I diritti delle donne sono diritti umani

Perché è ancora necessario ripeterlo ce lo spiega Gita Sahgal, ex responsabile della “Gender Unit” ad Amnesty International, organizzazione che Gita ha lasciato il 9 aprile 2010 a causa di “differenze inconciliabili”. Qui è intervistata da Deniz Kandiyoti, docente di studi sullo sviluppo alla facoltà di studi orientali ed africani dell’Università di Londra. (trad. M.G. Di Rienzo)

Deniz Kandiyoti: Ci troviamo in un momento particolarmente critico per quanto riguarda il mantenimento dei principi dei diritti umani universali. Da un lato, enormi abusi dei diritti umani sono stati commessi in nome della “guerra al terrorismo”. Dall’altro, il risorgere globale della politicizzazione della religione sta mettendo in discussione la nozione stessa dell’universalità dei diritti umani. In che modo un’attivista per i diritti delle donne, quale tu sei, può stabilire una posizione consistente e moralmente difendibile?

Gita Sahgal: Le lotte per i diritti delle donne, e più ampiamente per i diritti sessuali, sono state portate avanti a livello di base per decenni in molti diversi paesi e molte diverse arene internazionali. Hanno avuto un impatto profondo sulla cornice dei diritti umani. Attualmente, abbiamo risposte alla tua domanda che sono sia legali sia etiche. Pure, stiamo osservando ora che un’organizzazione prominente per i diritti umani, come Amnesty International, non sembra capire cosa l’impegno all’universalità dei diritti umani comporta. Questo è il motivo per cui AI viene messa in crisi dai suoi stessi partner nell’Asia del sud ed in altre numerose parti del mondo. Il movimento ufficiale per i diritti umani è stato lasciato indietro dall’attivismo e dal lavoro legale che accadono al di fuori di esso.

DK: Che tipi di esempi hai in mente?

GS: Facciamo l’esempio del matrimonio forzato. Per parecchi anni, la questione non è esistita come violazione dei diritti umani riconosciuta dalle organizzazioni che li difendono, sebbene il diritto alla scelta nel matrimonio sia sancito nella “Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne” (CEDAW). Ma le organizzazioni per i diritti umani non affrontavano la questione, e vedevano le differenti forme di matrimonio semplicemente come manifestazioni della “cultura”. Persino la Quarta Conferenza NU sulle donne, tenuta a Pechino nel 1995, nominava a stento il termine “matrimonio forzato”, eccetto che in relazione al traffico di donne. Ora c’è un riconoscimento in varie branche della legge internazionale, in cui il matrimonio forzato è incluso come violazione del diritto penale internazionale. Lo scorso anno, il Tribunale Speciale per la Sierra Leone ha condannato tre ex leader militari per “matrimonio forzato”, che l’accusa ha definito crimine contro l’umanità. Ci sono voluti all’incirca quindici anni, da quando il termine è stato coniato per maneggiare gli abusi in famiglia, perché venisse riconosciuto come crimine di massa. Si tratta di un tempo relativamente breve per qualsiasi istanza, per guadagnare tale riconoscimento e l’essere incorporata nel diritto internazionale.

Ricordo che cominciammo ad usare il termine “matrimonio forzato” negli anni ’90, quando io facevo ancora parte delle Southall Black Sisters e stavo tentando di raccogliere fondi per fare ricerche sulla questione: che era vista come una non-questione ed è stato duro riuscire ad infilarla nell’agenda del governo britannico. In effetti, una delle domande che continuavano a porci era quanto esteso fosse il problema. Questa è esattamente il tipo di cosa che non puoi sapere sino a quando non fai ricerca, ma non riesci ad ottenere fondi per la ricerca se non riesci a dimostrare la vastità del problema…

E’ importante notare che questa fondamentale trasformazione non è stata guidata dal formale movimento per i diritti umani, bensì dalle attiviste femministe e dai legali come Sara Hossain, una delle donne che ha composto la petizione sull’integrità dei diritti umani indirizzata ad Amnesty International. Sara ha usato i classici rimedi legali che usualmente si applicano alle persone detenute da uno stato. Ha presentato petizioni comprendenti l’habeas corpus ai tribunali del Bangladesh affinché le giovani donne prigioniere delle loro famiglie potessero parlare per se stesse ed attestare se venivano sottoposte o no a forme di coercizione. Sara ha anche lavorato ad un incontro chiave quando era membro di Interights a Londra, in cui ha dimostrato che il matrimonio forzato era contro le leggi nazionali nei paesi dell’Asia del sud: questo ha aiutato la rimozione della “scusa culturale” che il governo britannico usava per giustificare la non interferenza, e cioè il fatto che si rifiutava di agire per proteggere e soccorrere le proprie cittadine che erano state rapite dalle loro stesse famiglie e trasferite nell’Asia del sud.

Il cambiamento dal vedere il “matrimonio arrangiato” come pratica culturale all’uso del termine “matrimonio forzato” nei casi in cui coercizioni e maltrattamenti vi sono coinvolti, ha contribuito a sviluppare l’idea che questa è una seria violazione dei diritti umani. L’avanzamento si è riflesso nella ricerca accademica e nell’attivismo concernenti i delitti d’onore. “Onore: crimini, paradigmi e violenza contro le donne” di Sara Hossain e Lynn Welchman (2005), ed il mio film “Amore rubato: il matrimonio forzato ed il multiculturalismo” facevano parte dello stesso progetto, così come “Stringere il nodo?” che è stato pensato per informare i giovani e le giovani che la scelta nel matrimonio è un diritto umano fondamentale.

DK: Quali sono, a tuo avviso, gli ostacoli al riconoscimento di certe forme di abuso contro le donne?

GS: Molte pratiche atroci semplicemente non sono viste come violazioni sino a che non vengono nominate e riconosciute all’interno dalla cornice legale dei diritti umani. Questo processo di riconoscimento di solito è indietro di anni rispetto a quel che effettivamente succede nei tribunali locali e nei movimenti locali, per esempio per quanto riguarda la violenza domestica. E poi ci sono i doppi standard. Una gran parte degli sforzi internazionali si è diretta allo sviluppo di forti standard (che vengono detti “legge dura”), in particolare sull’assoluta proibizione della tortura.

Nel diritto che concerne i rifugiati, il termine “non-respingimento” si riferisce al fatto che le persone non devono essere rimandate in paesi in cui sono a rischio di tortura. Questi due standard lavorano insieme. A me sembra che il modo in cui sono stati interpretati ha di solito escluso i danni che più facilmente sono inflitti alle donne. Attualmente i governi spesso attaccano o “diluiscono” gli standard. Che l’amministrazione Obama abbia reso pubblici i memo sulla tortura è stata una grande vittoria per i diritti umani ed ovviamente è stata celebrata da tutti coloro che lottano per mantenere o restaurare l’assoluta proibizione della tortura e dei trattamenti crudeli, disumani e degradanti.

I tentativi di introdurre una più vasta analisi di genere sono assai più contestati, anche quando arrivano da un esperto e una guida sui diritti civili e politici come lo Speciale inviato NU sulla tortura, Manfred Nowak, o fanno parte del lavoro di genere ad Amnesty International, come il briefing sull’impatto che il completo bando dell’interruzione di gravidanza sta avendo in Nicaragua. E ci sono anche esperti di diritto internazionale che pensano di “possedere” gli standard e che spendono una gran quantità di tempo nell’escludere da essi gli abusi commessi contro le donne. Ciò mantiene gli standard congelati nel tempo, anziché creativamente esplorati alla luce dell’analisi di genere, che è consistente con le definizioni esistenti. Sono sicura che i due esperti delle NU che hanno suggerito di proteggere le donne dalla violenza usando la “legge dura” degli standard sulla tortura questo lo sapevano bene.

Ma anche quando gli standard cambiamo, il lavoro delle organizzazioni internazionali non cambia. Per esempio, negli anni ’90 vi erano molte persone che fuggivano la violenza dei fondamentalisti in Algeria. Queste persone scoprirono che, poiché non stavano soffrendo di persecuzione da parte dello stato, non potevano ottenere lo status di rifugiate. E i fondamentalisti che le avevano assalite, quando furono minacciati di tortura o arresto dallo stato, fuggirono anch’essi dall’Algeria ed ottennero lo status di rifugiati. Oggi, coloro che fuggono dalla violenza armata di gruppi non statali, e persino di altri perpetratori, sono più in grado di ottenere lo status di rifugiati, perché gli standard sono cambiati. Pure, chi deve affrontare una persecuzione basata sul genere spesso ancora non ottiene protezione, e quel che è peggio, c’è insufficiente attenzione all’interno della comunità che si occupa di diritti umani nell’affrontare questa ingiustizia.

DK: Nel caso dei diritti delle donne, pensi che questo accada perché vi sono discorsi alternativi su queste istanze? Le concezioni dottrinarie di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato possono competere in modo potente con i criteri adottati dagli strumenti che propugnano i diritti umani. Per esempio, ci sono varie giustificazioni religiose e dottrinarie che concernono il livello di mobilità permesso alle donne, o l’obbligo della verginità e dell’eterosessualità.

GS: Certo, ma la cornice dei diritti umani non può prestarsi a tali giustificazioni, specialmente quando esse violano diritti fondamentali. L’universalità e l’indivisibilità sono la base stessa dei diritti umani. Pure, le giustificazioni persistono. Quando il “water boarding” è stato introdotto come tecnica di interrogatorio, le organizzazioni per i diritti umani hanno subito voluto che fosse definito come tortura, ed hanno speso molte energie per farlo. Ma vi sono pratiche pervasive ed assai diffuse che sono totalmente illegittime, come il “test di verginità” o l’esame anale (per “provare” l’omosessualità), usate dalla polizia e da personale medico in molti paesi, ed è molto più difficile ottenere che siano definite tortura o pratiche crudeli, disumane e degradanti.

Se le pratiche sono applicate a quel tipo di uomini di cui la scrittrice Meredith Tax ha detto: “il soggetto normativo dei diritti umani è ancora una volta un prigioniero di sesso maschile, e si trova a Guantanamo”, vengono facilmente analizzate: basta vedere se rispondono alle definizioni contenute nella Convenzione contro la tortura e contro trattamenti e punizioni crudeli, disumane e degradanti. Ma applicare un’analisi femminista alle definizioni incontrerà facilmente resistenza: la tendenza prevalente sarà l’aspettare che un comitato di esperti si pronunci sulla questione, anziché il tentare di guidare l’analisi legale sull’istanza. Sotto a questa riluttanza c’è una sorta di relativismo culturale e la paura del tipo di analisi femminista che sostiene che il controllo della sessualità da parte dello stato (e non solo della famiglia o della comunità) è sistematico e voluto, e diffuso tramite violenza e discriminazione.

DK: Ciò ha contribuito a mantenere le istanze di genere marginali, nella cornice dei diritti umani?

GS: Una delle ragioni di questa marginalità è che molti degli standard sui diritti umani delle donne sono stati sviluppati attraverso quella che viene detta “legge soffice”: e cioè le dichiarazioni risultanti dalle Conferenze NU come quella di Vienna (1993), de Il Cairo (1994) e di Pechino (1995), o da dichiarazioni come la CEDAW. Ora: la “legge soffice” non è un trattato legalmente vincolante e perciò per alcuni avvocati dei diritti umani non è persuasivo. Human Rights Watch è stata riluttante nell’usare la “legge soffice”, mentre Amnesty International ne ha fatto un uso assai creativo durante la Campagna “Stop Violence Against Women”. E’ stata anche essenziale nello sviluppare il lavoro sui diritti sessuali e riproduttivi da parte delle organizzazioni femministe per i diritti umani.

Storicamente, molte delle specifiche violenze contro le donne, come le mutilazioni genitali femminili (MGF), sono state affrontate in discussioni delle NU su quelle che venivano chiamate “pratiche tradizionali dannose”. Certo, qualche teorico “post-coloniale” può suggerire che si tratta di un complotto degli occidentali per far stare male gli africani (o, di questi tempi, i musulmani, dato che il tropo del sud globale è la donna musulmana come vittima). Tuttavia, sono state primariamente le donne (e spesso anche gli uomini) appartenenti ai contesti in cui tali pratiche sono prevalenti a premere perché fossero discusse alle NU ed anche a lottare per trattati anti-discriminatori come la CEDAW. Erano persone direttamente affette da queste istanze, e necessitavano dell’attenzione internazionale per poter esercitare pressione sui loro governi.

C’è una convergenza tra alcune delle richieste della “legge soffice” e della “legge dura”. Mentre i diritti umani delle donne si sviluppavano c’è stata una forte richiesta di criminalizzare più efficacemente lo stupro e di criminalizzare pratiche come la violenza domestica che sono viste come “culturalmente accettabili” in tutto il mondo.

Per la “legge dura”, la tortura è qualche volta vista come l’unica violazione dei diritti umani che uno stato ha il dovere di criminalizzare. Gli avanzamenti della “legge soffice” hanno mutato questa idea in alcuni esperti internazionali. Ma ancora le avvocate femministe come Hilary Charlesworth testimoniano che vi è una grande resistenza all’assorbimento delle istanze relative a genere e sesso nel diritto internazionale, e che il loro lavoro continua ad essere marginalizzato. Gli avvocati “classici”, accademici, per i diritti umani possono seccarsi davvero quanto tu fai loro notare che c’è il dovere di criminalizzare la violenza di genere, e che si è ormai sviluppata un’analisi che mostra come la violenza di genere corrisponda alla descrizione della tortura. Per le definizioni della Convenzione, la tortura può essere commessa solo da agenti statali o con il consenso o l’acquiescenza dello stato. Questo, in effetti, corrisponde esattamente alla definizione di “dovuta diligenza” che Amnesty International ha usato in modo così efficace durante la Campagna “Stop Violence Against Women”. In accordo a questo principio, lo stato è responsabile anche se non è il perpetratore, perché ha fallito nel prevenire, perseguire legalmente o punire i perpetratori effettivi.

E’ interessante notare che AI ha cominciato alcuni suoi lavori sulle questioni di genere, o sui crimini dell’odio contro le persone LGBT ed il fallimento degli stati nell’agire contro detti crimini, o sulle mancanze degli stati rispetto alla violenza domestica, durante la Campagna contro la tortura, che ha preceduto quella contro la violenza sulle donne.

Ma non appena sono stati menzionati gli standard della “legge soffice”, le varie conferenze e dichiarazioni di cui abbiamo parlato, l’analisi che collegava la violenza domestica alla tortura è caduta in disuso. Amnesty International ha smesso generalmente di usare gli standard relativi alla tortura. Una delle donne che per prime ha costruito questa analisi e che era assai contrariata dal vedere che AI non l’aveva compresa nella sua campagna contro la violenza sulle donne, è Rhonda

Copelon, che ne ha parlato in “Terrore intimo: comprendere che la violenza domestica è tortura” (in “Human Rights of Women: National and International Perspectives”).

Le mutilazioni genitali femminili sono ora state definite come forma di tortura, sia per la marcata incapacità degli stati di metter fine alla pratica, sia per la natura dell’atto in sé. Ma alcuni esperti di diritto internazionale sulla tortura ritengono che si tratti di una pratica culturale che non ha intenzioni dannose. L’ossessione del controllare la sessualità delle donne non è vista come forma di discriminazione sistematica. Per provare che un atto costituisce tortura secondo le definizioni della Convenzione, l’atto deve essere intenzionale e perpetrato al fine di ottenere informazioni o esercitare discriminazione. Per questo è così importante discernere attentamente se tutti gli elementi della definizione di “tortura” sono presenti: ma ciò non consente di ritrarsi dalla conclusione quando tutti i criteri d’indagine sono stati soddisfatti.

Una delle più grandi sfide per i diritti umani è la tregua che si è instaurata fra gli avvocati “classici” e le avvocate femministe, e cioè il fatto che si è permesso agli “standard delle donne” di svilupparsi sul sentiero parallelo della “legge soffice”. Ciò ha lasciato le norme jus cogens relativamente intoccabili dalle considerazioni di genere, come hanno mostrato Hilary Charlesworth e Christine Chinkin nel loro lavoro. E’ quando le femministe o altri cercano di comprendere queste norme in modi nuovi che esse vengono fieramente difese da coloro che stanno cercando di distruggerle.

DK: Non pensi che sia paradossale? Nel momento in cui le istanze di genere sono prominenti e visibili, attraverso pratiche globali come il mainstreaming, pure vengono messe da parte e marginalizzate perché nessuno vuole maneggiarle in modo politicamente significativo.

GS: E’ uno dei paradossi del nostro tempo: ciò che conosciamo come “mainstreaming di genere” è una pratica convenzionale usata spesso per annacquare lo specifico lavoro delle donne. Nonostante molte vigorose lotte e grandi avanzamenti, l’analisi di genere è stata ampiamente depoliticizzata sino a divenire in pratica marginale. Dico depoliticizzata, ma in realtà scelte politiche significative sono state fatte. L’attacco allo standard della tortura (e cioè il tentativo dell’amministrazione USA, fra gli altri, di annacquare l’assoluta proibizione della tortura durante la “guerra al terrorismo”), condusse alla decisione di proteggere fieramente lo standard stesso. Uno dei modi per proteggerlo fu la decisione di escludere ogni ulteriore interpretazione che avrebbe reso la definizione di tortura “inflazionata”. Ho partecipato ad innumerevoli discussioni in cui non appena è menzionato un qualsiasi aspetto relativo alla violenza di genere, qualcuno invariabilmente usa il termine “inflazionato” per precludere qualsiasi considerazione ulteriore sugli abusi di genere.

La tortura sarebbe qualcosa che accade primariamente agli uomini, e non avrebbe a che fare con i modi di routine in cui le donne sperimentano la violenza. In effetti, la “guerra al terrorismo” ha avuto un impatto molto profondo sui diritti umani delle donne, pure vi è ancora scarsa analisi al riguardo. Così tanti commenti si sono concentrati su ciò che Bush o Blair avevano da dire sui diritti delle donne per avanzare strumentalmente la loro agenda, che le aree in cui i diritti delle donne sono stati effettivamente minati sono state ignorate: sia per via del contrattacco fondamentalista mirato a forzare ciò che essi considerano loro “diritti” culturali o religiosi, sia da professionisti dell’attivismo per i diritti umani che ritengono, in questo modo, di proteggere la “purezza” della cornice dei diritti umani.