche voci critiche che urlano nel deserto. L’occupazione militare di un territorio gigantesco dopo una settimana di guerra aperta è la facciata di un vero e proprio crimine organizzato, messo a punto e realizzato a tavolino da parte degli organismi dello Stato. La versione ufficiale addossa ogni responsabilità dell’accaduto alle cosche di narcotrafficanti che, attraverso ordini provenienti dai boss rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza a centinaia di chilometri, hanno sparso il panico attraverso attacchi alla città, bruciando e distruggendo autobus e automobili, terrorizzando la gente. Un passo indietro: la politica di pubblica sicurezza è amministrata da ogni singolo Stato della federazione da un “secretário de segurança” nominato dal governatore. La polizia è divisa in due grandi organismi: la “polícia militar” responsabile per la manutenzione dell’ordine pubblico e la “polícia civil” che funge da polizia investigativa e giudiziaria. Organismi indipendenti e spesso rivali tra loro, che a volte entrano in conflitto di competenze. Non rari sono i casi di veri e propri scontri con tanto di vittime (il caso registrato in queste pagine nell’articolo “Non è vero niente” del 2008 è emblematico della realtà dello Stato di S. Paolo, simile in tutto e per tutto a quella di ogni altro Stato della federazione). La “polícia federal” invece è responsabile di questioni che interessano il paese, la struttura e la sua sicurezza, risponde al ministero della giustizia.
Torniamo a Rio. In un primo momento, gli attacchi alla città vengono definiti episodi isolati di vandalismo (bloccare il traffico di una importante arteria urbana e incendiare i veicoli, gli autobus, sparare sulla folla in panico, contemporaneamente in vari punti della città: vandalismo), poi, smentendosi spudoratamente viene adottata dalle autorità la versione tutt’ora ufficiale: l’ordine proveniente dai boss. Da Brasilia però arriva la dichiarazione che nega ogni connessione dei fatti di Rio ai boss rinchiusi sotto la responsabilità federale, che, a scanso di equivoci, vengono fatti trasferire di urgenza in prigioni molto più lontane, dalla parte opposta del paese. Infine si arriva ad una conclusione unanime: il centro nevralgico degli attacchi si trova nella favela di Vila Cruzeiro. Il governatore decide di espugnare il territorio, di invaderlo militarmente. Chiede aiuto alla polizia federale e ai marines (federali) che “imprestano” centinaia di uomini e carri armati. Comincia la battaglia. Chi conosce le favelas di Rio e San Paolo sa che non sono semplici baraccopoli ma enormi quartieri abitati da decine, centinaia di migliaia di persone, costruiti in terreni accidentati composti da casupole e palazzetti, agglomerati urbani addossati l’uno all’altro in un vero labirinto. I narcotrafficanti fuggono in massa sulla cima della montagna per raggiungere la favela vicina situata sull’altro versante. Ne contano per lo meno trecento. Dagli elicotteri e dai tiratori scelti appostati a chilometri di distanza, le polizie sparano sui fuggiaschi in panico, molti cadono altri vengono trascinati dai complici nella boscaglia. Arrivano sull’altro versante camminando tranquillamente. Un vero esercito in ritirata strategica armato fino ai denti. Favela… un eufemismo per definire una vera città nella città chiamata Complexo do Alemão con un totale di circa 400 mila abitanti. Vila Cruzeiro è liberata, la polizia entra trionfalmente e conficca la sua bandiera sul punto più alto. La sua bandiera: un pugnale infilzato in un teschio sovrastante due pistole incrociate. Il giorno seguente comincia l’assedio al Complexo do Alemão. Viene stabilito un ultimatum per arrendersi: “vi conviene perché altrimenti sarà troppo tardi” dice il capo della polizia, prevedendo il bagno di sangue. La favela è circondata, ogni accesso bloccato. Nessuno si arrende, i circa mille uomini armati agli ordini dei boss, che hanno terrorizzato la città, sembrano volatilizzati nel nulla. La polizia entra, salgono prima i carri armati che spazzano via ogni barricata, poi i soldati. Si cerca casa per casa, niente. Dei narcotrafficanti non ce n’è più neanche uno. Si trovano tonnellate di droga e depositi di armi: mitragliatrici, dinamite, bombe, mortai, bazooka, armi pesanti provenienti da tutto il mondo e dai depositi del nostro esercito. A parte qualche cattura significativa, gli uomini del traffico non ci sono più. Vengono individuate i loro bunker e le loro case “di lusso”, con marmi, vasche di idromassaggi e televisioni al plasma, immediatamente aperte al saccheggio della popolazione sotto le risate di incentivo dei soldati delle truppe speciali. Non una traccia dei trafficanti. Oggi si sa che sono fuggiti per i canali sotterranei, tubature di gallerie pluviali che sbucano a chilometri di distanza. Centinaia di uomini fuggiti in fila indiana nottetempo ad un assedio di venticinquemila soldati e le telecamere di mezzo mondo!

Qualcuno comincia a parlare, lo fa timidamente temendo la rappresaglia delle autorità: dice che i narcotrafficanti hanno pagato per fuggire, hanno fatto un accordo, hanno contrattato la loro sopravvivenza in cambio di una nuova gestione del potere territoriale. Queste affermazioni stanno diventando via via più consistenti. Oggi sono quasi ufficialmente accettate anche da parte di alcuni organi di stampa che fino a ieri si sono comportati da portavoci ufficiali di un governo assassino e corrotto. Oggi di fronte allo smacco subito dall’esercito (ossia le tre polizie –federale civile e militare più gli uomini della marina con i loro mezzi blindati) si cerca di trovare parole di circostanza per spiegare l’inspiegabile. Il clima è però ancora quello dell’euforia comandata: abbiamo sconfitto definitivamente il narcotraffico, abbiamo riconquistato il territorio! E come simbolo del successo, schiere di operai entrano dove prima erano accolti a spari per cominciare i lavori di bonifica del territorio: fogne, energia elettrica, acqua. La quasi totalità della stampa è caduta nel tranello ufficiale: l’esistenza di un dualismo manicheo, i buoni e i cattivi, il bene e il male, i trafficanti e la polizia. La gente del posto (come sappiamo anche a San Paolo, anche se nessuno lo dice) però sa che non esiste attività criminale in cui la polizia e le autorità non siano presenti. Dalle lotterie clandestine, ai sequestri di persona, dalla ricettazione al traffico di droga, ogni attività criminale vede la partecipazione o di singoli individui legati allo Stato o di intere strutture agli ordini di colonnelli e ufficiali. Le prove? Vi invito a farvi un giretto con me stamattina in centro. In mezz’ora avremo tutte le prove che volete. Ecco il punto! Ecco il vero fulcro del problema. Uno Stato corrotto nelle sue pieghe più inaccessibili disputa il potere di un territorio enorme con gruppi di trafficanti, armati fino ai denti dalla stessa corruzione, per poter dominare direttamente, attraverso i gruppi paramilitari, non solamente il commercio di droga (che a Rio impiega tanta gente quanto la Petrobras e fattura quanto l’intero settore tessile dello Stato) ma anche ogni tipo di servizio: dai trasporti, all’erogazione di acqua e luce, dai telefoni al gas. I gruppi paramilitari, chiamati Milizie, hanno condizionato le elezioni, hanno presentato candidati propri, hanno influenzato il voto di milioni di persone. I lavori faraonici previsti per i Mondiali di Calcio del 2014 e le Olimpiadi del 2016, la divisione degli appalti, il controllo della loro esecuzione, ha fatto diventare improvvisamente obsoleto lo stile di traffico di droga che fino a ieri vigeva indisturbato. Gli uomini dello Stato hanno già la struttura pronta per prenderne il posto, hanno già il potere di negoziazione sulla vita e sulla morte dei singoli cittadini di immense aree urbane, possono praticamente tutto, sono intoccabili, agiscono con l’avvallo della grande stampa e dei grandi canali di comunicazione che nelle classi popolari vedono o l’oggetto della loro pietà o del loro biasimo a seconda della trasmissione del momento.

Per questo ribadisco che dovrebbero intervenire gli organismi internazionali, per questo faccio appello alle coscienze degli uomini, degli amici, dei miei colleghi, di ciascuno di noi.

Un amico Italiano mi telefona: ciao Paolo, sono a Rio, domani facciamo una gita alla Rocinha, la conosci? Dicono che sia una favela enorme. Ci portano su con la gip, potremo anche parlare con gli abitanti per condividerne le esperienze…, dicono che c’è un panorama bellissimo, ci sei mai stato?

P.S. Ultima notizia dal giornale Folha de São Paulo: Comincia l’investigazione sulla facilitazione della fuga dei trafficanti e sulla sparizione di denaro. La polizia militare e civile ufficialmente non ha ritrovato nessuna quantità di denaro in contanti. La polizia federale ha annunciato di aver rinvenuto 39.850 reais. L’esercito ne ha rinvenuti 106.000. Questo montate dichiarato dall’esercito è stato registrato come un totale di 75.100. I conti non tornano.

Le famiglie dei trafficanti uccisi affermano che i corpi sulla montagna, in una zona ancora inaccessibile, se li stanno divorando i maiali.

Le informazioni che divulgo, sono accessibili sui siti internet www.folha.uol.com.br ; Luiz Edurdo Soares, ex segretario nazionale di pubblica sicurezza (2003) e ex coordinatore di questo settore nel governo di Rio (1999-2000) afferma: “esiste una associazione organica tra settori della polizia e gli affari criminali nelle favelas della città”, “un mancato accordo rispetto ai valori da pagare alla polizia dai trafficanti sarebbero all’ origine degli attacchi che hanno preceduto la ‘conquista’ delle favelas”( dal http://luizeduardosoares.blogspot.com/ )