Europa, dove sei?

Homo sum, humani nihil a me alienum puto” (Sono uomo, non considero a me estraneo niente che riguardi l’umano) Terenzio. Nella riflessione che segue, non considero a me estranea la crisi europea, nonostante sia geograficamente distante e nonostante io sia leigo in materia economica. La mia è la riflessione di un pensante, che vuol capire, anche partendo da lontano.

Emmanuel Mounier descrisse così la società (borghese) del 18° e 19º secolo: “Un uomo astratto, senza relazioni o legami con la natura, dio sovrano in seno a una libertà senza direzione e senza misura, che subito manifesta verso gli altri diffidenza, calcolo, rivendicazione; istituzioni ridotte ad assicurare la convivenza reciproca degli egoismi, o a trarne il massimo rendimento associandoli fra loro in funzione del profitto” (in: Il personalismo, 1950). Lo stesso Mounier parlava di una civiltà in agonia, votata al fallimento.

Chi salvò la situazione fu il marxismo, lo si voglia riconoscere o no. Il comunismo non è riuscito a soppiantare il capitalismo liberale, ma obbligò il sistema occidentale a ristrutturarsi, introducendo la lotta di classe tra il capitale e il lavoro, che a sua volta ha trainato l’organizzazione sindacale. Ci fu confronto violento, ma alla fine si stabilirono equilibri: i detentori del capitale accettarono tasse (relativamente) alte, rinnovi salariali e interventi dello Stato in cambio di certe garanzie di prosperità e continuità. Gli operai collocarono in primo piano l’esigenza di diritti sociali piuttosto che la conquista social-comunista del potere. Ci guadagnarono il capitale, il lavoro e… l’Europa.

Gli operai poterono comperare l’auto e la casa, mandare i figli all’università… Ci fu una soddisfacente pace e assistenza sociale, e riduzione della disuguaglianza tra le classi. Questo non è poco: non c’è stato negli Stati Uniti, per esempio, e meno ancora dove vigeva il capitalismo dipendente (nel terzo mondo). L’Europa ha eliminato la ruggine delle ex-colonie nei suoi confronti; ha superato situazioni di autoritarismo distruttivo e guerre suicide interne; dopo la caduta del comunismo, ha integrato nel suo seno i paesi dell’Est. Come UE, ha varato leggi politiche, economiche e giuridiche, sia per salvaguardare che per circoscrivere gli interessi nazionali dei paesi membri…

UE, politica internazionale e crisi

Da tempo si stava criticando l’Europa perché, avendo un modello invidiabile, quasi ideale, non aveva un suo marketing propagandistico a livello internazionale, come invece gli Stati Uniti hanno e sbandierano. Gli Stati Uniti si sono screditati in più di un’occasione e ultimamente con l’arroganza imperiale che ha innescato in Medio Oriente guerre che legittimano il programma bellico che alimenta il Complesso Militare Industriale che divora, come un gigante parassita, 80% del debito fiscale statunitense. Ma gli Stati Uniti riemergono sempre perché hanno autostima e unità politica.

Si pensava che per l’Europa fosse arrivato il momento di conquistare l’egemonia nella politica internazionale, o almeno svolgere un ruolo più attivo, autonomo, per esempio, sul problema del Medio Oriente, tra palestinesi e israeliani; e sulla relazione tra paesi cristiani e paesi islamici; in appoggio alle democrazie contro i sistemi autoritari…

Ma ora i miei amici italiani mi scrivono col tono accorato che fu di Mounier: parlano di un’Italia e un’Europa alla deriva. La lista negativa è lunga: crollo finanziario dell’Islanda; minaccia di bancarotta nei paesi dell’Est: Polonia, Ungheria, Ucraina, Lettonia…; recessione e depressione perfino in Germania e Francia! Poi, il tracollo della Grecia; già è in vista una crisi per la Spagna, strozzata dal FMI, e per il Portogallo e forse anche per Paesi più al Nord. Venendo all’Italia, previsioni serie dicono che per la prima volta nella storia dell’Occidente i figli staranno peggio dei padri. Il 50% degli italiani quest’anno non possono concedersi vacanze in luoghi di villeggiatura…

Cause della crisi

Per cominciare, la crisi è macro e non è ben spiegata. Nella vicenda deve esserci un bandito principale e altri secondari. Voglio qui elencare e questionare brevemente quelle che sono appuntate come cause principali della crisi.

Italiani e europei stanno vivendo al di sopra delle loro possibilità? Probabilmente sì, ma sappiamo che nel periodo post-industriale la produzione di beni non è problema, grazie a tecnologia di punta e automazione; semmai il disavanzo ci è pagato dal terzo mondo, strozzato da leggi economiche e commerciali ingiuste. Serio è invece il problema ecologico, perché il modello del nostro sviluppo è predatore e sta provocando uno choc energetico e ambientale.

Il sistema pensionistico è stato mal preventivato? Senza dubbio. Bisognerebbe avere il coraggio – più che di spostare l’età del pensionamento, accompagnando la crescita dell’aspettativa media della vita – di rivedere le quote delle pensioni e stabilire un tetto per chi riceve più di una pensione; inoltre, di nuovo, sono gli extracomunitari (in regola o clandestini) che pagano per i nostri pensionati, con quello che è decurtato dalla loro busta paga.

La concorrenza dei giganti emergenti Cina, India, Brasile (con meno leggi a proteggere i lavora-tori) dà scacco matto alla produzione europea? Sì, ma in passato i prodotti europei, garantiti dalle buone condizioni di lavoro e dalla creatività, erano di alta qualità e reggevano bene la concorrenza.

Il sistema finanziario in crisi sta trascinando nel precipizio l’UE? A mio parere il bandito della storia attuale è proprio quest’ultimo, il sistema finanziario, ultima espressione del neoliberalismo di matrice USA e Regno Unito.

La burla cancerosa

Nel sistema neoliberale vi è un capitale buono investito nella produzione e un capitale cattivo investito nella finanza. La semplificazione serve a capire; e la distinzione va fatta anche se i due capitali spesso sono in simbiosi. Dicono gli economisti che il 96% dei capitali del pianeta è investito non nella produzione, ma nella finanza-speculazione! Altri valutano in 40% i benefici che le grandi corporazioni ricavano dagli affari finanziari-speculativi. Si calcola che il capitale finanziario mondiale è 20 volte quello del Prodotto Lordo mondiale!

In altre parole, col libero flusso di capitali voluto dalla globalizzazione, c’è il capitale finanziario che vola 24 ore al giorno e in tempo reale da una borsa all’altra, da un mercato all’altro, in cerca del maggior profitto. Si tratta in gran parte di “azioni” che acquistano valore in base a “proiezioni future” e che quindi sono “virtuali”, ma riescono ad ottenere guadagni “reali” ai grandi investitori a spese dei piccoli. La finanza lavora come le catene di Sant’Antonio che danno grandi vantaggi a pochi all’inizio e che finiscono, immancabilmente, per inflazionare, fallire e pregiudicare molti. È una invenzione disonesta di furbetti, i quali però sono… personalità internazionali(!). Il capitale finanziario dovrebbe essere sgonfiato perché è lui la mega-bolla, e non questo o quel paese di turno.

Quando il gioco ha minacciato un crack internazionale, i governi dell’Europa, senza battere ciglio, hanno messo a disposizione 900 miliardi di euro per salvare il sistema bancario-e-finanziario; essi invece avrebbero dovuto smascherare quella che José Saramago, recentemente scomparso, definì “burla cancerosa”. Era giunto anche un SOS della FAO che, per risolvere lo scandalo della fame nel mondo in crisi alimentare, chiedeva 30 miliardi di euro; ma i paesi europei dissero che non disponevano di tanto(?!?) e… ridussero drasticamente i già avari aiuti al terzo mondo!

In sintesi, il nemico dell’Europa è il neoliberalismo che, ora, con la finanza ha tolto ogni autorità ai paesi europei e l’ha trasferita alle banche, il cui potere sta condizionando sempre più imprese, industria e commercio, e ha già obbligato a cancellare conquiste sociali di ieri. Nei secoli 18º e 19º ci fu la lotta tra i due: capitale e lavoro; ora è lotta tra finanza e lavoro; meglio, è una lotta di tre: capitale finanziario, capitale produttivo e lavoro.

Crisi di fiducia

L’Europa ha perso la fiducia in se stessa e tale crisi di fiducia è più grave di quella economica. L’Europa pare aver accettato la definizione di essere vecchia, sul viale del tramonto, in una decadenza splendida e/o sbracata, lei, il continente dei lumi, della ragione, dei diritti umani, della sicurezza sociale e della minor disuguaglianza sociale del pianeta.

Voglio solo accennare all’atteggiamento, ben differente, del Brasile e del presidente Lula nella crisi. Lula si disse disposto a “domare lo tsunami della crisi e trasformarlo in marolinha (maretta)”. La stampa asservita al sistema internazionale ha ironizzato molto sull’espressione, ma i fatti gli hanno dato ragione. Lula, con riduzione di imposte e ampliamento del credito, ha evitato che ci fossero fallimenti dovuti a mancanza circostanziale di liquidità. Così, quando è caduta la domanda esterna e di conseguenza sono diminuite le esportazioni, è cresciuta la domanda interna. Furono creati oltre un milione di nuovi posti di lavoro. Il 2010 è cominciato con il Brasile secondo solo all’India, per crescita. Questo ci fa dire che “la crescita è figlia della fiducia”. L’Europa manca di fiducia… e di peso internazionale. La previsione di anni magri, con crescita minima, non aiuta certo a reagire.

Peggio, c’è crisi di valori, con ritorni di razzismo, xenofobia, egoismo provinciale, fanatismo… Mentre scrivo, la Francia di liberté-egalité-fraternité sta liberandosi dei fratelli rom. Qualcuno (per es., Enzo Bianchi) ha lanciato l’allarme “stiamo tornando a piccoli passi verso la barbarie”. È l’agonia della modernità borghese ormai giunta alla barbarie senile? O, addirittura, la fine del modello occidentale? In Europa c’è cassa solo per il calcio che corrisponde ai giochi circensi dell’impero romano in decadenza.

E la chiesa in questo dramma? Essa richiama alla mente l’orchestra del Titanic che continuava imperterrita l’esecuzione di una sinfonia di Beethoven mentre il transatlantico affondava. L’atteggiamento della chiesa è anni luce lontano dalla sua missione di “interpretare il tempo presente” (Lc 12,56); “contrastare la banalizzazione dell’esistenza umana” (A.J. Heschel) e promuovere il Regno di Dio nel mondo, “giustizia, pace e gioia nello Spirito” (Rm 14,17).

Cercando soluzioni

Come risolvere la crisi? Nel 1929 la grande crisi fu superata con l’intervento massiccio dello Stato (USA), ma oggi gli stati non hanno forza né voglia di intervenire. In particolare, gli stati retti da governi di destra, sempre preoccupati della stabilità monetaria e non della vita delle persone, sono ostaggi che collaborano convinti con i loro sequestratori. Inoltre, come ci ricorda J. Saramago, “il potere economico è sempre esistito e il potere politico è sempre stato legato ad esso: sempre è esistito un concubinato tra questi due poteri. Ma i cittadini stanno qui in basso”. Purtroppo i cittadini vivono dentro di una democrazia che è una farsa, dove ciascuno, telecomandato, pensa di essere libero, informato e illuminato più degli altri.

Bisognerebbe che il capitale produttivo dettasse restrizioni al capitale finanziario, impresa non facile perché essi sono mescolati, anzi, la finanza ha preso il sopravvento. Ma questa è la sfida per l’Europa: creare le condizioni per il capitale produttivo svincolarsi relativamente dal capitale finanziario. Dice Alain Touraine: “Bisogna ristabilire priorità per ottenere una difesa mondiale contro gli attacchi degli speculatori. Nel mondo intero si sperimenta la necessità di […] ristabilire il vincolo tra la funzione della finanza e le funzioni di produzione, impedendo al mondo finanziario di lanciarsi di nuovo alla ricerca esclusiva del suo massimo beneficio e allontanarsi dal suo ruolo di investimento e credito”.

Come detto all’inizio, gli eroi contro il capitalismo liberale di ieri furono la lotta di classe e il sindacato. Ma oggi? Boaventura de Sousa Santos prevede un ritorno della lotta di classe, ma manca una teoria che sia confacente col panorama socio-politico-economico odierno. Senza di essa la lotta diventa caos e provoca ingovernance. Oltretutto la sinistra è assente: non pensa, non agisce, non arrischia un passo. Quanto ai sindacati, Boaventura dice: “La frammentazione del lavoro e la società di consumo determinarono la crisi dei sindacati. Coloro che lavorano non hanno mai lavorato tanto come adesso e mai è stato così difficile per loro identificarsi come lavoratori. La resistenza avrà nei sindacati un pilastro, ma esso sarà molto fragile, se la lotta non sarà condivisa in piede di parità da movimenti di donne, ambientalisti, consumatori, diritti umani, immigranti, contro il razzismo, la xenofobia e l’omofobia. La crisi attinge tutti perché tutti sono lavoratori”.

Ma si può fare un discorso mistico: il fallimento del sistema neoliberale (sistema che Francis Fukuyama aveva preconizzato essere definitivo), porterà i padri delle nazioni a tirar fuori dal baule dell’umanità cose nuove e cose vecchie. Forse ci aspetta un tempo di grandi innovazioni sociali, per una società post-capitalista (perfino Keynes se l’augurava). “Rottura di blocchi ideologici, di strutture oppressive, speranza nella rigenerazione umanista delle relazioni sociali” (Jorge Beinstein).