È morto il maestro Raimon Panikkar

Riportiamo il ricordo di Francesco Comina, pubblicato su “Il Fatto Quotidiano”, “Alto ADige” e sulla newslwtter “La Nonvioenza è in cammino”.

Si può ancora cantare perché siamo mortali

L’ultimo biglietto di Raimon Panikkar mi arrivò tre mesi fa. Era scritto con la sua solita penna stilografica nera. Mi sono dovuto sforzare parecchio per ricomporre una calligrafia strisciata, tirata, quasi come una linea retta. Il biglietto si chiudeva con questa frase: «Si può ancora cantare perché siamo mortali…».

Il canto di uno dei più grandi pensatori contemporanei si è spento l’altroieri nella sua casa di Tavertet, un paesino abbarbicato sui Pirenei, a cento chilometri da Barcellona. Da tempo Panikkar si era preparato all’evento. Aveva novantadue anni. Ha vissuto una vita intensissima. Fino alla fine. La settimana scorsa ha ricevuto la visita dell’amico Achille Rossi e di tre giovani. L’ultima sua presenza ad un evento pubblico si è avuta due anni fa a Venezia per l’omaggio che la città gli ha offerto per i suoi novant’anni.

Panikkar non amava le definizioni. Ogni volta che si tentava di catturarlo, sfuggiva sempre, sia sul piano teorico, razionale, sia sul piano esistenziale. Figlio di madre catalana cattolica e padre indiano induista, aveva il sangue fortemente impastato di pluralismo. Amava i ponti, odiava i muri. Immaginava il mondo come un reticolo di strade che si intersecano e si incrociano. Aveva una cultura vastissima. Era laureato in chimica, filosofia e teologia. Conosceva sette lingue. Un giorno mi chiamò perché lo aiutassi a rivedere le bozze di un suo libro tradotto dal tedesco. Mi impressionò la cura che metteva nella ricerca fonetica delle parole tradotte, come se volesse ricostruire il suono che egli immaginò nello scrivere il libro. Ha insegnato in varie università, in Europa, in India e negli Stati Uniti. Ha scritto una settantina di libri, molti tradotti anche in italiano. Negli anni Cinquanta e Sessanta era già conosciuto. Teneva dialoghi con i grandi pensatori del tempo da Karl Kerenyi a Emmanuel Levinas. Aveva avuto un importante ruolo nel Concilio Vaticano II. Le sue tesi avevano influenzato teologi come Yves Congar, Hans Kung, Juergen Moltmann, Leonardo Boff.

Quando lo incontrai per la prima volta fu ad un convegno interreligioso ad Assisi. Rimasi folgorato dalla forza del messaggio e dalla totale libertà di rappresentazione dei mondi religiosi che egli conosceva dall’interno. Lo invitai a Bolzano e a Trento e in entrambe le occasioni affollò le sale della conferenza. Era svincolato da letture dogmatiche o ideologiche. Per la prima volta sentivo parlare di un «Cristo sconosciuto dell’induismo», di una realtà «cosmoteandrica» come connessione indissolubile delle tre dimensioni della realtà, quella cosmica, quella divina e quella umana. Panikkar sosteneva sempre che per conoscere le altre religioni fosse doveroso un atto di «conversione», altrimenti non è possibile capire la sorgente divina che batte sulle strade di altri cammini spirituali. In una espressione famosa Panikkar disse di sè: «Sono nato cristiano, mi sono scoperto indù e torno buddhista, senza avere mai perso di vista la mia matrice originaria». Come dire che la fede non può essere una dimensione chiusa dell’esperienza di vita, ma deve necessariamente porsi come elemento di apertura agli altri fino al punto di ammettere la conversione per collocarsi nell’orizzonte dell’alterità. Amava ripetere riecheggiando il vangelo: «Chi ha paura di perdere la fede la perderà…». Non sopportava parole come «multiculturalismo» o «civiltà planetaria», che gli sembravano dei tentativi di uniformare e omogeneizzare la storia. In una discussione che facemmo qualche anno fa mi disse: «Viviamo da troppo tempo dentro una sindrome pericolosa, la stessa che presumeva che solo una religione fosse vera e che le altre fossero semplicemente dei cammini spirituali errati. Oggi si fa esattamente così quando si postula una democrazia mondiale, una scienza universale, una globalizzazione dell’economia e via dicendo. Il monoculturalismo è molto pericoloso. Credo che il problema che dovremmo porci sia diametralmente opposto: come renderci conto che nessuna cultura è isolata e che nessuna religione può cavarsela da sola?».

Anche sul piano del progresso e dello sviluppo, Panikkar era fortemente critico: «Il sistema economico attuale – mi disse – è l’ultimo baluardo del colonialismo. Solo il 25 per cento gode del privilegio del progresso, ma il 75 ne porta il peso. Se tutto il mondo utilizzasse tanta carta quanta ne consuma il nord non ci sarebbero più alberi sulla terra. Il complesso tecnocratico oggi ha invaso il resto del mondo con molta più efficacia e incidenza rispetto all’impero politico e religioso».

Panikkar è considerato un grande maestro anche in India. Da giovane aveva incontrato Gandhi ma l’amicizia più importante la fece con un’altra grande anima: Henri Le Saux, il monaco benedettino francese conosciuto come Abhisiktananda. Con lui fece un lungo pellegrinaggio alle sorgenti del Gange. E lo raccontò in un libro. Oramai nella vecchiaia decise di fare un pellegrinaggio sul Kailasa, il monte sacro dell’India, per rispondere ad una promessa fatta a suo padre. Fece quell’impresa come fosse un «evento ultimo». Quando tornò a casa scrisse questi versi, oggi più veri che mai:

«Va’, come se non andassi

come se non riuscissi, rinuncia

Senza pellegrinare sii pellegrino

pellegrino verso il Non-luogo

ora – qui».
I funerali si terranno il 3 settembre nel monastero di Montserrat, vicino a Barcellona.