Giuseppe Stoppiglia, 29 maggio 2010

La prefazione è di Rubem Alves è un poeta e educatore brasiliano. Nella prefazione ha detto che il linguaggio poetico è un linguaggio rivoluzionario. Io questo aspetto del linguaggio, del modo di scrivere credo di averlo appreso nella tristezza della realtà, di fronte alle vite che ho visto nel Sud del mondo e anche in Italia.
Se tu fai un’affermazione dicono che sei comunista, o sei moralista e cattolico, ma hai qualcosa da dire, però c’è un’ideologia o c’è una religione che ti impedisce di dire la parola giusta. Credo che il linguaggio rivoluzionario che si possa usare sia quello poetico, ci è rimasto solo quello.

Alle volte mi dicono che sono stanco, che sono pessimista.
Il popolo ebraico è stato portato in esilio due volte, nel secondo esilio ha perso ogni speranza ed è andato in depressione. E i venticinque lettori che io ho sanno che io continuo a dire che il popolo italiano è depresso, il popolo non i singoli individui.  Allora Dio manda il profeta Isaia e gli dice: “Dì al mio popolo, che ari la terra, che pianti alberi, semini tante sementi e metta al mondo tanti figli”. Il rovescio di quello che una persona depressa fa. Chi c’era alla serata di Enzo Iacchetti dove ho detto che il popolo veneto è depresso perché non fa neanche figli era in questa visione, non era un fatto psicologico o sociologico.
Dio manda al suo popolo il profeta, il profeta glielo dice ma il popolo lo respinge, naturalmente, perché la liberazione sarebbe venuta solo se avevano lo sguardo che andava oltre. In questo senso comincio a dire la prima cosa della mia fede. Io avevo un papà che aveva la seconda elementare, caro Serra, e mia mamma pure, era un contrabbandiere il mio babbo, oltre che un contadino, un giorno ero nei campi con lui, sul massiccio del Grappa, e ho chiesto: “Papà, perché il tramonto è rosso?”, mio papà ha fatto un respiro, ha degluttito e poi ha detto: “Per bellezza, Bepi!”
Credo che questi siano stati i germi di un rapporto con l’interiorità che ogni anno ho seminato. Rispondere alle domande che i bambini chiedono, “Perché il cielo è azzurro? Da dove nascono le nuvole?” oggi non hanno la risposta. Perché non ci relazioniamo con i bambini. Loro non hanno la risposta e non  tentiamo di organizzarci un futuro, l’oltre, perché vogliamo ragionare e schematizzare.  I bambini sono costretti a crescere lungo queste traiettoie spasmodiche dell’efficienza, non della contemplazione.

La Chiesa, l’istituzione.
Io non ho mai sentito come peso l’istituzione, ho sentito come peso il seminario, l’educazione in seminario, alla sessualità senza la donna. Mi hanno educato alla sessualità senza rapportarmi alla donna. Questo l’ho rifiutato, lo rifiuto e lo rifiuterò fino a che Dio mi condannerà, se vorrà, ma non lo farà. Ma non si può educare un ragazzo alla sessualità senza il rapporto con la donna, o mamma, o sorella, o amica, o compagna di scuola, o di lavoro o altro… insomma convivere. E non stare solo in seminario e vedere solo maschi e reprimere la sua sessualità e la sua affettività. E pur di farmi prete ho subito questa violenza.
Il rapporto con la donna, il rapporto con la sessualità, ma sopratttutto il rapporto con l’affettività, questa alla Chiesa non glielo lascio. Non glielo perdono. Voglio che cambi, io ho detto al vescovo: “Mi metto la veste, mi taglio la barba, mi taglio i capelli, però vado a fare il rettore in seminario”. Ma il vescovo non mi ha mandato.
Nonostante questa struttura autoritaria io sono arrivato al Vangelo.  Il messaggio del Vangelo mi ha fatto superare, non avere come antagaonista la Chiesa-Caino, e in questo ho avuto un grande maestro che non ho mai conosciuto di fatto, che è don Primo Mazzolari. Mazzolari ha scritto: “Bacio la mano di chi mi perseguita”. Io questo senso io la Chiesa la amo. Bacio la mano (in verità faccio fatica a baciare la mano),  accetto la contingenza di questo, però non mi deve togliere questa libertà di ascoltare e di avvicinarmi al messaggio. La Chiesa come istituzione non è un problema. C’è, e quindi faccio di tutto perché gli uomini dentro la Chiesa abbiano la possibilità di far passare il messaggio. Come  non è un problema il celibato sì e il celibato no. Per me il grande problema è il rapporto che i sacerdoti non hanno con la donna, perché senza la donna non si costituisce comunità, non possiamo costruire una comunità cristiana senza una relazione con il femminile, con l’intuizione femminile, con la capacità che ha una donna di ascoltare e di aspettare. E questo aspetto qui, davanti a una religione che ha il dogma, ti impone un non ascolto della donna e il non ascolto della realtà.

Io hio incontrsto Serra in un piccolo teatro di Rovigo e lui non ha avuto del pregiudizio verso di me. Io quando incontro gente senza pregiudizi, in questo incontro trovo una traccia di gratuità. E la trasccia di gratuità io la definisco Dio. Perché Dio non è né maschio né femmina, non è un pensiero, un’opinione o un ragionamento, Dio è questa traccia di gratuità, di amore gratuito, in questo senso ho superato la fatica e non ho mai fatto in modo che la chiesa mi scomunicasse, il vescovo ha tentato diverse volte di mettermi in sospensione ‘a Divins’ che vuol dire non predicare, non dir messa ecc… Io ho risposto: “Lo faccia! Se crede in Gesù, Dio Padre, lo faccia”. E l’ho sfidato, perché il vescovo non voleva che Gaetano, che era in parrocchia con me come parroco, andasse lavorare in un cantiere edile. “Io l’ho ordinato sacerdote perché sia a servizio delle anime”, mi ha detto il vescovo. “No”, ho risposto io, “Eccellenza, si fermi. Le anime sono soltanto nelle persone quando le persone entrano in relazione. L’anima non è un lenzuolo bianco che portiamo dentro di noi, l’anima è la capacità di entrare in relazione”. “Ma che cosa dici?”, ha ribattuto adirato, “non c’è scritto questo nei libri!” “Infatti non c’è scritto. Gaetano non è diventato prete per salvare le anime”. E abbiamo cominciato a litigare, fino ad alzarci in piedi con due pugni, io il mio e lui il suo. E gli ho detto: “Ma quanto siamo ridicoli, Eccellenza!” “Perché?” “Perché siamo due arrabbiati che difensdono un’ideologia, e non crediamo all’unica cosa che possiamo credere: a questo amore di Dio per noi. Venga a pregare con me un’ora, davanti a Gesù nel Santissimo Sacramento e quando avrà fatto un’ora con me, io dirò a Gaetano di non andare più a lavorare in cantiere”. Il Vescovo ha avuto il pudore di non venire a pregare e lasciare che Gaetano continuasse a lavorare in cantiere.
Con questo episodio voglio dire che io con la chiesa sono sempre in conflitto, però è un conflitto che non posso depositare loro, perché la persona umana viene prima di tutto. Per questo che di fronte a un fatto che è accaduto in Brasile, dove hanno costretto una bambina di 11 anni ad abortire, dico ma tocca a me decidere? Tocca a una donna e a qualche altro. Però di fronte a un dolore, io mi domando sempe che cosa fa un padre buono e misericordioso, che cosa fa una madre buona e misericordiosa. Perché se nella chiesa le donne contassero di più, i dogmi non ci sarebbero. Perché la donna non parla in astratto e poi conclude, ma risponde a un suo bisogno interiore. Questa attesa interiore va ascoltata. Ma la donna noi non siamo capaci di ascoltarla, perché ci fa paura, a noi preti tanta. Perché non samo stati educati al rapporto affettivo, al corpo nostro e tanto meno al corpo della donna. Questo accade in seminario, nella fase pricipale della vita di una creatura. E tutto viene riversato su un moralismo.

Mio padre era credente, ma non era bigotto, e quando son diventato prete m’ha detto: “Fatti pur prete, ma stai sempre dalla parte degli altri, non di quelli che stanno su a predicare”. Ovvero, mi voleva dire, stai dalla parte di chi fa la domanda e non da chi ti da la risposta. In questo senso sto sempre cercando.
Un prete non può non diventare narcisista, caro Pietro, perché la vanità è l’unica cosa che ti concedono in seminario. Quando tu manchi di un rapporto profondo affettivo, che non ascolti l’altro, ma lo giudichi, perché ti piace o non ti piace, perché non tifa per la tua squadra, a un certo momento non puoi non esaltare il narcisismo. E questo è una rottura di palle per un prete, perché vive in funzione del suo ruolo e non del rapporto che ha con le persone. Il prete non è un mestiere, è una persona che crea lo spazio, se può, atttraverso la relazione, è in quella relazione che si rivela, non è che fa il miracolo perché ha il sacramento. Per questo posso dire che nessun papa possa  darmi dell’eretico, anche se sono covinto che la Chiesa cammina grazie aghli eretici. Il cammino di un popolo si fa attraverso l’eresia, attraverso un conflitto. Io trent’anni fa dicevo a chi si sposava di non dire “Prendo te come mio sposo, o come mia sposa”, spiegavo loro che “Tu non prendi niente, tu accogli”. Dopo trent’anni questa formula è diventata ufficiale nel rito liturgico.

Perché i bambini.
Perché si realizza l’uomo se si realizza prima il bambino. Per la mia esperienza educativa vi posso dire che non c’è un’altra via da percorrere. Il bambino si realizza nella misura in cui lo riceviamo nella nostra società e lo riceviamo nel momento in cui lo riceviamo nelle nostre pance, non quando gli insegnamo le cose. Io questa sensazione l’ho avuta a 42 anni quando è morto il mio papà e a 56 quando è morta la mia mamma. Non aver più le braccia di mia mamma è stata dura, perché le braccia della mamma sono solo per te.   Ma non perché io abbia sofferto il dolore dell’assenza della mamma in modo disperato, la mamma, essendo una donna viva, ci diceva che il giorno del suo funerale si doveva dire la messa di Pasqua,  cantatre in allegria e gioia, purché non si scandalizzasse gli altri, perchè lei era nella felicità.
Lei aveva fatto un suo percorso interiore che le aveva dato questa capacità di liberarsi. In questo senso la libertà te la conquisti. Però se il bambino non vive tra le braccia di una persona…
Faccio l’esempio dei bambini e delle bambine di strada. Il 95% delle bambine di strada muoiono prima del raggiungimento dei 18 anni. I ragazzi l’80%. Come mai le donne muoiono di più? Io credo che psicanalisti, psicologi, terapisti, hanno tutti le loro teorie, io non ho teorie, io credo che la donna, consapevole o meo, trattiene un mistero. E quando questo dentro di lei si spezza, lei non si sente più donna e comincia a morire. Per questo dico che senza braccia che accolgono, il bambino non diventa uomo, o diventa un uomo disturbato.
Ai nostri bambini assetati di comunicazione noi diamo cose.

L’Occidente io dico che non si salva, oppure si salva nella misura in cui ascolta il grido della donna che porta il figlio. L’Occidente senza la donna non ha soluzione.  Asseconderà il maschio, la scienza, la conoscenza , la guerra, la politica ecc…
E l’unico soggetto in Italia che potrebbe andare olte questo tipo di donna, sono i bambini e gli immigrati. Gli unici che possono dare una via, anche conflittuale, di uscita sono i bambini e gli immigrati. Perché gli immigrati portano un tipo di memoria, di storia che noi, o la rifiutiamo (e facciamo la guerra)  o ci lasciamo contaminare (e allora abbiamo la possibilità di ascoltarli). Non vedo altre soluzioni.
E il Veneto che è pieno di cose non ama i bambini, ma li vizia e li protegge. E chi vizia e protegge i bambini non li ama.
È in declino una cultura che si prende cura dei bambini, si prende cura di altro, non si rendono neppure conto che non si prendono cura perché li riempiono di oggetti, di cose.
L’idea dell’altalena mi è venuta in mente una domenica mattina a Bassano e ho visto un papà che spingeva una bambina sull’altalena, con la mano destra dondolava la bambina e con la sinistra teneva ‘La gazzetta dello sport’. Quell’uomo non era in relazione con la bambina e fra cinque anni sarà ancora lì che spingerà la bambina, ma l’altalena sarà vuota. Perché lui non ha relazione con la figlia. In questo senso vedo l’abbandono dei bambini.

Le nostre ideologie sono scambiate per valori,  e l’intuizione me l’ha data Fabio Fazio, quando mi ha detto: “Portarti in TV è sbagliato, perché il messaggio viene manipolato”. Perché il messaggio che pongo, che è quello dell’alterità e che è quello dell’innocenza e della gratuità, è impossibile che il linguaggio televisivo, che è manipolatore, possa capirlo e quindi lo travisa.
Distribuiamo queste ideologie come valori e li distribuiamo a genitori e figli, questo è un assassinio.
La mia grande passione è l’educazione e non mi rassegnerò mai alle assurdità che sfiorano le nostre strutture scolastiche, cioè la sofferenza dei bambini,  la noia dei ragazzi, la perdita di tempo alle superiori e gli sforzi inutili che i ragazzi sono costretti a fare.  Questo di annoiare i bambini a scuola, alle medie, che sono incontenibili, i professori sono spaventati, eppure è l’età più bella, più ricca che possa avere il bambino, perché ha l’emotività altissima.

La dialettica con Barcellona.
Sono preoccupato di Pietro nella misura in cui, e lui lo sa, che io non voglio che lui si converta, perché il cammino di una persona è talmente sacro che è inviolabile.  La religione Cristo l’ha distrutta, l’hanno messo in croce nel momento in cui ha distruto la religione. E questo succede a tutti coloro che vogliono cambiare la Chiesa, ma io non voglio cambiarla, io pretendo che l’uomo che vive nella Chiesa sia capace di parlare il linguaggio della gente, se sono diventato prete operaio, non è stato per convertire la gente, ma per parlarne il linguaggio.

Aver scritto un libro mi gratifica, gratifica la vanità dell’autore, aver parlato con gente che sente, che soffre, che è in crisi, che non è d’accordo, ma che vibra, in questo sta la gioia dell’autore.  Autore vuol dire far crescere nella mente degli altri un’autorità: vita, saggezza e amore.
Per questo vi ringrazio. È la vita che sta nelle nostre mani e il bambino ce lo insegna, ma non il progetto che potremmo fare con essa. La vita ci è data per vivere non per costruire un impero.
Il poeta Elliot scriveva: “In una terra di fuggiaschi, colui che cammina nella direzione contraria sembra che stia fuggendo”. Elliot ha messo il fuggitivo al singolare, un essere siolitario. È così, io mi sono sempre sentito solo a camminare nella direzione contraria.

Testo non rivisto dal relatore