Festa Macondo 2010 -introduzione di G.Stoppiglia

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Il tema di quest’anno è: I piedi che fanno camminare la storia. Con questa espressione voglio affermare che La storia, da sempre, l’hanno fatta i piccoli, i poveri. Mai l’hanno fatta le maggioranze. Mai l’hanno fatta i parlamenti. Mai l’hanno fatta i re. La storia è cambiata, ha camminato, solo con i poveri, solo con i deboli, solo con gli emarginati.

Chi ha la maggioranza conserva la maggioranza, chiede il consenso alla maggioranza e la storia si ferma con lui. Chi invece vuole cambiare non può stare con la maggioranza. Infatti sono le minoranze che fanno camminare la storia. E tra le minoranze ci sono gli artisti, i santi, i poeti, i musicisti. A questi è concesso di deviare. Perché la deviazione, il delirio si chiama, che per noi è una pazzia, viene concesso in una società governata da un regime, da una maggioranza solo al pazzo e all’artista. Chi va fuori dal sentiero è considerato un pazzo, oppure un artista, mentre è proprio chi esce dal sentiero tracciato che inventa, che cambia, che modifica le cose.

Tra le persone che oggi, nella realtà mondiale, sono soggetto di cambiamento, ci sono le donne, i giovani e i bambini, i poveri. Gli altri non cambiano la società: non la Banca Mondiale, non le istituzioni che servono, sono utili, ma non fanno cambiare la storia. Quindi se volete vedere da che parte va la storia, dovete guardare i piccoli, i poveri. Ma non i poveri perché sono buoni, i poveri non sono necessariamente buoni. Non parliamo in termini sociologici dei poveri, parliamo in termini di profezia e quindi ci chiediamo quali sono i passi che fanno camminare la storia?

Osservate come sono trattati, come vengono ascoltati, come vengono attesi i bambini in Italia. Come vengono ascoltati, come vengono attesi, come vengono percepiti gli stranieri in Italia, come vengono accettati o percepiti i disabili in Italia. Una società ricca, come quella dell’Italia, tenta di rispondere a un bisogno fisico del disabile, ma non a quello di una cultura del disabile. Noi andiamo col disabile per soccorrerlo, mentre lui, nella sua fragilità, ci lancia un messaggio, che è un messaggio di relazione: vuole la relazione. E se noi non abbiamo la relazione col disabile, gli daremo anche un appoggio fisico e un assegno, ma non è un rapporto.

Macondo usa spesso la parola strada, cammino, piedi che camminano. E spesso affermiamo che la storia fa i passi dei poveri. Infatti Cristo si è fatto povero, è stato ucciso fuori dalla città; neanche in città l’hanno ucciso, sono andati ad ucciderlo fuori. La strada, il luogo della strada si rivela sempre come una cattedra, come un’amica che scomoda. Un’amica scomoda, la strada dei poveri! Perché ha come parametro la giustizia. La nostra società ha pure cancellato la strada come luogo di relazione, strumento di relazione. La strada è per il mercato e quindi la strada deve correre forte. Fa i parcheggi per le macchine, ma non fa la strada perché i bambini giochino, gli anziani possano fermarsi e le persone normali incontrarsi. La società oggi non vuole la strada. La strada serve per produrre, per arrivare prima, per essere efficienti, non per far incontrare le persone. La strada è un luogo di solitudine e, nello stesso tempo, di comunione. È una cifra che sprigiona il senso e la speranza, speranza del cammino.

Questa società cancella i simboli ed i luoghi dell’incontro. È più importante, per la nostra società, stare davanti alla televisione a guardarsi qualche cosa che incontrare una persona che non si conosce e si saluta per strada. Quindi la strada è inoltre un luogo di incontro e di racconto. Pensate le donne che si raccontano, quando vanno a far la spesa, le cose che sono succedute nella loro famiglia, nella loro società. E questo non si fa più, ma soprattutto, non ci si narra più. Il racconto è diverso dalla narrazione. Rispetto a quello che è il racconto che si scrive in un libro o che si racconta: guarda che è successo questo e questo, la narrazione è il soggetto che parla di sé.

Nell’incontro che noi facciamo stamattina ci sono persone che narrano la loro vita. Non per farci commuovere, né per farci indignare, ma la narrano perché il momento della narrazione è crescita, è creatività, è nascita. Nella narrazione le vite si mettono in relazione con altre vite. Narrazione vuol dire avere l’atteggiamento laico di disarmo di fronte a uno che narra la sua vita. Altrimenti la vita dell’altro non entra in noi. Il povero, l’emarginato, è colui che ha perso il senso del tempo e anche dello spazio perché è impedito, come povero, di mangiare, di amare, di aver una casa e altro. Però è tenacemente aggrappato al senso della relazione. Il povero è tenacemente aggrappato alla relazione.

Da qui nascono le critiche verso l’assistenzialismo dei poveri, quando noi andiamo ad aiutarli, non per entrare in relazione con loro, ma per fare del bene. I poveri nella loro fragilità, sono loro che diventano dono per noi, perché ci fanno scoprire l’essenza profonda della nostra vita. Un poeta ebreo che dice: gettando, il seme se ne va e piango. Questo è il gesto del seminatore lancia il seme a terra e lo perde e piange in silenzio. Il rumore della macchina che semina non può rendere questa immagine. Il contadino che lancia questo pugno di grano, lo butta via, il seme cade ma la mano rimane vuota. Questa è la contraddizione del dono, cioè io rinuncio a un pezzo di pane oggi, perché domani nasca una spiga di frumento per fare il pane per me e per altri. Io oggi rinuncio a mangiare per dare all’altro e non so se l’altro darà da mangiare a me, non so neppure se qualcosa spunterà. È un gesto che rasenta l’incoscienza. E questo dare per restare con la mano vuota, come ogni distacco, crea conflitto. Questa immagine del seminatore, è la metafora al contrario della nostra società. Guardate come vive la nostra Europa società la crisi economica. La attraversa col pugno chiuso, non apre la mano per consegnare la semente. L’Europa non capisce il gesto gratuito d’amore. Se tu conservi le tue cose per te, diventi pauroso, spaventato, ti difendi, hai paura che l’altro ti prenda quel che tu trattieni e quindi rimani chiuso, rigido, duro, come fa l’Europa e fai la guerra. Mi diceva padre Paolo Dall’Oglio, è un monaco e vi parlerà del questo dialogo con l’Islam, diceva: vogliamo che quelli dell’Islam facciano come noi Cristiani e solo allora entreremo in dialogo con loro. Ma cosa vuol dire questo? Sarebbe come se una mamma dicesse: adesso faccio un figlio che deve essere come lo voglio io. Se la mamma dona l’amore a un bambino, il bambino cresce nell’amore della mamma, non cresce come la mamma lo vuole, perché qualsiasi figlio esca da lei, con qualsiasi sguardo esca, la mamma lo ama, perché quel bimbo è un dono.

Questa nostra società è sbagliata perché pensa: torniamo a far fare i sacrifici agli italiani, perché poi gli Italiani stiano ancora più chiusi nel loro denaro, nei loro sindacati che difendono il loro lavoro, o i loro lavoratori. Il seminatore invece che dà, apre la mano e la sua mano resta vuota. E solo quando la tua mano rimane vuota che tu riesci a donare; è come marito e moglie si danno la mano, non si danno mica i soldi dentro la mano, la mano è vuota, nuda. In quel momento, o tu ci sei in quella stretta di mano, o tu non ci sei. Se tu bari, l’altro se ne accorge. S’accorge che tu non lasci passare le cose che ti appartengono, si accorge che non molli.

“I passi che fanno camminare la storia” sono i passi dell’incontro, i passi del seminatore che apre la mano all’altro. All’opposto sta il pugno chiuso che trattiene. Il seminatore sa che deve seminare in autunno per raccogliere la primavera. E lui ha la fede che la primavera che verrà. Oggi la fede dell’uomo che guarda nel futuro vuole essere sostituita dalla tecnologia. Allora capite che l’importanza di questi incontri è la fecondità. È la fecondità che ci danno queste persone che sono venute qui che io ringrazio tanto. Mi dispiace che alcuni non hanno potuto venire. Il sindaco di Riace non ha potuto venire, perché ha problemi familiari. E doveva essere qui, perché il sindaco di Riace è una voce nuova, ci avrebbe consegnato una parola nuova, perché unico ha saputo accogliere organicamente gli emigranti che provengono dall’Africa, sfruttati dalla Ndrangheta, e li ha inseriti nel suo paese.

Allora, guardiamo oltre, perché gi ingredienti di questo guardare oltre sono tanti, e sono gli educatori, i genitori, ma oggi sono le persone qui presenti al tavolo, un dono di Dio. Ascoltiamoli, disarmati. Disarmato non vuol dire: ah, anch’io ho capito, anch’io lo so. Quando dite ah! questo coincide col mio pensiero, allora non ci siamo, non stiamo ascoltando l’altro. L’altro ci deve scombinare. Deve farci pensare, deve fermare il nostro passo e aprire la nostra mano.