Guerra

Questa è una lettera inviata a un’amica, ma quello che racconta può interessare molti.

P.D.A.

Cara C.,
a Rio ormai è guerra aperta. La versione ufficiale dice che i capi del traffico rinchiusi nel carcere di massima sicurezza di Catanduvas (a centinaia di chilometri da Rio) hanno ordinato l’attacco frontale alla città, hanno imposto ai loro uomini di seminare il panico. Il motivo sarebbe quello di “protestare” contro le UPP, unidade de polícia pacificadora, ossia i battaglioni speciali che occupano permanentemente altre favelas importanti, togliendo così spazio e potere ai narcotrafficanti e ripristinando una “normalità”. Pensa ad esempio che il morro Dona Marta, fino a qualche mese fa impraticabile, oggi è uno dei punti turistici più ambiti con tanto di ascensore panoramico; si spera che questo cambiamento porti effettivamente tutti i servizi della città e dello stato a questa gente da sempre esclusa. Dunque, i capi del traffico hanno ordinato l’attacco: una tattica riuscita in pieno quattro anni fa a San Paolo quando la città venne messa a ferro e fuoco dagli uomini del PCC (primeiro comando da capital, una importante “facção criminosa”). La tattica del mordi e fuggi che ha come bersaglio la gente comune. Si incendiano macchine e autobus, con i passeggeri sopra, si spara a caso nel mucchio, insomma un vero orrore. A San Paolo furono molto più organizzati. In una notte uccisero 45 poliziotti, molti dei quali dentro casa loro. La città si svegliò in ginocchio. La reazione fu terribile. In una settimana si contarono 492 morti, un vero massacro. Fino ad oggi solamente 9 di questi omicidi sono stati investigati. A Rio è un po’ diverso. Là esistono i bastioni del traffico di droga, fino a ieri inespugnabili. Polizia, forze speciali, esercito e carri armati sono entrati in forze a Vila Cruzeiros. 200 trafficanti sono scappati per la montagna armi in pugno verso il Complesso do Alemão inseguiti dagli spari. In questo momento i soldati hanno bloccato ogni via di accesso e di fuga ed è guerra casa per casa. I morti sono 40, ma il bilancio tende a salire, là dentro infatti esistono veri e propri arsenali composti da armi di grosso calibro capaci di abbattere elicotteri in volo. Queste armi frutto di un commercio spurio con la parte corrotta della polizia e dell’esercito hanno mietuto in vent’anni migliaia di vittime. Mentre scrivo la televisione trasmette in diretta il cielo nero di Rio solcato dalle scie luminose delle pallottole di ambo i lati. In mezzo al fuoco c’è la popolazione civile. Il Complesso do Alemão è un enorme agglomerato di favelas di circa 400 mila persone. Fino ad oggi la popolazione di quei luoghi ha condiviso ogni spazio con i narcotrafficanti, diventandone i qualche modo complice e ostaggio, adesso si trova tra gli spari. La polizia è ricevuta nei vicoli con festa. Pensa che due anni fa il Bope (il battaglione di élite) aveva già occupato la favela di vila Cruzeiro conficcando simbolicamente la bandiera sul punto più alto. Dopo poche settimane se ne andò lasciando la popolazione alla mercé delle vendette. Il potere del narcotraffico viene dalla grande domanda di droga. Qui risiede la chiave del problema. L’occupazione da parte dello Stato del territorio è fondamentale affinché la popolazione possa vivere tranquilla. Ma la realtà è che questo Stato che oggi occupa, domani si trasforma lui stesso in aguzzino. Tra le sue file si nascondono gli uomini delle milícias, le milizie, gruppi paramilitari (presenti ora laddove in precedenza lo Stato espulse in precedenza i trafficanti) che controllano il territorio imponendo le loro leggi fatte di dazi per ogni servizio prestato: dalla distribuzione del gas a quella dell’acqua, dal controllo della TV via cavo all’entrata dei singoli abitanti. Insomma un orrore ancora più intenso di quello imposto dai narcotrafficanti, figli del posto e che “aiutavano” la popolazione attraverso la distribuzione di “benefici” nel più puro stile mafioso, a costo però di regole ferree di convivenza imposte dai capoccia a seconda del momento. Si spera questa volta che si faccia pressione in favore di una vera occupazione da parte dello Stato, una presenza non solo militare ma di una effettiva presenza della cittadinanza nella partecipazione e nella gestione del territorio. Scuole, servizi pubblici, case popolari, fogne. Il governo federale lo ha promesso. Anzi, la questione è un solenne impegno del nuovo presidente, a cui diamo un voto di fiducia e di augurio. La popolazione di Rio e di tutto il Brasile si merita molto di più di questo triste spettacolo.