I terremoti di Haiti

Mi sento moralmente nell’obbligo di far giustizia a Haiti, raccontando un poco la sua storia e criticando i media per i reportage in occasione del terremoto. I media più benevoli mostrarono gli haitiani come disperati e incapaci. La Croce Rossa li ha definiti “aggressivi” di fronte alla mancanza di viveri. Molti giornalisti ripeterono alla nausea: “Gangs seminano terrore ad Haiti”. Vi si legge tra le righe perfino i cliché dei colonizzatori di ieri: Gli haitiani sono nati per fare bene il male e per fare male il bene. Essi hanno l’eredità selvaggia o maledizione nera che viene dall’Africa, con tendenze al fratricidio, al crimine, al caos. Sono la prova che le rivoluzioni conducono al collasso. E che le ex-colonie stavano molto meglio prima dell’indipendenza.

Si tenga presente che Haiti fu la prima colonia latino-americana che conquistò l’indipendenza e l’abolizione della schiavitù, nel 1804. Dovrebbe essere una data di storia universale da imparare a memoria: nel 1804, grazie alla rivolta degli schiavi haitiani, è nata la libertà. La data però diventò tragica. Ma andiamo per ordine.

1492. Fu “scoperta” dagli spagnoli un’isola, attualmente divisa in due: Santo Domingo e Haiti. I conquistatori arrivarono nella parte orientale (attuale Santo Domingo). Quasi tutti gli indios nativi furono uccisi o fatti schiavi.

1697. La parte occidentale, attuale Haiti, fu ceduta alla Francia. I francesi, ricorrendo alla tratta degli schiavi africani per avere mano d’opera, ricoprirono il paese di canna da zucchero, pianta che impoverisce oltremisura il terreno. Haiti diventò così “una colonia prospera e felice”(!?!).

1804. Napoleone, per mettere fine ad una ennesima rivolta degli schiavi, mandò ad Haiti più di cinquanta navi piene di soldati. I ribelli sconfissero la Francia, e conquistarono sia la liberazione degli schiavi, che l’indipendenza nazionale. Ma la terra era stata bruciata dall’abuso delle piantagioni e il paese bruciato dalla guerra. In più, la Francia impose un indennizzo di 150 milioni di franchi d’oro (21.700 milioni di dollari attuali). Haiti impiegò circa 120 anni per riuscire a pagare il “debito” e gli interessi usurai. Alla fine il paese apparteneva ormai alle banche degli Stati Uniti.

Non deve meravigliare questo procedimento: l’Inghilterra e gli Stati Uniti hanno fatto la stessa cosa con la Cina. Gli occidentali scelsero la droga (l’oppio) come prodotto principale da esportare in Cina, che decise di mettere fuori legge il traffico vergognoso. Subì per questo una guerra (1840) e poi il pagamento di un indennizzo che ridusse il paese alla fame. Il nonno del presidente americano F.D. Roosvelt fu uno dei maggiori trafficanti di droga (“come commerciante io insisto che il commercio dell’oppio in Cina è bello, onorevole e legittimo”).

En passant, si dica che Haiti è stata derubata perfino del primato dell’abolizione della schiavitù: le enciclopedie attribuiscono il primato all’Inghilterra, che proibì la schiavitù tre anni dopo, nel 1807 e con poco risultato (se è vero che la dovette abolire di nuovo nel 1832).

Gli Stati Uniti impiegarono sessant’anni a concedere il riconoscimento diplomatico alla più libera fra le nazioni. Thomas Jefferson, padre della libertà e proprietario di schiavi allertava che da Haiti veniva il cattivo esempio, e affermava che bisognava “confinare la peste in quell’isola”.

1915. I marines sbarcarono nell’isola per una “missione civilizzatrice”. Vi rimasero diciannove anni. La prima cosa che fecero fu occupare la dogana e l’esattoria. Ai neri – presidente compreso – era proibita l’entrata negli hotel, ristoranti e club esclusivi del potere straniero. Gli occupanti non osarono ristabilire la schiavitù, ma imposero il lavoro forzato per le opere pubbliche. E uccisero molto per “spegnere i fuochi della resistenza”. Si ritirarono nel 1934, lasciando al loro posto una Guardia Nazionale, contro i rigurgiti di democrazia. Lo sappiamo: agli imperialisti fa comodo avere nei paesi dell’America Latina (e dell’Africa) dittatori sanguinari che siano loro marionette. Così Washington fu decisiva per la presa del potere dei Duvalier in Haiti (Papa e Baby 1957-1986), di Somoza in Nicaragua, di Trujillo nella Repubblica Domenicana…

E così, di dittatura in dittatura, di promessa in tradimento, si andarono accumulando le sventure.

1991. C’è una novità(!): Jean-Bertrad Aristide, sacerdote e teologo della Liberazione, vince, con più di due terzi dei voti, le prime elezioni libere del paese (dicembre 1990). Aristide, prete ribelle, è di origine umile e incarna la speranza dei poveri. È il risultato di un processo di organizzazione popolare che doveva portare ad Haiti la giustizia sociale e, probabilmente, il socialismo. Egli assume la presidenza e adotta le prime misure contro la corruzione e il buco economico. Ma è desposto sette mesi dopo di aver assunto l’incarico, con un golpe (e una strage). I golpisti erano ufficiali militari e squadroni della morte, che in seguito si scoprì essere assoldati dalla CIA, la quale non voleva una nuova Cuba. Il governo degli Stati Uniti protesse Aristide, portandolo in salvo in Africa. In seguito USA e ONU fecero pressione il paese perché Aristide tornasse a governare. Così recita la versione ufficiale. Più esatto è dire che Washington se lo portò in Africa dove lo sottopose a trattamento e una volta riciclato lo restituì con ipocrisia, nelle braccia dei marines, alla presidenza.

2004. Washington ha aiutato di nuovo a rovesciare il presidente Aristide. Stati Uniti, Canada e Francia cospirarono apertamente per quattro anni per togliergli il governo, tagliando quasi tutti gli aiuti internazionali e distruggendo l’economia haitiana.

Qui occorre denunciare le istituzioni internazionali, molto più devastanti degli eserciti. Haiti rimase alla mercé della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Obbedì alle loro istruzioni senza batter ciglio e lo ripagarono negandogli il pane e il sale. Gli congelarono i crediti, nonostante avesse smantellato lo stato e avesse liquidato tutti i dazi e i sussidi che proteggevano la produzione nazionale. Gli Stati Uniti che hanno illegalmente dazi e sussidi a proteggere la loro produzione agricola, hanno invaso e fatto crollare il mercato di Haiti. Nel 1970, Haiti produceva il 90% degli alimenti che consumava, attualmente ne produce il 45% . Oggi Haiti importa il riso sovvenzionato degli USA e i contadini haitiani coltivatori di riso, che erano la maggioranza, divennero mendicanti nella periferia della capitale, o boat people. Già nel 1984 l’FMI aveva obbligato Haiti a liberare il suo mercato e privatizzare così i servizi pubblici, forzando la disoccupazione e l’abbandono della popolazione più umile. Nell’agosto-settembre del 2008, ci fu l’aumento mondiale dei prezzi degli alimenti: qui l’aumento arrivò al 50% e diede origine alla rivolta della fame. Di fatto, le istituzioni internazionali, obbedendo a Washington che non vuole l’autonomia del paese, hanno ridotto Haiti a un inferno sociale, smantellando la sua organizzazione politica e sociale (welfare).

2010. In occasione del terremoto del 12 gennaio, i paesi amici corsero a soccorrere. Ma si prevede che Washington affidi la solidarietà pro Haiti alle ONG, mentre si è riservato il controllo militare. Come paese amico s’è affrettato a mandare 10 mila soldati per ristabilire l’ordine.

Per febbraio sono previste le elezioni. Aristide vuole ritornare nel suo paese, la maggioranza degli haitiani rivendica la sua presenza sin dal golpe militare che lo ha deposto. Ma gli USA non vogliono il suo ritorno. E l’attuale governo del presidente Preval, che dipende completamente da Washington, decise che il partito di Aristide – il maggiore di Haiti – non sarà autorizzato a concorrere nelle prossime elezioni. Aristide è… un capitolo a parte. Potremmo intitolarlo: il calvario di Aristide.

Per concludere, non esagerano coloro che parlano di un terremoto neoliberale più disastroso del terremoto naturale del 12 di gennaio 2010. È un terremoto che da molto sta distruggendo la periferia di Porto Principe e le periferie di Rio e San Paolo, di New York e Nairobi, e tutto il terzo mondo. Un terremoto che uccide coloro che sono troppo poveri e troppo neri per rivendicare diritti. E che rende poveri e neri anche molti bianchi.

Manaus, Conversione di Paolo, 25 gennaio 2010

* Per questa sintesi ho messo insieme le notizie ricavate da tre articoli, rispettivamente di Eduardo Galeano (uruguaio), Gilvander Moreira (brasiliano) e Mark Weisbrot (statunitense)