È uscito il primo romanzo di Alberto Camata

“Un libro non si nega a nessuno”, mi ha detto  ironico Luca Realdi vedendomi entrare nella sede di Macondo con gli scatoloni contenenti le copie del mio romanzo “Un nome rubato”.
Forse è così, non lo so, per me non è stato immediato trovare un editore onesto disposto a spendersi e credere nel mio lavoro. Di farabutti sì che ne ho trovati, ma li ho lasciati ai loro inutili e falsi salamelecchi.

E poi ho pensato ai libri che Macondo ha pubblicato o divulgato, i bei romanzi che  ha proposto erano comunque autobiografie o biografie, mentre il mio è il primo romanzo frutto di fantasia, quindi si discosta da una ‘tradizione’ e, spero, sia il precursore di una nuova.

Di che cosa parla il libro?
Narra le vicende di una famiglia semplice, a suo modo allargata, della fatica quotidiana per migliorare le sue condizioni di vita sullo sfondo della grande Storia che, inevitabilmente, entra e modifica la vita di ognuno.
È una storia di sentimenti, di ricerca di relazioni, del desiderio del bene che si scontra inevitabilmente col male, con la sua prepotenza, arroganza, indifferenza. Della forza di reagire al male, di guardare avanti, ma anche il piacere di farsi servitori del male, di godere del male altrui, di fare il male per perseguire i propri interessi.
É una storia che inizia durante il periodo fascista e termina a metà degli anni ’70. La storia, la politica, la religione, la formazione si intrecciano nella vita dei protagonisti offrendo soluzioni narrative non scontate.

L’ho ambientato nelle mie terre, nella zona, come dice il romanzo, “tra la Piave e la Livenza, poco prima che i due fiumi diventino mare”.
Ho scelto questa zona perché la conosco e perché ci sono stati dei grandi predecessori che mi hanno dimostrato che parlando di un territorio si può comunque parlare del mondo (Eduardo De Filippo ha sempre raccontato Napoli, ma ogni angolo del mondo vi si può riconoscere) e perché queste zone non sono mai state romanzate. Abbiamo avuto validi poeti come Romano Pascutto o Giacomo Noventa, ci sono stati scritti teatrali, ma sempre finalizzati a riscoprire il folklore, però un racconto che attraverso la mia gente raccontasse una storia che potesse essere ‘sentita’ come propria da ognuno, di questo non ho ricordi.
Dopo tutto questa terra ha una storia recente, è terra di bonifica, una storia troppo breve per riconoscere le radici della tradizione, una terra che ha cambiato repentinamente volto, quasi dimenticando il passato.
È un omaggio alla mia gente, alla gente dei campi, a coloro che hanno faticato e hanno contribuito a migliorare anche le mie condizioni di vita, gente chiusa, diffidente, lavoratrice, fedele al vino, “grebani” vengono definiti in dialetto spregiativamente, cioè zolle, ovvero, e mi vien da ridere pensando ai Leghisti, “terroni”.

Devo infine ringraziare Gaetano Farinelli, il signor ‘madrugada’, che grazie al suo aiuto, ai suoi suggerimenti, alle sue bacchettate,  ma soprattutto, alla sua amicizia mi ha dato la forza di credere in me e in quest’opera.