Femminicidio

(di Lien De Coster per Women International Perspective, 18.6.2010, trad. e adattamento M.G. Di Rienzo)

Entrando nel cortile trovo immediatamente difficile respirare. Circola un’energia carica di emozioni talmente forti che è impossibile non esserne toccati. Il cortile è zeppo di gente, per lo più donne vestite di nero. Scorgo con felicità una delle mie colleghe e, con qualche sforzo, vado a sedermi accanto a lei.

Questo non è il solito pomeriggio di novembre, a Guatemala City. Oggi non stiamo dando conto di una storia qualsiasi. Stiamo visitando “Sobrevivientes”, un’organizzazione che dà sostegno alle famiglie e agli amici delle vittime di femminicidio. E cioè, per metterlo in chiaro, a coloro le cui madri, figlie o amiche sono state assassinate semplicemente perché donne. Io ho scritto la mia tesi di laurea su questo soggetto, ma oggi non potrei essere più sconvolta.

Una ragazzina, Ana Virginia Nuyens Cardenas, racconta il brutale omicidio di sua madre, che ha ricevuto 23 colpi di arma da fuoco. L’assassino ha spiegato in tribunale che l’ha colpita così tante volte affinché soffrisse di meno. Ha avuto una riduzione di pena, per questo. Mentre la voce della fanciulla si spezza, sento le lacrime corrermi lungo il viso.

Quando le testimonianze sono terminate, comprendo che dovrei parlare alla gente, fare qualche intervista, raccogliere più materiale per l’articolo. Invece mi trovo a fissare le croci rosa nel corridoio. Ogni croce simboleggia una delle donne che sono morte. Ogni croce porta il nome e l’età della vittima, ed è “vestita” con gli abiti della stessa. Quando arrivo a tre piccole croci vicine l’una all’altra, appartenenti a Diana, Wendy e Geidi, dell’età di sette, otto e dodici anni, comincio a sentirmi male.

Il giorno dopo resto a letto, e mi perdo il Giorno internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Mi chiedo come le donne del Guatemala, del Messico, e di altri posti al mondo in cui si dà una simile violenza, stiano maneggiando questa realtà: io non riesco neppure ad ascoltare le loro storie. Al mondo più del 70% delle donne fa esperienza di violenza fisica o sessuale da parte di uomini durante la vita. Secondo il sito di UNIFEM, in Guatemala vengono uccise due donne ogni giorno.

Di ritorno in Olanda, continuo a seguire la questione del femminicidio. Partecipo alla conferenza “Hester”, una serata per parlare di come porre fine all’estrema violenza contro le donne a Ciudad Juárez, città di confine dello stato messicano di Chihuahua. In Europa, Juárez è diventata l’emblema del crimine di femminicidio, in parte per le alte percentuali (le autorità riportano che circa trenta donne sono vittime di femminicidio ogni anno) e in parte perché nel 1998 una ventottenne olandese che si chiamava Hester Van Nierop fu crudelmente assassinata in questa città. L’incontro di stasera porta il suo nome.

La descrizione dell’atmosfera pericolosa di Ciudad Juárez mi ricorda Guatemala City. “Le emozioni della popolazione sono ormai vicine alla disperazione. È impossibile uscire di casa. Usare i trasporti pubblici equivale a rischiare la vita, così come camminare sole per strada. E persino nelle proprie case la gente non si sente più sicura.”, racconta Paul Jaspers, che è appena tornato da una visita alla sua fidanzata a Juárez. Durante l’incontro, l’importanza del rafforzamento di uno stato costituzionale e della fine di una cultura dell’impunità sono continuamente sottolineate. E c’è accordo sul fatto che maggior pressione dall’estero può essere d’aiuto.

Molti fattori influenzano l’estrema violenza sessista a Ciudad Juárez. Questa città ha un’economia fiorente: non solo è un importante punto di transito per l’ingresso di droghe e migranti negli Stati Uniti, ma numerose compagnie multinazionali con base negli USA hanno trasferito le loro fabbriche oltre il confine per il minor costo del lavoro, incluse le tasse e gli stipendi dei lavoratori.

Un bel po’ delle vittime del femminicidio di Juárez lavoravano in tali fabbriche, in condizioni orribili, con orari lunghi dal giorno alla notte. Il 35% degli abitanti di Juárez vengono da fuori e molti di essi non si stabiliscono in città in modo permanente, aspettando di poter passare il confine con gli Stati Uniti. Questi fattori hanno avuto come risultato un costante cambiamento della popolazione ed una mancanza di reti sociali di sicurezza.

Su un altro fattore che facilita l’estrema violenza sessista di Juárez, ovvero il ruolo del machismo, si sorvola troppo facilmente durante la conferenza. Forse la paura di spiegare la violenza da una prospettiva culturale è troppo grande persino per dare ad essa riconoscimento. Ma è un fatto che nella situazione sociale a Juárez si registra pressione rispetto ai tradizionali ruoli di genere.

Molte donne lavoratrici della città raggiungono un discreto livello di autonomia e sono economicamente indipendenti dagli uomini. Soprattutto, viaggiando per andare e tornare dal lavoro, le donne sistematicamente compaiono nello spazio pubblico, anche di notte. In questo modo non si conformano ai codici socioculturali di genere e gli uomini “macho” reagiscono perché non vogliono perdere il loro potere. Combinandosi con l’eccezionalità delle situazioni economica, politica e giudiziaria che si riscontrano in città, questo responso si manifesta troppo spesso nella sua forma peggiore, il femminicidio.

Dunque, non c’è speranza per le donne di Juárez? C’è, e ci deve essere. La sera della conferenza in Olanda, io l’ho trovata negli occhi di Arsène van Nierop, la madre dell’assassinata Hester: irradiava una combinazione di fragilità e combattività dalla forza innegabile. E a Juárez le madri stanno giocando un ruolo cruciale nella lotta per la giustizia.

Nel marzo scorso, Ciudad Juárez è diventata un oggetto importante per l’agenda nazionale messicana: il Presidente Felipe Calderón ha visitato la città tre volte in 45 giorni. La prima volta, Calderón si è recato nella città di confine dopo un massacro avvenuto durante una festa di compleanno fra adolescenti. Il Presidente ha rubricato il fatto come un’altra battaglia sulla scena della droga, un’affermazione per la quale ha dovuto in seguito scusarsi con le madri delle vittime. Cinque di esse gli hanno letteralmente voltato la schiena mentre parlava.

Le madri delle vittime adolescenti hanno ottenuto il sostegno delle madri delle donne assassinate: insieme esse formano un movimento che chiede trasparenza morale e politica.